My Uncle

My Uncle

di

My Uncle, leggiadra commedia sul rapporto zio-nipote presentata al Far East 2017, è un Nobuhiro Yamashita mai così ad altezza bambino. A prescindere da quale sia la sua età.

Growin’ up

Se doveste fare un tema su un parente, quale scegliereste? Yukio sceglie il meno adatto possibile: suo zio, un taccagno e perdigiorno che inaspettatamente fa innamorare Eri, una giovane giapponese delle Hawaii. [sinossi]

Quello di Nobuhiro Yamashita è sempre stato un cinema lieve, essenziale quanto intimo e popolare, semplice nelle trame quanto sensibile e profondamente umano. È sempre stato un cinema di perdenti, di tormentati, di marginali, di ignavi, di inetti (non necessariamente) alla ricerca di riscossa; è sempre stato un cinema di giovani, di rapporti personali, di sentimenti contrastanti, di (a)normalità a volte grottesca della vita quotidiana.
Eppure, un film dopo l’altro, Yamashita è sempre riuscito a scartare dall’opera precedente, mantenendo coerentemente intatte la sua grazia e la sua dolcezza, ma declinandole in forme sempre nuove, che facessero emergere il suo sguardo dalle canzoni pop, dall’attesa di un attore che forse non arriverà mai in uno squallore sempre più surreale, da una poetica pioggia di piume d’uccello che si propaga alle spalle dei due innamorati in bicicletta.
Uno scarto che si fa, in un certo modo, forse ancora più evidente in My uncle, il secondo – l’altro è l’amore minimale e impossibile di Over the fence – fra i lavori del 2016 del cineasta nipponico a trovare lo schermo del Teatro Nuovo Giovanni da Udine in occasione del diciannovesimo Far East Film Festival, una kermesse nella quale il regista, sin dal 2005 del capitale Linda Linda Linda è di casa.

In My uncle la macchina da presa di Yamashita si abbassa come non mai ad altezza bambino, lasciando emergere dalle pieghe di una tenera e a tratti irresistibile commedia sul rapporto zio-nipote un’acuta riflessione sulla sindrome di Peter Pan nella quale il vero infante, quello su cui si basa il romanzo di formazione e che ha davvero bisogno di crescere, è proprio lo zio. È a tutti gli effetti un film di Nobuko Yamashita, è la sua poetica, è la sua grazia dai riflessi quasi rohmeriani a muovere le fila degli episodi dei quali il giovanissimo Yukio, attraverso la sua matita e i suoi ideogrammi, si pone come narratore. Ma questa volta, al di là del tono scanzonato, nella sua focalizzazione sull’infanzia anagrafica o di fatto sembra quasi, a tratti, di veder trasparire anche il cinema di Hirokazu Koreeda, la sua (ri)costruzione e progressiva cementificazione dei rapporti umani, la sua centralità del nucleo familiare, la vicinanza che porta a riconsiderare le lapidarie opinioni su uno zio che, alla fin fine, non si dimostra poi così tanto male.

È un personaggio, quello dello zio interpretato da Ryuhei Matsuda, fuori dal tempo e dal mondo, che quasi si nasconde sotto suoi capelli arruffati e dietro ai suoi “accademici” occhialini tondi. È un eterno fanciullo, che gioca a filosofeggiare, che tira scherzi ai nipoti senza prendersene la responsabilità neppure quando verranno sgridati, che si perde nei manga e nella pigrizia. Fino a quando non sarà un colpo di fulmine a scuoterlo, il fascino irresistibile dell’artista nippo-hawaiana Eri, la di lei inspiegabile attrazione nei suoi confronti: l’amore che tutto muove.
Fratello minore del padre, lo zio del piccolo Yukio vive, rigorosamente a scrocco, nella casa di famiglia: è un patentato perdigiorno, avaro al punto di non pagare nemmeno i fumetti che il nipote non comprerebbe senza la sua precisa richiesta; è uno zio che non ha mai fatto un regalo né a Yukio né alla sua sorellina, convinto di essere un filosofo “di prima classe” a causa del minuscolo corso di insegnamento che gli è stato affidato, guardato bonariamente dall’intera famiglia come un perdente privo di qualsivoglia diritto di considerazione.
Lo zio compra millepiedi finti anziché bambole, è invadente, è profondamente immaturo, ma il suo affetto nei confronti del nipote è sincero, come quello di un padre che non si rende conto di essere in realtà il figlio.

Quando la maestra, come compito a casa, chiede alla classe del brillante Yukio di scrivere un tema su un proprio familiare, la scelta del giovanissimo co-protagonista non potrà che ricadere sullo zio, messo alla berlina con un’ironia tale da convincere l’insegnante a iscrivere l’elaborato a un concorso nazionale, e da portare Yukio a tenere un vero e proprio diario di osservazione del curioso parente. Fino al simbolico ritorno del Giappone, sulle ali dell’amore, a Pearl Harbor, fino alle Hawaii dell’attacco nipponico cui seguì la risposta nucleare degli States che distrusse per sempre i raggi imperiali del Sol Levante, ma soprattutto fino al bacio, fino all’improbabile singolar tenzone con l’altro uomo, fino a vederla correre via, ancora una volta sconfitti ma finalmente consapevoli, e forse un po’ più saggi. Saggi, come Yukio, perfetto contraltare dello zio, intelligente, sveglio, dalla penna pungente e dallo sguardo sornione sulle (dis)avventure del “bambinone” che, da bambino, si porta appresso.
È lui che tiene le fila della narrazione, è lui che vince il concorso per il miglior tema portando lo zio alle Hawaii dopo la sua ovvia sconfitta nel tentare la fortuna, è lui che lo ritrova dopo gli svenimenti e dopo l’arresto, è lui che lo redarguisce e che si pone come guida nell’inedia e nella sbadataggine del “quasi adulto”.

My uncle fa ridere, tanto, fino alle lacrime, e lo fa a suon di equivoci, di inadeguatezze, di piccole bugie, di responsabilità scaricate, di viaggi e pasti scroccati, di multilinguismo e di intere sacchettate di marijuana quando in realtà non si è nemmeno in grado di comprare un pacchetto di sigarette. E pazienza se, nella seconda parte ambientata alle Hawaii, il film tende a volte a soffermarsi un po’ troppo sulla contestualizzazione dei problemi economici che deve affrontare la piantagione di caffè di Eri, dilungandosi forse per qualche minuto in più del necessario sui dialoghi fra la bella e il fattore pronto a spianare il fucile a ogni occasione, oppure sulle passate vicende belliche di una famiglia da sempre spartita fra le origini nipponiche e l’appartenenza statunitense.
Fra le massime “filosofiche” elargite dallo zio sulla necessità di meditare a letto, i buoni sconto per gli hamburger, il denaro sfacciatamente chiesto alla madre di Yukio “per dare da mangiare al bambino che vuole uscire” e le tonnellate di lattine – con tanto di geniale quanto fasulla campagna ecologista “di comodo” – dalle quali staccare il coupon per poter vincere un viaggio alle Hawaii anziché lavorare per ottenere la somma necessaria, My uncle rimbalza continuamente in un limbo di comicità leggera, fresca, corroborante, pervasa dal romanticismo ingenuo dell’infanzia e dell’adolescente innamorato, e poco importa se il fisico di questo adolescente è ormai cresciuto. Perché è nel rapporto che cambia fra il nipote e lo zio che il film trova la sua reale poetica, fatta di quell’immaturità dell’adulto messa di fronte all’intelligenza e alla creatività del bambino, fatta degli scritti di Yukio dai quali, fra le pieghe della pungente ironia, inizia a trasparire un barlume di stima.

Il vero cuore di My uncle, fra le sue continue e spassose trovate, i suoi tempi comici, la sua levità e la sua profonda tenerezza umana, è tutto nel percorso di crescita e di progressiva caduta delle maschere, è nel crepitare dell’affetto reciproco fra zio e nipote, è negli istanti sulla spiaggia, al tramonto, insieme, fra sogni, speranze e consapevolezze (anche dolorosamente) acquisite. L’ultimo, per ora, lavoro di Yamashita è un sorriso, è un delizioso pasticcino, un modo per stare bene. Sono due ore in cui, semplicemente, lasciarsi andare e tornare bambini. O forse zii.

Info
La scheda di My Uncle sul sito del Far East.
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-001.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-002.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-003.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-004.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-005.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-006.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-007.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-008.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-009.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-010.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-011.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-012.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-013.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-014.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-015.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-016.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-017.jpg
  • my-uncle-2016-Nobuhiro-Yamashita-018.jpg

Articoli correlati

  • Interviste

    intervista-nobuhiro-yamashita-subrau-shibutani-la-la-la-at-rock-bottomIntervista a Nobuhiro Yamashita e Subaru Shibutani

    A distanza di dieci anni da Linda Linda Linda, Nobuhiro Yamashita è tornato a un film con canzoni e concerti, La La La at Rock Bottom, scritturando un vero cantante, Subaru Shibutani, leader dei Kanjani Eight. Li abbiamo incontrati al festival di Rotterdam.
  • Rotterdam 2015

    la la la at rock bottom recensioneLa La La at Rock Bottom

    di Presentato con grande successo a Rotterdam il nuovo film di Nobuhiro Yamashita, La La La at Rock Bottom, che ritorna alle suggestioni del suo cult Linda Linda Linda.
  • FEFF 2014

    tamako-in-moratorium-cov932Tamako in Moratorium

    di Il nuovo film di Nobuhiro Yamashita conferma le indiscutibili qualità del cineasta giapponese. Al Far East 2104.
  • AltreVisioni

    linda-linda-linda-2005-cov932Linda Linda Linda

    di Con Linda Linda Linda il regista giapponese Nobuhiro Yamashita firma una delle opere capitali dei primi anni del XXI secolo.
  • Festival

    Far East 2017 - 19esima edizione - 21/29 aprile | Quinlan.itFar East 2017

    Diciannovesima edizione, dal 21 al 29 aprile. La consueta immersione nel cinema asiatico: Hong Kong, Cina, Giappone, Corea del Sud, Thailandia, Taiwan, Filippine, Indonesia, Vietnam, Laos, Cambogia...
  • Far East 2017

    intervista-Nobuhiro-YamashitaIntervista a Nobuhiro Yamashita, Yasushi Suto e Ryūhei Matsuda

    A Udine, durante il Far East, abbiamo avuto occasione di intervistare Nobuhiro Yamashita, regista del cult Linda Linda Linda e presente al festival con ben tre film. Con lui c'erano il produttore e sceneggiatore Yasushi Suto e l’attore Ryūhei Matsuda.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento