La follia della metropoli

La follia della metropoli

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Ottimismo, fiducia nell’uomo e anticipazioni del New Deal rooseveltiano. La follia della metropoli di Frank Capra si nutre platealmente di suggestioni del suo tempo senza rinunciare a una vena caustica e polemica. In dvd per Sony e CG.

Negli anni della Grande Depressione, alla Union National Bank il consiglio d’amministrazione è preoccupato per le politiche eccessivamente buoniste e umanitarie di Thomas Dickson, presidente della banca deciso a gestire l’istituto con un volto umano. Troppo innamorato del proprio lavoro, Thomas trascura sua moglie Phyllis, che è sul punto di cedere al corteggiamento di Cyril Cluett, infido funzionario della banca indebitato con un gangster al quale permette di fare una rapina nel caveau. Resterà ucciso un guardiano, e il buon Matt Brown, responsabile del caveau, rischia di finire in prigione per tenere segreto il cedimento amoroso di Phyllis. Intanto in città si diffonde la voce che la banca è in difficoltà e la folla dei correntisti la invade… [sinossi]

Per dare una sterzata a un periodo di difficoltà nella vita, è consigliabile farsi un giro nella filmografia di Frank Capra. Oramai la sua fama è indissolubilmente legata all’idea dell’ottimismo sorridente, della celebrazione dei sani valori americani (riportati però alla loro fonte primigenia), dell’elegia degli ingenui e buoni di cuore che spesso rischiano di perdere tutto per poi vincere sempre, fedeli alla propria onestà e rettitudine morale. Benché con gli anni ciò si sia trasformato in un solidissimo luogo comune critico sul cinema del notissimo italiano naturalizzato statunitense, vi è comunque del vero, perlomeno in molti dei suoi film, specie nei suoi più conosciuti e celebrati.
Spesso dire Frank Capra equivale a dire Franklin D. Roosevelt, New Deal, vitalistico entusiasmo e riscoperta dell’essere umano nei suoi più nobili valori. Non fa eccezione La follia della metropoli (1932), da alcuni considerato già un primo piccolo capolavoro di Capra seppur decisamente meno ricordato di altre sue opere. Il film sembra esser stato co-diretto anche dal glorioso Allan Dwan e da Roy William Neill, ma presenta già ben riconoscibili i tratti marcati dello spirito capriano. Vi è tuttavia da rilevare un altro sentimento che si alterna all’ottimismo e che in modo sotterraneo connota a sua volta i garbati racconti dell’autore: una diffusa ironia sulle debolezze dell’uomo e uno spirito più caustico e corrosivo di quanto spesso non si sia messo in evidenza, che qui trova una propria strada esplicita fin dal titolo originale, American Madness, in cui si dà piena evidenza all’isteria collettiva di una cultura che tutta intera gira intorno al denaro e al profitto. Capra evoca quella dimensione e ne ride in modo garbato, ma intanto ne ride, ne mette in luce gli eccessi, giocando palesemente, almeno in una formidabile sequenza, sul parossismo comico.

La follia della metropoli vede la luce negli anni immediatamente successivi all’acquisizione definitiva del sonoro al cinema e viene a trovarsi in quel particolare clima creativo che va sotto l’etichetta di Pre-Code, ovvero il breve lasso di anni che intercorrono tra l’apparizione dei suoni nelle sale e il rigoroso rispetto del codice Hays, quando in un empito di automoralizzazione Hollywood si dette steccati ben precisi su ciò che poteva e non poteva essere narrato e rappresentato sullo schermo.
In realtà nel film di tracce platealmente Pre-Code non se ne trovano, se non in una certa spregiudicatezza nella rappresentazione della criminalità a contatto col mondo delle banche e un’avvertibile franchezza nell’esposizione della violenza (si vedono spesso rivoltelle in scena e si racconta esplicitamente un omicidio senza troppe perifrasi visive). Forse è ascrivibile al clima di libertà Pre-Code anche la sincerità nella narrazione di un mancato adulterio, che comunque si appoggia a una classica struttura di triangolo, vecchio come il mondo, di cui si dà conto senza particolari enfasi. E in cui, soprattutto, non ci si azzarda neanche lontanamente a mettere in discussione il principio di fedeltà e la giustezza dei valori (il marito è un brav’uomo che ama troppo il lavoro, la moglie è una brava donna solo un po’ trascurata, il corteggiatore è semplicemente un infame).

Il film apparve nelle sale negli ultimi anni della presidenza di Herbert Hoover, quando gli effetti del famigerato “martedì nero” stavano attraversando la loro fase più acuta, e in qualche modo Capra sembra porsi in chiave polemica nei confronti delle politiche adottate dall’allora presidente per affrontare la Grande Depressione. Franklin D. Roosevelt arriverà alla presidenza nel 1933, e in tal senso La follia della metropoli sembra anticipare, preconizzare e auspicare un cambio di passo nella politica (ma più in generale nella cultura del tempo) per ritrovare una rinnovata fratellanza, una comunione d’intenti, lo spirito più puramente americano del “fare del bene”.
Quasi esclusivamente rinchiuso negli interni di un istituto bancario, il film ha una struttura corale in cui si erge comunque a protagonista la vicenda di Thomas Dickson, presidente della Union National Bank che, a sprezzo dei suoi soci, è caparbiamente intenzionato ad adottare politiche più umane e solidali nella gestione della banca. A lui più di tutto non interessa il profitto, bensì il benessere dei suoi correntisti, che chiama tutti suoi amici. È un uomo dedito al lavoro in modo quasi maniacale, motivato da uno spirito di benefattore che ne fa un campione della poetica capriana. Benché uomo d’azione, decisionista e di polso, Dickson è sostanzialmente un ingenuo sognatore che crede al volto umano del capitalismo, determinato a condurre la propria banca come una sorta di chiesa accogliente per persone in difficoltà (e pensare a una banca dal volto umano, nei nostri cupi tempi attuali, fa subito pensare a quanto piacesse a Capra raccontare splendide favole).

Fortemente coinvolto dal suo lavoro, Dickson trascura sua moglie Phyllis, che cade nel corteggiamento dell’infido Cluett, un funzionario della banca indebitato con un gangster al quale permette di compiere nottetempo una rapina nel caveau. Nell’occasione resterà ucciso un guardiano, e qui si apre un ulteriore sipario sull’universo capriano dei saldi valori morali: vi è infatti nel film un’altra figura laterale che assume però un’importanza decisiva per la sostanza etica dell’opera, il buon Matt Brown, responsabile del caveau, fedelissimo di Dickson fino alla venerazione, che ha scoperto la mancata tresca tra Phyllis e Cluett e che, per non mettere a repentaglio il matrimonio del suo ammirato amico, si chiude in una fedele omertà a rischio di ritrovarsi accusato di colpevolezza per la rapina e per l’omicidio.
Vi è insomma una figura di condottiero (Dickson) che però vuol infondere fratellanza e coraggio a tutti quanti collocandosi quasi in una posizione di primus inter pares, e vi è un fedele servitore che lo ammira, legato a lui da un purissimo sentimento di stima e amicizia fino al punto di rischiare la prigione per uno scrupolo morale. Al fondo Matt Brown è un campione di dedizione all’altro, uno spirito buono portatore di saldezza morale che si radica soprattutto nella condivisione e nell’apertura all’altro (ma, attenzione!, sapendo assai bene qual è il suo posto nel mondo e senza mettere minimamente in discussione tale disposizione verticale).

La saldezza morale, la fedeltà ai propri buoni intenti: uno dei fondamenti più riconoscibili del cinema di Frank Capra, che qui sembra entrare in aperta polemica con le prime inefficaci contromisure di Hoover per arginare la crisi, tutte mirate al sostegno delle imprese senza curarsi minimamente del popolo in difficoltà.
La follia della metropoli si mostra così animato da un rinnovato spirito ecumenico che in qualche modo anticipa di pochissimo l’assennato percorso di riforme rooseveltiane, tutte improntate a un nuovo umanesimo, un solidale e caloroso spirito dei tempi di cui Capra sembra un vero compagno di strada. Un ritorno ai sogni, alla speranza, in qualche modo pure alla Frontiera, dal quale ripartire sulla base di valori semplici e fondamentali (l’amicizia, la comunione, la fratellanza) ripudiando le sfrenatezze del profitto ad ogni costo.
Se per buona parte il film assume i tratti di una “commedia drammatica”, a metà del racconto si apre una formidabile e rapidissima sequenza a episodi che dà conto di un frenetico scambiarsi di telefonate in città tra cittadini e correntisti, tutti terrorizzati dal pettegolezzo che la banca è in enormi difficoltà e i risparmi personali sono tutti a rischio. Da lì Capra apre un’indiavolata seconda parte in cui la banca si riempie di clienti decisi a riprendersi i soldi, sforando spesso nella pura comicità.
Si tratta di un piccolo grande saggio di “racconto pazzo”, uno squarcio quasi da screwball comedy mirato alla messa in evidenza della perdita dell’umanità dietro all’ossessione del denaro. Speculare a questa sequenza ve ne sarà un’altra in prefinale, quando un ulteriore giro di telefonate salverà la banca in nome dell’amicizia e della fiducia nell’altro.
In tal modo Dickson ricopre un ruolo ben riconoscibile nell’universo di Capra, ovvero il buon uomo sull’orlo della rovina salvato da una buona azione in questo caso (significativamente) collettiva.

Sarebbe un errore liquidare sbrigativamente La follia della metropoli sotto l’etichetta di “classicità americana”. Nella seconda parte, con la folla montante in banca, Capra mostra di saper maneggiare egregiamente anche i nuovi strumenti del sonoro, lasciando spesso che sia il continuo vociare della folla il vero protagonista. E il montaggio del film appare assai meno lineare e trasparente di quanto si possa prevedere. Basti pensare alle sequenze della rapina e dell’omicidio, e soprattutto all’inseguimento di Cluett nello spogliatoio della banca, in cui lunghe ombre, linee spezzate e spigolosi punti di vista della macchina da presa, con relativa “scompostezza” della figura umana nell’inquadratura, evocano afrori espressionisti.
Così come ricorre l’uso di panoramiche a schiaffo e di piani-sequenza in movimento, alcuni davvero mirabolanti nell’intenzione di legare in un unico movimento più azioni coordinate tra loro, per sottolineare da un lato la frenetica attività della banca e dall’altro, soprattutto, la stretta collaborazione tra gli uomini che lì lavorano. L’efficienza non disumanizzante e fine a se stessa, ma motivata dal bene comune, da un sentire condiviso, dal miraggio della felicità collettiva. Ché siamo tutti amici, correntisti e banchieri, uscieri e direttori, e le anime belle vincono sempre. Una favola, come piaceva a Capra. Ma con la sua oscurità e i suoi caustici accenti, perché i criminali e i consiglieri rapaci, e la folla impazzita dall’ossessione per il denaro, sono dietro l’angolo. Un cinema, anche, a suo modo ideologico.

Extra: assenti.
Info
La scheda di La follia della metropoli sul sito di CG Entertainment.
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