Canola

Canola

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Presentato al Far East Film Festival, Canola è un melodrammone strappalacrime che riflette su un paese, la Corea del Sud, a due velocità, la città frenetica e moderna e la campagna, due stili di vita, due mentalità agli antipodi.

Hye-ji, Hye-ji

Gye-Choon vive nella comunità tranquilla di una piccola isola. L’unica parente che ha è la sua nipotina. Un giorno al mercato la bambina scompare nel nulla. Dodici anni dopo la ragazza torna, ormai adolescente e con una vita da piccola criminale. L’amore incrollabile della nonna riuscirà a riportare serenità nella vita della nipote. [sinossi]
Avvertenza: la recensione che segue contiene necessariamente spoiler.

Un paese a due velocità, dove convivono un mondo urbano e sviluppato, nelle grandi città, e una società contadina, nella campagna o nelle isole. Il cinema sudcoreano ha già avuto modo di riflettere su questo divario sociale e culturale, per esempio in Bedevilled di Jang Cheol-soo o nel meno recente Splendid Outing di Kim Soo-yong.
Rispetto a queste opere, Canola, presentato al Far East Film Festival, del regista Chang, sembra invertire le prospettive, la campagna torna a essere idilliaca, territorio arretrato ma dalla dimensione umana, dove si preservano gli affetti familiari, anche allargati, mentre la città è il terreno della dissoluzione e della corruzione: il primo momento metropolitano vede la ragazza protagonista dedita a quella che sembra un’attività di prostituzione, ma che in realtà si rivela quale un giro di ricatti a sfondo sessuale. E al suo ritorno dopo 12 anni nel villaggio d’origine – almeno come il film fino a quel punto ci fa credere – deve rimuovere alcuni blocchi inculcati dai comfort cittadini, andare a fare i bisogni nella latrina all’aperto, dormire con la nonna.
E proprio l’anziana donna, che continua l’attività di “hae-nyeo”, pescatrice in muta di molluschi, nonostante la sua età, incarna la tradizione, il sapere arcaico, i costumi e l’etica della civiltà di campagna, la dimensione familiare. Quello stupore che non cessa mai per il paesaggio naturale anche subacqueo, reso nel film da una fotografia maestosa, di personaggi che si interrogano se sia più grande il cielo o il mare.

Tutto però si sovverte secondo uno schema già percorso nel cinema, da Olivier, Olivier, il film di Agnieszka Holland, a Changeling di Clint Eastwood, e la ragazza si rivelerà non come la vera Hye-ji, ma come un’impostora che ne ha preso il posto. Dietro un film strappalacrime, che comunque in questo senso funziona, un’opera sul potere del cinema e dell’arte.
Prima di tutto c’è il ruolo del montaggio, nel brusco passaggio, tramite lunga ellissi, delle parti di Hye-ji bambina alla ragazza, che instilla la certezza che si tratti della stessa persona. Cosa che si rivelerà illusoria: Canola, a differenza dei due film citati precedentemente, non lascia spazio al dubbio.
C’è poi il senso della messa in scena, a partire dai raggiri della ragazza, che si costruisce a scatole cinesi. Nella parte finale, quando si vuole ricreare il villaggio come era una volta per la nonna, è come se si allestisse un set, o meglio si riallestisse il set della prima parte del film.
E poi c’è il ruolo della pittura, salvifico. Da notare in questo senso le analogie con l’anime giapponese Colorful di Keiichi Hara. L’arte che rappresenta il ponte tra città e campagna – proprio per una mostra la ragazza torna a Seoul –, il ponte tra i quadri e il pittoricismo dei veri paesaggi naturali, il cielo, il mare; l’arte che rappresenta un’abilità che contraddistingue chi millanta un’identità non sua (nel gioco del doppio è la falsa Hye-ji ad avere il senso artistico). E sull’arte e sulla messa in scena si gioca quel confine tra verità e finzione che permea tutto il film.

Info
La scheda di Canola sul sito del Far East.
Il trailer di Canola su Youtube.
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