Salon Kitty

Salon Kitty

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In occasione dell’omaggio dedicato alla giornalista e sceneggiatrice Maria Pia Fusco, scomparsa pochi mesi fa, al Bif&st 2017 è stato riproposto Salon Kitty di Tinto Brass, elogio del sesso e della donna come strumenti di liberazione dalla dittatura nazista.

Gioia e rivoluzione

Kitty Schmidt è nel ’39 la tenutaria di un bordello di Berlino. Allo scoppio delle ostilità, il giovane tenente delle SS Wallemberg la costringe ad assumere un gruppo di prostitute di rigorosa fede nazista educate a riempire di Eros il riposo dei guerrieri per ottenerne, dopo lo stordimento dei sensi, compromettenti confessioni. Margherita, borghese ribelle amata dallo stesso Wallemberg, scopre la situazione quando un capitano di cui lei si è innamorata viene fatto impiccare. Si confida allora con Kitty e le due si rivolgono al napoletano Dino che le aiuta nella vendetta. [sinossi]

Erotismo e politica, sesso (e dunque gioia) e rivoluzione. È stato un omaggio sorprendente e anti-retorico quello che il Bif&st 2017 ha tributato alla giornalista e sceneggiatrice Maria Pia Fusco, recentemente scomparsa, scegliendo di accompagnare ad un breve ricordo da parte dei colleghi, la proiezione di Salon Kitty, pellicola del 1976 da lei co-sceneggiata insieme a Ennio De Concini e al regista Tinto Brass. A sorprendere è stata soprattutto la forza ancora e, anzi, soprattutto oggi, deflagrante dello spirito libertario e anti-borghese del film, raffinato apologo sulla dittatura e le sue dinamiche, declinato in una scrittura romanzesca ma anche ironica, il perfetto contrappunto per quei toni schietti e forbiti che la Fusco sapeva inserire nei suoi pezzi su Repubblica.

Primo capitolo di una trilogia sul potere che dopo Caligola (1979) avrebbe dovuto prevedere anche un film sui Borgia mai realizzato, Salon Kitty rappresenta una sorta di spartiacque all’interno della filmografia di Tinto Brass, tra una prima parte della carriera animata da barlumi di un cinema di impegno civile (Chi lavora è perduto) e una seconda che, pur senza mai perdere l’irriverenza e il divertito anarchismo, sarà tutta dedita all’erotismo.

Mescolando temi storici, metafore sociopolitiche e romanzo d’appendice condito di sensualità Salon Kitty rispecchia temi e topoi di alcune pellicole coeve che a partire da La caduta degli dei (1969) di Luchino Visconti (con cui ha in comune i due interpreti principali Ingrid Thulin e Helmut Berger), passa poi per Il portiere di notte (1974) di Liliana Cavani e il capolavoro pasoliniano Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) per approdare al filone della nazisploitation (Ilsa la belva delle SS di Don Edmonds ed epigoni), poi omaggiato da Quentin Tarantino in Grindhouse attraverso il trailer del film (purtroppo ad oggi inesistente) Werewolf Women of the SS, diretto per l’occasione da Rob Zombie.

Protagonista di Salon Kitty è l’attrice bergmaniana Ingrid Thulin, nei panni della tenutaria di un bordello multietnico nel centro di Berlino. Kitty si ritrova in difficoltà quando il tenente delle SS Wallenberg (Helmut Berger) fa chiudere il suo postribolo imponendole una nuova location fuori città e una selezione di prostitute ariane di ferma fede nazionalsocialista. Tra queste c’è la ribelle Margherita (Teresa Ann Savoy, scomparsa quest’anno) che si innamora di un giovane ufficiale prossimo a disertare. Quando l’amato viene impiccato per ordine di Wallenberg, diventa chiaro quanto il nuovo bordello di lusso sia in realtà un centro di spionaggio, utilizzato dalle SS per carpire i segreti di letto dei suoi frequentatori. Margherita e Kitty si uniranno allora nella lotta per detronizzare il perfido Wallenberg e l’arma prescelta per questa vendetta sarà la vagina.

Il sesso contro il potere, l’ultima arma rivoluzionaria, latrice di gioia per i puri, di morte per chi si è compromesso con la dittatura. È questo il semplice e irriverente assunto attorno al quale ruota Salon Kitty, un film profondamente anti-borghese che fa della donna e del suo organo sessuale l’arma liberatoria dal nazismo, così come in tempi più recenti ha fatto (ma lì erano la donna e il cinema) Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria.

Inoltre, in Salon Kitty il tradizionale dualismo tra “eros e thanatos” (tipico poi della nazisploitation) si fa più che mai politico e in senso marcatamente socialista: è il sesso e non la morte, come nella poesia di Totò, la livella che ci rende uguali, assimilabili l’uno all’altro. È nel tepore e furore del talamo che ogni uomo e ogni donna, pur inscenandone le dinamiche, trovano attraverso la gioia dell’orgasmo, la giusta conciliazione tra sopraffazione e sottomissione.

Quanto al ruolo “sociale” della prostituta da bordello (che tornerà nel suo cinema in Paprika, 1991) Tinto Brass adotta lo stilema dell’imprenditrice di se stessa tipico di tanto cinema western americano e che vede una sua declinazione crepuscolare ma vitale in I compari (1971) di Robert Altman o, più tardi, nel personaggio di Ella Watson in I cancelli del cielo (1981). Anche in Salon Kitty, infatti, la prostituta è la pioniera che prelude a un mondo nuovo, incarna il volto positivo di un capitalismo che mercanteggia con l’arma più onesta, il corpo, un’indipendenza economica che ha il profumo della libertà, laddove l’uomo sostituisce invece vigliaccamente al membro virile la sua propaggine di ferraglia, ovvero le armi da fuoco, portatrici di morte.

Certo, questo avventuroso romanzo di formazione e vendetta perde un po’ quota e mordente quando si allontana dal versante metaforico per dedicarsi, seppur brevemente, alla storia d’amore tra Margherita e l’ufficiale delle SS sul punto di disertare. Il versante romance di Salon Kitty ha infatti un gusto vistosamente kitsch, sottolineato da location romane anacronistiche come il ponte di ferro dell’Ostiense con il caratteristico skyline del Gazometro o, per quanto riguarda gli interni, dalle evidenti tapparelle di sfondo in alcune sequenze, che vanno a cozzare con il realismo sensuale dei peli sotto le ascelle. Ma pazienza, l’evidenza di questi dettagli porta a pensare che l’autore li abbia concepiti proprio così, per essere visti, per riportare la sua storia su un piano di finzione ostentato e fiero.

Con un esplicito gusto pop e colto, Brass infarcisce poi il film di numeri musicali (strepitoso l’incipit con una Ingrid Thulin dalla doppia faccia, maschile e femminile), si prodiga in ironici zoom e mascherini circolari, si dedica con gusto alla satira più irriverente quando con un montaggio quasi di stampo ejzenstejniano passa da una lezione di fisiognomica alla macellazione di un maiale e approda a una cena di pingui rappresentanti della borghesia dalle labbra bisunte intenti con foga a nettarsi i denti con le dita.
Per quanto riguarda invece la varia umanità ospite del salone-bordello di Kitty, il regista si compiace nel mescolare art nouveau, espressionismo, Neue Sachlichkeit e cubismo, citazioni dai quadri di George Grosz, Otto Dix e Tamara de Lempicka, il tutto condito da notevoli dosi di sapida ironia che culminano in un esilarante balletto di stampo dissacratorio e postmoderno, dove un gruppo di uomini vestiti da dervisci sono pronti a sollevare le sottane al ritmo di un can-can mostrando i loro disarmati (e disarmanti) membri oscillanti. E d’altronde la Kitty del film riesce a digerire l’imposizione del nuovo menù di prostitute ariane proprio perché in esse vede soltanto un’altra serie di freaks, di outsiders. Cosa c’è d’altronde di più grottesco di una selezione di devote nazionalsocialiste pronte a tutto per il partito?

Contrario ad ogni morale, il gusto per il deforme di Brass indica costantemente un’adesione tollerante, curiosa e umanissima verso l’eccentrico. Il ruolo cui il regista aspira e con cui pare identificarsi è infatti quello del buffone di corte, del nano (tra i nani) irriverente che le canta sonoramente al Sovrano di turno (e al potere in senso lato) proprio all’interno della sua corte. È questo forse, sembra volerci dire il regista, l’ultimo ruolo possibile per l’intellettuale. Un insegnamento, o forse una magnifica utopia, che sarebbe oggi più che mai opportuno recuperare.

Info
La pagina dedicata a Salon Kitty sul sito del Bif&st 2017.
Il trailer del film.
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