Soul on a String

Soul on a String

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Presentato in collaborazione tra il Far East Film Festival e il Trento Film Festival, Soul on a String rappresenta il secondo capitolo dell’avventura tibetana di Zhang Yang, dopo Paths of the Soul. Ancora un viaggio verso una montagna sacra dove l’antropologia si mescola con stilemi di genere, western, wuxia e fantasy.

Ritorno alla montagna sacra

In un Tibet senza tempo, Tabei, un criminale ucciso da un nemico, viene risuscitato e incaricato di portare un amuleto in un luogo sacro nel lontano nord. Nel viaggio si uniscono a lui una donna, Chung e un misterioso bambino. Ma altre persone lo seguono con ostili intenti. [sinossi]

Secondo capitolo di quello che per ora risulta come un dittico sul Tibet, dopo Paths of the Soul, per il regista Zhang Yang che con Soul on a String ancora propone un viaggio nei paesaggi immensi e maestosi, di personaggi in cerca di una montagna sacra, meta del loro peregrinare ma anche destinazione metaforica della propria esistenza, in un percorso dove aleggia la morte ma anche la possibilità di rinascita o reincarnazione.

Un ragazzo suona l’armonica a bocca inginocchiato, sembra Armonica/Charles Bronson di C’era una volta il west. Una sacra pietra è il tesoro misterioso che custodisce gelosamente il protagonista Tabei. Un uomo, dal tipico cappello da cowboy segue i protagonisti. Faide familiari si perpetuano tra generazioni per placare una sete di vendetta, secondo un karma ereditario. Conflitti di spade e scimitarre che si riducono al classico duello, e come in Barry Lyndon c’è il Lord Bullingdon di turno che inferisce sull’avversario che ha porto l’altra guancia.
Elementi chiari del cinema di genere che fanno di Soul on a String un western metafisico, un wuxia permeato di filosofia buddista alla King Hu (come A Touch of Zen ma soprattutto Legend of the Mountain).
E come nel cinema del Maestro, gli universi sconfinati dei paesaggi di montagna confluiscono a un certo punto nella dimensione spaziotemporale chiusa della locanda, o del saloon, snodo narrativo, crocevia delle parabole dei personaggi. Ma proprio come i personaggi erranti del film si perdono spesso in campi lunghissimi, inghiottiti nei paesaggi come puntini tra altopiani, maestose cime all’orizzonte, dune di sabbia, laghi che specchiano il cielo nuvoloso, così gli stilemi di genere si diluiscono in una visione antropologica della popolazione tibetana con i suoi miti ancestrali connaturati a quei paesaggi naturali stupefacenti, con i suoi mantra che i diversi personaggi recitano all’unisono in luoghi diversi, mostrati con montaggio alternato.

Soul on a String è interamente pervaso dal tema della morte, morte che deve essere preannunciata dal suono di un flauto. Ma è una morte aleatoria, come quella della bambina che sa di avere un male incurabile e vuole reincarnarsi in un cervo, o quella dello stesso Tabei che rinasce. L’anima si trasmette come la pietra sacra e la vita è come le corde dello strumento musicale ad arco, che devono essere riannodate o sostituite.
E Soul on a String è un film popolato di fantasmi, come lo stesso Tabei, o Pu, come viene battezzato il misterioso bambino muto che a volte indossa una maschera, come se fosse una figura di un teatro tradizionale: e a un certo punto del film, Zhang Yang mostra proprio una forma di rappresentazione folcloristica. Un bambino che non appare a tutti, la locandiera non lo può vedere, è una presenza spirituale. Così come l’immagine sulla schiena di Tabei che non è percepibile al nostro occhio di spettatori, un’immagine che dovrebbe essere topografica, indicare una meta, ma la direzione è esclusivamente spirituale.

Tra le funzioni narrative dei personaggi di Soul on a String compare quella stessa dello scrittore, che si identifica con il personaggio da western, che scrive la storia stessa del film, e che può dialogare con il lama incarnato, entità che si manifesta come voce off. Scrittore che non riesce dare la chiusura alla storia, siamo in un universo dominato dalla ciclicità. Mentre il punto di vista del regista, e dello spettatore, può combaciare con quello degli archeologi intenti negli scavi, che compaiono nell’unico momento del film dove si avverte la presenza di una civiltà tecnologica, con i furgoni e i container. E proprio agli archeologi una donna si rivolge per chiedere lumi sul suo uomo che è scomparso da otto anni.
Un approccio antropologico, filtrato dal romanzo da cui il film è tratto, di Tashi Dawa che è anche co-sceneggiatore, che tuttavia prova empatia per la situazione trattata, riduce le distanze. Soul on a String è un film ermetico e criptico, non avendo i rudimenti minimi della filosofia tibetana, ma proprio per questo di un fascino abbacinante.

Info
La scheda di Soul on a String sul sito del Far East.
Il trailer di Soul on a String su Youtube.
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