Vigasio Sexploitation

Vigasio Sexploitation

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All’interno di Apocalissi a basso costo, il focus del Future Film Festival dedicato all’indie italiano dedito al fantastico, trova spazio anche Vigasio Sexploitation, folle pastiche ultra-pop in due parti creato da Sebastiano Montresor. Una prima metà in bianco e nero, che guarda a Lynch e al cinema di ricerca, bombardata da una seconda parte che dà nuova linfa alla poetica di Russ Meyer, tra donne che sparano mitragliate dai seni e uova spaziali.

Oltre l’infinito

Volume 1. Un uovo proveniente dallo spazio infetta gli abitanti di Vigasio. L’Agente Danger viene inviato dall’Agenzia per investigare sul caso e trovare l’antidoto al virus.
Volume 2. Il dottor Moreau riesce a portare sulla Terra un alieno in grado di risolvere il problema della desertificazione causata dall’arresto dell’asse terrestre. L’alieno spiega come sul suo pianeta il problema sia speculare: la notte non ha fine…
[sinossi]

Vigasio Sexploitation, suddiviso in due capitoli partoriti dalla mente di Sebastiano Montresor a un anno di distanza l’uno dall’altro, è uno di quei rari esempi di opere indipendenti che non assomigliano a niente e nessuno. Indipendente, per l’appunto, ma non solo per una mera questione produttiva. È come se non esistesse un prima e un dopo, per Vigasio Sexploitation: esso vive, ovviamente, ma in un angolo dello spazio-tempo che non sembra avere alcun appiglio concreto con il reale, con il quotidiano. Che non ci fosse nulla di ordinario nel cinema di Sebastiano Montresor era chiaro già ai pochi fortunati che avevano avuto in sorte di imbattersi ne L’eredità di Caino, co-diretto da Montresor insieme a Luca Acito, sorta di claustrofobico amplesso tra von Sacher-Masoch e la loggia nera del Twin Peaks lynchiano che ebbe una gestazione post-produttiva assai lunga ma venne girato in cinque settimane, utilizzando un unico interno, cavità mentale/corporea/(ir)reale nel quale mettere in pratica il gioco al massacro tra i protagonisti; uno scacco matto alle putrescenze del teatro filmato, che azzanna alla giugulare lo spettatore.
Questo cielo nero in una stanza si trasforma, solo un pugno di anni dopo, in tutt’altro. Lo spazio scenico racchiuso e delimitato si perde negli spazi rurali di Vigasio, meno di diecimila abitanti in provincia di Verona, quasi al confine con la Lombardia; lì Montresor vive, e lì prende vita il “cinema agricolo”, manifesto antidogmatico che parla di cinema misero che attraverso la sua forza d’immaginario sa trarsi d’impaccio dalle miserie paludose del reale. Come già L’eredità di Caino, e come sarà poi nel dittico K smette di fumare/Q smette di ricordare, Montresor affronta la storia che prende corpo sullo schermo con un’attitudine che solo da un occhio disattento può essere percepita naïf; nei due capitoli di Vigasio Sexploitation l’alto e il basso non solo si fondono l’uno nell’altro fino a divenire indivisibili, ma perdono qualsiasi accezione, positiva o meno che sia. Per quanto all’interno del suo cinema siano ravvisabili codici estetici e linguistici che rimandano a esperienze pregresse, la cinefilia non si trasforma mai in atto onanista, autofaga cannibalizzazione del già creato. Montresor è un anarchico battagliero il cui scopo è quello di bombardare l’immaginario dello spettatore. Non ci si sente al sicuro, durante la visione di Vigasio Sexploitation, ma si prova il sottile brivido dell’ignoto, dell’inatteso, dell’imprevedibile.

Come già scritto, Vigasio Sexploitation è suddiviso in due parti distinte, strettamente connesse al punto da non poter esistere l’una senza il supporto dell’altra, eppure quasi antitetiche nella loro estetica. La prima metà, il volume 1 (la ripartizione à la Taratino di Kill Bill non sembra affatto casuale), è un’opera muta inguainata in un bianco e nero lavorato da Daniele Trani con delle vaghe reminiscenze verdognole: se lo spunto esplicito è William Burroughs e il suo The Soft Machine, e il film riverbera striature di Cronenberg, c’è una vertigine sci-fi e horror d’antan che serpeggia sotterranea. Tra apparizioni di neo-baccelloni (ma l’uovo alieno porta con sé inevitabili ipotesi di rapaci xenomorfi) e combattimenti a colpi di motosega, Montresor celebra uno sposalizio tutt’altro che ovvio tra l’orrore del tempo che fu, cristallizzato nella figura della mummia, e lo spaesamento postmoderno, con David Lynch come stella polare e l’avanguardia che si unisce alla glorificazione del popolare. Le baraonde del trash si lasciano sedurre dal misterico e aleggiano fantasmatiche tra gli intratitoli che sovvertono l’ovvio, depauperano il cataclisma in scena del suo “diritto” al frastuono e al dialogo, inceppano la macchina – morbida? Si inizia a intravvedere anche il gusto del deforme che Montresor sublimerà nel volume 2, come testimoniano le sapide ossessioni in odor di Buñuel e soprattutto la donna-Dixan….
Poi, con la seconda parte di Vigasio Sexploitation, arriva il colore. E che colore! Là dove la prima metà si era costruita attorno a una deliberata desaturazione di ogni umore del popolare – proprio per restituirne l’essenza primigenia, e dimostrarne una volta per tutte la potenza deflagrante –, la seconda e conclusiva parte spara all’impazzata contro lo spettatore. Tutto ciò che era silente e immerso nell’oscurità diventa visibile, materiale, e iper-cromatico: l’azione si velocizza, il dialogo impazza, i colori prendono possesso della scena, ogni dettaglio accelera, quasi si stesse schiantando come un kamikaze dell’immaginario contro i portoni serrati della prassi. Lynch e Cronenberg lasciano ben presto il passo a Russ Meyer, vero nume tutelare di questo segmento che tra donne biker baffute, alieni/televisore, donne fecondate da frecce lanciate nella loro vagina, maggiorate che sparano proiettili dai seni, racconta di un mondo in eterno rifacimento, e quindi in eterno disfacimento. Attraverso questa peculiare rappresentazione del corpo, delle sue infinite possibilità e delle sbrindellate morali che vorrebbero tenerlo recluso, occluso alla vista, Montresor aggira i vincoli della (auto)censura rivendicando il diritto allo sguardo, e alla sua sfaccettata stratificazione. Come un’Apolinnaire della videocamera, il regista veneto racconta l’amore attraverso la possessione, l’etereo attraverso il tangibile, l’effimero passando per le forche caudine – sempre benemerite – del corpo, dei suoi umori, delle sue imperfezioni.

Spassosa centrifuga che azzanna il visibile senza mai alcuna vergogna o pentimento, Vigasio Sexploitation è un oggetto cinematografico che non ha eguali, e non solo rimanendo nell’angusto panorama italiano; quello, semmai, è completamente messo alla berlina, scorticato vivo, lapidato per il peccato più grande e irrimedibile, quello di non saper osare e di non voler osare. Se il cinema italiano “istituzionale” ha quasi completamente dimenticato l’istinto alla sovversione, alla negazione anche urlata e sporca della prassi, Montresor filma un’opera che non ha speranza alcuna di trovare una destinazione diversa dall’ostracismo. Vive nell’ombra, Vigasio Sexploitation, perché la luce del sole è invasa da una finzione palese che vorrebbe farsi leggere quale “reale”, “credibile”.
Nello stantio ristagno di un cinema che ha perduto l’ambizione, Montresor segna il punto di (ri)partenza sfruttando le armi del popolare, e lambendo senza alcuna reticenza i confini del trash. Un’operazione intellettuale che vibra delle pulsioni più sincere del popolare, osmosi tra mente e corpo che non è possibile replicare e che in molti, in troppi, continueranno a ignorare. Purtroppo.

Info
Il trailer del primo capitolo di Vigasio Sexploitation.
Il trailer del secondo capitolo di Vigasio Sexploitation.
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