Apollo 54

Apollo 54

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Girato nel corso di tre anni, Apollo 54 è un’irriverente e ironica rilettura di alcuni miti dello sci-fi in chiave romana (gli esterni sono quelli di Manziana e del lago di Martignano) e a bassissimo costo, pur con un uso non banale della computer grafica. Demenzialità con un occhio a Dark Star e un artigianato ludico che rimane impresso nella memoria. Quando l’ingegno supera le limitatezze del budget.

Risalire il cavo

Il mondo è in subbuglio a causa di una strana sequenza di simboli che interrompe le trasmissioni televisive. Gli esperti non riescono a venirne a capo. Nel cuore di un fitto bosco, Bobby Joe trova un misterioso cavo d’acciaio che si eleva a perdita d’occhio verso il cielo. Bobby Joe costruisce in gran segreto un’astronave-funivia e, accompagnato dall’aiutante Jim Bob, inizia a risalire il cavo. [sinossi]

C’è un cavo da risalire, in Apollo 54, per cercare di raggiungere la “verità”, quale essa sia. Perché sulla Terra si interrompono le trasmissioni televisive? A chi vanno addossate le responsabilità? Ecco dunque quel cavo metallico da risalire, attraverso un’astronave che è però una funivia. O anche il contrario, ovviamente. È già tutto in questa dicotomia, il senso del film di Giordano Giulivi, una delle “apocalissi a basso costo” scelte per rappresentare il cinema fantastico italiano indipendente al Future Film Festival di Bologna. C’è già tutto in quell’immagine riflessa che vede da un lato la tensione verso l’assoluto, lo spazio, l’immensità dell’ignoto, e dall’altro un cavo metallico; qualcosa di tangibile, di esistente, di impossibile da non considerare reale, concreto.
Compie in questo 2017 dieci anni Apollo 54, che all’epoca fece parlare di sé soprattutto nei salotti già in qualche modo avvertiti, ma per il resto preferì combattere la propria battaglia all’estero, passando di festival in festival, cercando di trovare quel microcosmo in grado di comprendere la portata di un’avventura di questo tipo. Ovviamente è facile fermarsi alle limitatezze del budget a disposizione per segnalare un perimetro, una zona (non) protetta nella quale posizionare il film che Giulivi ha diretto lavorando a stretto contatto con un team che è in tutto e per tutto un collettivo di lavoro (con il regista il fratello Duccio Giulivi, e poi Silvano Bertolin e Luca Silvani, tutti accreditati alla voce “sceneggiatura”). [1]

Un errore comune, quello di assegnare all’indie nostrano un luogo designato, quasi si stesse cercando di creare un ghetto più che un’area protetta, un posto dal quale non uscire, non elevarsi, non tentare in nessun modo di costruire un ponte ideale con quel mondo del medio e alto budget che pare quasi parlare una lingua diversa. Aliena. A dieci anni di distanza dalla sua apparizione sugli schermi, Apollo 54 segnala una serie di distonie e di evidenze impossibili da sottostimare. Non è cambiato un granché il panorama nazionale da allora, nonostante l’espansione a macchia d’olio di tecnologie sempre più avanzate e (almeno all’apparenza) alla portata di tutti. Oggi come allora si guarda con diffidenza il prodotto non mainstream, non contrappuntato, non chiuso alla perfezione. Non dogmatico.
Lo si guarda con diffidenza perché a voce lo si considera sterile, o poco utile al sistema, ma in realtà si avverte in profondità il ribollire di qualcosa che potrebbe davvero danneggiare l’industria. L’idea. Giulivi e i The 54 Production (così si chiamano i suoi compagni di battaglia) non portano solo a termine una spassosa deriva nello spazio, con evidenti citazioni carpentieriane e o’bannoniane, che mette alla berlina alcuni dei topos più conclamati del genere fantascientifico e gioca con la filosofia, il concetto di mezzo/messaggio e il mondo “a portata di clic”. No. Apollo 54 involontariamente scoperchia il pentolone sempre sobollente dell’idea che si contrappone alla prassi. E la manda all’aria.

La povertà di mezzi economici non viene solo risolta con un brillante utilizzo degli effetti digitali – e la scelta lungimirante di virare tutta la fotografia in seppia, un po’ per mascherare le inevitabili differenze di luminosità, ma soprattutto in grado di estrarre il film dal riquadro del tempo, per lanciarlo in un campo gravitazionale che lo cristallizza, rendendolo privo di evidenti collocazioni – ma rivendica la propria urgenza in una scenografia sgangherata quanto essenziale. Il cinema come artigianato per necessità ma anche per scelta: non si accetta in maniera prona la mancanza di mezzi, la si trasforma in ideologia, in appartenenza quasi di classe.
È una battaglia proletaria, in qualche modo, Apollo 54, sagace commedia che attraverso il battibecco pressoché ininterrotto tra i due protagonisti – uno più ebete dell’altro – trascina lo spettatore in una sarabanda di disavventure che giocano con lo slapstick e con la commedia all’italiana, con la situation-comedy e con il grottesco. Una gentile e amorosa ricognizione priva di idolatria nello sci-fi, in grado di dimostrare la vitalità di un mondo (di)sconosciuto dall’istituzione, ma vivo. In grado di attraversare lo spazio a bordo di una funivia. O di far arrivare un’astronave dalle parti di Manziana, neanche 40 chilometri dal centro di Roma. Potenza dell’immaginario che non ha mai davvero bisogno di soldi.

NOTE
1. L’idea di collettivo è indispensabile per gran parte dell’indipendenza italiana. Rimanendo alla selezione bolognese basterà citare l’esperienza dei pratesi John Snellinberg (autori dei lungometraggi La banda del Brasiliano e Sogni di gloria, oltre che di numerosi corti e videoclip) e dei livornesi Licaoni, responsabili del lungo Kiss Me Lorena ma presenti al Future con i lavori sulla breve distanza Last Blood e Olivia, quest’ultimo con la collaborazione agli effetti speciali visivi del Federico Sfascia di Beauty Full Beast, I rec u e Alienween.
Info
Il trailer di Apollo 54.
Il sito ufficiale di Apollo 54.
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