Scandal – Il caso profumo

Scandal – Il caso profumo

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Promettente opera prima dello scozzese Michael Caton-Jones, Scandal rievoca il caso Profumo che scosse il quadro politico britannico agli inizi degli anni Sessanta. Graffiante e provocatorio atto d’accusa contro l’ipocrisia, con qualche eccesso patinato. In dvd per Pulp Video e CG.

Fine anni Cinquanta. L’osteopata Stephen Ward, con ottime entrature presso le alte sfere del potere politico britannico, conosce in un club Christine Keeler, diciottenne ambiziosa. Stephen prende la ragazza sotto la sua ala protettiva e la introduce in un giro di piaceri privati insieme all’amica Mandy. Nel giro di pochi anni Christine incontra tramite Stephen il ministro della Guerra John Profumo, sposato all’ex-attrice Valerie Hobson, intrecciando con lui una breve relazione. Il flirt tra i due diventerà di dominio pubblico provocando un terremoto nel governo retto dal conservatore Harold Macmillan e sfociando in un processo con conseguenze tragiche. [sinossi]

Ci sarebbe tutto un filone interessante, pressoché sterminato, da indagare più a fondo nella storia del cinema: quello delle opere prime promettenti che poi si disperdono nel prosieguo della carriera di un autore. Scandal – Il caso Profumo (1989) di Michael Caton-Jones appartiene un po’ a tale categoria. Non è un capolavoro e almeno sul piano estetico è invecchiato in fretta, ma lo scozzese Michael Caton-Jones ebbe quantomeno il coraggio di rievocare un caso spinoso della storia politica britannica adottando chiavi problematiche e dando vita a personaggi (almeno in un caso) davvero appassionanti.
In seguito Caton-Jones si è lasciato irretire da un piccolo cabotaggio hollywoodiano (nella sua filmografia figura pure Basic Instinct 2, 2006) con qualche altra occasione interessante, ma in generale le attese sollevate dall’opera prima Scandal non hanno avuto seguito.
Al tempo della sua uscita il film ebbe una certa risonanza e anche un discreto successo di pubblico, vuoi perché specie in Italia fu pubblicizzato dandone un’immagine fuorviante, tutta centrata sul pruriginoso, vuoi perché il caso Profumo andava a stuzzicare la curiosità del pubblico per l’intrico tra politica e trasgressione. Vuoi perché, specie in Gran Bretagna, affrontare il caso Profumo significava andare a toccare un nervo scoperto (e prontamente rimosso) della politica interna.

Sulla scorta di un’intelligente sceneggiatura di Michael Thomas, Scandal rievoca infatti volti e avvenimenti che nel giro di pochi anni, tra il 1959 e il 1963, travolsero nel Regno Unito il governo conservatore di Harold Macmillan, accelerandone le dimissioni e, a detta di esperti e studiosi, favorendo la sconfitta del partito alle successive elezioni politiche. Il polverone si sollevò intorno al Ministro della Guerra John Profumo, che sulle prime dovette negare davanti al Parlamento di aver avuto una relazione con la giovanissima Christine Keeler, conosciuta in un torbido giro di lussurie, per poi gettare la maschera davanti all’evidenza, dimettersi e ritirarsi a vita privata. Un ruolo centrale nella vicenda fu ricoperto da Stephen Ward, osteopata con ottime entrature nelle sfere alte del potere che, innamorato del piacere, aveva fatto conoscere Christine e un’altra ragazzina, Mandy, non solo a Profumo, ma anche ad altri Lord parlamentari e perfino a una probabile spia sovietica, motivo per cui tra le varie accuse che seguirono nel relativo processo figurò anche di aver messo a rischio la sicurezza nazionale. L’unica vera vittima, secondo la tesi del film, fu in ultima analisi Stephen Ward, che non reggendo alla vergogna dello scandalo, e abbandonato da tutti gli ex-amici di potere, si tolse la vita.

Spiazzando un po’ le aspettative, Caton-Jones tratta per una buona metà la propria materia narrativa con bello spirito grottesco e graffiante, in cui si dà conto di un sottobosco di feste e festini guardati senza alcuno sguardo accusatorio, ricondotti alla loro dimensione di gioco. C’è anzi nei festini organizzati da Stephen Ward qualcosa di piacevole e liberatorio, lontano da qualsiasi approccio moralistico. Intelligentemente la sceneggiatura sceglie infatti di puntare il dito non certo verso pratiche private, e nemmeno più di tanto verso lo sfruttamento di belle diciottenni, bensì verso un assoluto culturale che è grandemente britannico quanto mondiale: l’ipocrisia, sia individuale sia di un intero sistema di potere, che al primo cenno di dissesto innesca uno spietato meccanismo di ritorsione in cerca di facili capri espiatori.
Da quanto emerge dal film, Stephen Ward non è uno stinco di santo, si ipotizza che non sia nemmeno un vero dottore e che eserciti abusivamente la professione, ma non è affatto un mostro né uno sfruttatore della prostituzione come si volle far credere durante il processo. Una delle chiavi più intriganti e più riuscite del film sta proprio nella narrazione del suo rapporto con Christine Keeler, che non fu mai radicato sullo sfruttamento monetario bensì su un’eccentrica idea d’affetto e d’amore. Con lei Ward non fece mai sesso né la trasformò in fonte di lucro, e per vie sottili si allude anche a una disinvolta bisessualità dell’uomo; i due convissero a lungo tra alti e bassi, ma Ward non fece altro (stando al film) che incoraggiare la ragazza a intrecciare relazioni per lei fruttuose anche (ma non solo) sotto il profilo economico.
In tutto questo il vero mostro sta in realtà nella strisciante minaccia dell’ipocrisia, dalla quale a un certo punto viene travolto pure Ward. Tanto che Ward si trasforma in mostro solo nell’attimo in cui, di fronte all’imminente scandalo, cerca di scaricare Christine per salvarsi la faccia, spaventato dal fantasma dell’esclusione sociale. In un bel monologo è lo stesso Ward a indicare la strada più pertinente per la lettura del film: cresciuto nella paura dello stigma, quest’uomo godereccio e malinconico dà voce all’ingiustizia del vivere nascosti. Si può fare più o meno tutto, basta che non si sappia in giro.

Vista la portata nazionale di alcuni dei personaggi coinvolti, Caton-Jones cerca (non sempre riuscendoci) di rifrangere in senso ampiamente culturale la portata di una vicenda ormai lontana nel tempo. È la repressione di un’intera cultura a rendere “prostituta” chi non lo è. In tal senso è da leggere il netto rifiuto di Christine per l’etichetta di prostituta durante il processo: in un sistema culturale che confina il piacere nella clandestinità, le etichette piovono dall’alto e dal basso secondo meccanismi di immediato stigma sociale. Se Ward cerca di difendersi affidandosi agli strumenti dell’ipocrisia, il sistema politico, con tutta la forza di cui dispone, si richiude su se stesso facendogli il vuoto intorno. L’ipocrisia di Stato è troppo più forte di quella di un meschino individuo. Così anche il processo, che pure appare sacrosanto, è condotto in realtà secondo schemi di moralismo e repressione, e pure con qualche sospetto di strumentalità politica, con totale disinteresse per le ricadute sulle vite di Stephen e Christine, veri capri espiatori di un sistema che cerca di tutelarsi per continuare a esistere, semplicemente tramite una muta di pelle. Anzi, cambiando tutto perché nulla cambi, perché certe viziosità restino tali solo nello sguardo di chi vede e giudica.
Pure Scandal è un film che cambia pelle più volte: avviatosi come una graffiante commedia, vira poi verso una chiave originale di dramma intimo e pubblico al contempo, con netta predilezione per lo scavo dei personaggi.

Caton-Jones tenta qualche affondo anche nel ritratto di Christine, ma splendido protagonista si erge in realtà lo Stephen Ward interpretato da John Hurt, scandagliato in tutte le sue contraddizioni. A nessuno dei personaggi del film si riesce veramente ad affezionarsi, e nemmeno a lui: ambiguo, pavido, fintamente spregiudicato, ma anche straordinariamente umano. Si ha anche l’impressione generale che Scandal resti più in superficie di quanto avrebbe potuto, zavorrato in questo da scelte stilistiche molto in linea con l’estetica anni Ottanta. È un film patinato che riveste di un gusto pubblicitario-videoclipparo una storia negli intenti dirompente, ma in tale approccio visivo si continua a percepire un sostanziale ammiccamento verso il pubblico: gli anni Sessanta più anni Ottanta che si siano visti sullo schermo, ivi compresa la canzone composta per il film, “Nothing Has Been Proved” scritta dai Pet Shop Boys e cantata da Dusty Springfield, che irrompe inaspettata sui titoli di coda.
Uno sguardo così complice e ammiccante cozza notevolmente con l’idea di voler fare polemica culturale, e si finisce per credere solo fino a un certo punto agli intenti autoriali di Caton-Jones. Così come il quadro storico-sociale risulta assai meno pregnante di quanto avrebbe potuto essere. Resta però una buona direzione di un comparto attoriale decisamente interessante, dal già citato John Hurt in grandissimo spolvero al rampante duo femminile Joanne Whalley-Kilmer e Bridget Fonda, fino al laterale Ian McKellen nei panni del ministro Profumo. Tutti convocati al tavolo dell’ipocrisia, che permette di vivere solo a determinate condizioni e con qualche privilegio in più per chi sta lassù in cima. Per Stephen è previsto il suicidio. Per Christine il carcere. Per il ministro Profumo l’esilio dalla vita pubblica, ma con una pronta riabilitazione tramite la consueta dedizione ad opere di bene. Ognuno vittima a modo proprio di un sistema repressivo, con gigantesche differenze nel grado di condanna.

Extra: commento audio con il regista Michael Caton-Jones; commento audio con il produttore Stephen Woolley e lo scrittore Michael Thomas; galleria fotografica.
Info
La scheda di Scandal – Il caso profumo sul sito di CG Entertainment.
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