Intervista a Nobuhiro Yamashita, Yasushi Suto e Ryūhei Matsuda

Intervista a Nobuhiro Yamashita, Yasushi Suto e Ryūhei Matsuda

È uno dei registi cui il pubblico del Far East Film Festival è particolarmente affezionato fin dai tempi del cult Linda Linda Linda, che tutti ricordano. Stiamo parlando di Nobuhiro Yamashita che quest’anno a Udine presentava ben tre film. Il primo, Over the Fence, è ancora una sua storia di marginalità, quella di un disoccupato interpretato da Joe Odagiri, e di riscatto nella catarsi finale tipica del regista, stavolta rappresentata da una partita di baseball. Il secondo, My Uncle, è una deliziosa commedia sulla figura di uno stralunato professore di filosofia, interpretato da Ryūhei Matsuda, che si trasferisce alle Hawaii con il nipotino per prendere moglie. E in occasione della mostra dedicata al mangaka Yoshiharu Tsuge, è stato proiettato anche Ramblers, film del 2004 che Yamashita ha tratto dai lavori dell’illustratore. Abbiamo incontrato a Udine Nobuhiro Yamashita, accompagnato dal produttore e sceneggiatore di My Uncle, Yasushi Suto, e dall’attore Ryūhei Matsuda.

In un film leggero come My Uncle a un certo punto i personaggi avvistano Pearl Harbour, ed evocano il ricordo dell’attacco giapponese nella Seconda guerra mondiale. Fanno anche riferimento a un episodio storico non conosciuto, quello del battaglione misto nippo-americano che combattè in Europa al fianco degli Alleati. Perché rievocare Pearl Harbour oggi? Che significato ha per i giapponesi, per di più in una commedia?

Yasushi Suto: La storia originale da cui è tratto questo film, un romanzo di Morio Kita, è stato scritta circa cinquant’anni fa ed è un romanzo per bambini. Però ciò di cui parla è anche l’emigrazione dei giapponesi, o immigrazione a seconda di dove si veda il movimento. Ci sono stati molti giapponesi che sono emigrati verso le Hawaii, altri verso il Brasile. L’autore Morio Kita ha cercato di trattare per tutta la sua opera il tema dell’immigrazione dei giapponesi. In questo caso, secondo me, era molto importante riproporre questo tema dell’immigrazione/emigrazione anche solo a livello di commedia. Tra Giappone e Stati Uniti le isole Hawaii durante la guerra hanno passato dei momenti molto difficili. Perché lì c’erano delle persone di origine giapponese che si ritenevano americani, e che come tali hanno cercato di vivere. E alla fine, come americani, hanno portato a termine la loro vita. Oggi le Hawaii rappresentano un grande luogo di turismo, tantissima gente ci si reca solo per ozio, senza sapere cosa rappresentino da un punto di vista storico. Sono dell’idea che non bisogna scordarsi del passato e sono sicuro che anche Morio Kita avesse questo tipo di intenzione quando ha scritto l’opera ed era giusto riproporla.

Che lavoro avete fatto per trasporre quell’opera?

Nobuhiro Yamashita: L’opera originale descriveva le Hawaii di cinquant’anni fa, quando non erano ancora un luogo di turismo di massa, anzi era un grande sogno che solo pochissimi potevano realizzare, non come ora che sono accessibili per chiunque. Anche il Giappone era il Giappone di quei tempi, c’era un elemento temporale diverso dalla contemporaneità. Che si trattasse delle battute, dello zio e del bambino, tutte queste cose dovevano essere molto ben bilanciate e bisognava fare attenzione a calibrare tutto ciò. Perché alla fine si doveva creare il giusto equilibrio tra l’adesso e quel senso di nostalgia che poteva dare quell’opera.

Ryūhei Matsuda: La storia di questo film riguarda la vita quotidiana, non ci sono grandi incidenti, grandi episodi che spiccano. Ma è una storia che riesce a sussistere come dialogo tra lo zio e le persone con cui interagisce. Proprio nel momento in cui mi è arrivato il copione, subito ho percepito una forte pressione, come a dire: “No, perché lo faccio, perché hanno chiesto proprio a me di fare una cosa del genere? Ho percepito molta tensione”.

Yasushi Suto: Come sceneggiatore, trattandosi di una commedia, a volte si ha la tendenza a utilizzare le parole per indurre alla risata, ma in questo caso volevo cercare di fare qualcosa di diverso. Perciò ho usato come riferimenti Mon oncle di Jacques Tati e Buon giorno di Yasujirō Ozu. Anche quando mi sono approcciato con il regista, con Ryūhei Matsuda e con il piccolo Riku Onishi, ho detto loro di non basarsi sulle battute, ma su movimenti, azioni, gestualità.

Come hai lavorato alla trasposizione cinematografica delle tavole di Yoshiharu Tsuge per Ramblers?

Nobuhiro Yamashita: Ramblers ha molto poco, o nulla di Tsuge. Ho lavorato sulla caratterizzazione dei personaggi, ho scavato e scavato in quelli di Tsuge fino ad arrivare a quella che era la mia chiave di lettura di questi personaggi e la mia volontà su come riproporli all’interno della storia. Mi era capitato di incrociare Tsuge che diceva come non gradisse in realtà certi tipi di trasposizione e posso anche capire il perché, visto che viene tutto quanto cambiato rispetto all’originale.

In Over the Fence, nei titoli di coda compare il nome di Shinya Tsukamoto. Si tratta proprio del regista? Qual è stato il suo contributo al film?

Nobuhiro Yamashita: Sì, è proprio lui. C’è un momento nel film in cui viene letta una lettera ad alta voce, e la voce che legge quella lettera è la sua voce, tutto qui.

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Il sito del Far East.

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