Everest: The Summit of the Gods

Everest: The Summit of the Gods

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Presentato in anteprima al Trento Film Festival, Everest: The Summit of the Gods è un film di grande impatto spettacolare sulla conquista, romanzata, della cima dell’Everest. Tratto da un romanzo di Baku Yumemakura, il film restituisce quella fascinazione d’esotismo da classico romanzo d’avventura.

L’uomo che si arrampica

Durante una spedizione in Nepal, il fotografo Makoto Fukamachi si imbatte in una vecchia macchina fotografica in tutto simile a quella che aveva con sé George Mallory durante il suo fatale tentativo di scalare l’Everest nel 1924. E sarà proprio il tentativo di entrare in possesso di quella macchina fotografica a guidarlo verso un altro incontro, quello con Joji Habu, uno scalatore giapponese famoso tanto per le sue imprese quanto per il suo pessimo carattere e dato da tempo per scomparso. In realtà Habu sta progettando una nuova ascesa all’Everest. [sinossi]

Uno dei più grandi e affascinanti misteri della storia dell’alpinismo riguarda la scalata britannica dell’Everest del 1924 di George Mallory e Andrew Irvine, che persero la vita in quell’impresa. Non si sa se i due scalatori, dei quali è stato rinvenuto solo il cadavere ibernato di Mallory, avessero effettivamente raggiunto la punta degli 8848 metri che rappresentano la vetta più alta al mondo, e se la morte sia sopraggiunta per loro durante la salita o la discesa. Chi per primo è arrivato in quel punto dove nessun uomo era mai giunto prima? A risolvere questo enigma potrebbe essere la macchina fotografica di Mallory, mai rinvenuta, nel cui rullino potrebbero esserci le immagini rivelatrici, lo Zapruder, eventuali fotografie scattate dalla punta.
Su questo enigma storico si è inserito il romanziere Baku Yumemakura per il suo romanzo Everesuto Kamigami no Itadaki, da cui è stato tratto un manga dal grande Jirō Taniguchi, e ora il film, per la regia di Hideyuki Hirayama, che segue un personaggio di finzione, il fotografo Fukamachi che trova in un negozietto di robivecchi di Katmandu la presunta macchina fotografica di Mallory e da lì si imbatte nello scalatore tenebroso e riservato Joji Habu, che potrebbe essere colui che ha portato quella macchina al negozio.

Everest: The Summit of the Gods potrebbe suonare come la risposta del cinema giapponese a kolossal come Everest di Baltasar Kormákur, che racconta di un’altra spedizione della montagna più alta del mondo. Ma sia per il carattere di fiction, che pure parte da un episodio reale, che per la capacità di creare reali vertigini nello spettatore rispetto agli sfondi di cartapesta digitale tipica da film americano, la versione giapponese dimostra la sua notevole superiorità, raggiungendo vette artistiche ben più elevate. Siamo in un momento in cui, con i documentari del National Geographic e simili, qualsiasi punto più remoto del pianeta è a portata di mano, mentre le più spettacolari e perfette immagini odierne non possono competere con il senso del baratro del precipizio di Narciso nero di Powell e Pressburger, pur ottenuto con un visibile collage di immagini fotografiche in postproduzione.
Hideyuki Hirayama parte proprio da un elemento vintage, quella vecchia macchinetta kodak esposta insieme ad altre cianfrusaglie in una vetrina di Katmandu. E riesce a restituire quella fascinazione per l’esotismo dei romanzi d’appendice, dei feuilleton d’avventura di una volta. Alcuni momenti ad alta quota sono davvero mozzafiato, come la caduta di Kishi, o il momento in cui Fukamachi viene colpito da un masso e rimane sospeso, svenuto, attaccato al cavo.

E in tutto Everest: The Summit of the Gods verrà portato avanti un discorso sulla fotografia, sull’intermediazione fotografica, a partire da quella fantomatica immagine mancante di Mallory, che potrebbe rivelarsi il classico McGuffin. Relazioni narrative si creano con vecchie foto in bianco e nero o taccuini. E spesso il regista gioca sull’inserimento di momenti in bianco e nero, che potrebbero essere le soggettive degli scatti del fotografo, ma anche i ricordi. E in quest’ottica va anche inserito il momento, catartico, del falò delle fotografie. Ma anche il discorso sull’etica della fotografia, il fotografo che assiste a un incidente reagendo automaticamente in modo passivo, inforcando la macchina fotografica e scattando.
E la vetta più alta del pianeta, con la sua possibilità di congelamento che rende eterni i cadaveri di coloro che si sono immolati per cercare di raggiungerla, opera un’analoga fissazione, alla Shining, come quella della fotografia. La punta dell’Everest è una nuova cima di Narayama, che accoglie individui votati al sacrificio.
Centrale la figura dello scalatore Joji Habu, magistralmente resa da Hiroshi Abe. Un eremita misterioso, taciturno, enigmatico, con i suoi rimorsi e il suo anelito alla redenzione. Habu è un Mallory – con lo stesso spirito della necessità, dell’imperativo della scalata – fortemente impregnato di spirito genuinamente nipponico, votato a immolarsi. Un samurai, come definito dal titolo di un vecchio giornale italiano, tanto che la cima tanto agognata potrebbe rivestire il ruolo di punto più vicino a Dio, così come la cima degli Dei in chiave shintoista. E il regista ci congeda con l’Inno alla gioia, sui titoli di coda.

Info
La scheda di Everest: The Summit of the Gods sul sito del Trento Film Festival.
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