Alien: Covenant

Alien: Covenant

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Ha un sapore un po’ sintetico Alien: Covenant di Ridley Scott, sequel di Prometheus e prequel di Alien che indovina un paio di sequenza action, ma vive di un vistoso riciclaggio di idee.

Sintetico il sapore

L’equipaggio di una nave colonizzatrice, diretta verso un pianeta remoto, scopre un paradiso forse inesplorato dove cova una minaccia oltre ogni immaginazione. [sinossi]
Meccanici i miei occhi
di plastica il mio cuore
meccanico il cervello
sintetico il sapore
meccaniche le dita
di polvere lunare
in un laboratorio
il gene dell’amore.
Meccanica – Franco Battiato

In un momento storico in cui l’industria cinematografica si alimenta di grandi narrazioni industrial-narrative di ampia gittata temporale, un autore che ha firmato almeno un paio di cult movie non può certo esimersi dal tentare di sistematizzarli, magari con l’obiettivo di farli un giorno convergere in un gustoso crossover, per la gioia dei fan. Per cui, se il successo del Marvel Cinematic Universe appare oramai inarrestabile, la sua replica targata DC (il DC Extended Universe) ha al momento ancora molto da dimostrare, lo Universal Monster Universe sta per debuttare (con l’imminente La Mummia) e anche sul versante autoriale qualcosa si muove nella medesima direzione (lo “Shyamalan Universe” ha gettato le sue basi in Split), alla partita non può certo rifiutarsi di giocare quella vecchia lenza di Ridley Scott. D’altronde è stato proprio lui a firmare un paio di capisaldi del cinema di fantascienza: Alien (1979), poi oggetto di tre sequel e qualche spin-off e Blade Runner (1982), di cui si attende a breve il sequel ad opera di Denis Villeneuve (Blade Runner 2046).

Ecco allora che Alien: Covenant, sequel di Prometheus e dunque secondo prequel di Alien, parte con protervia autocitazionista proprio dall’incipit di Blade Runner: un grande occhio che ci guarda. Anche in questo caso, come nel film del 1982, si tratta del bulbo oculare di un automa, che però, paradossalmente, pur essendo di creazione più recente – siamo nel 2104, mentre Blade Runner era ambientato nel 2019 – non ha la stessa fluidità di movimento né le medesima indipendenza sentimentale dei replicanti di un tempo. Il suo corpo è quello di Michael Fassbender, ma la carne non ha nerbo né naturalezza, d’altronde a crearla è stata un altrettanto rigido Guy Pearce, troppo spaventato dal sentore di una morte imminente per dotare la sua creatura di una qualsiasi sensibilità.

La morte è di certo uno temi centrali di Alien: Covenant e il riflesso di una certa senilità autoriale che Ridley Scott manifesta soprattutto quando, come in questo caso e in Prometheus (nel mezzo sta l’ottimo The Martian), prova a tornare sui propri passi senza riuscire, probabilmente per troppa condiscendenza verso i fan, a spremere dalle matrici la linfa vitale necessaria a produrre un altrettanto soddisfacente risultato filmico.

Come vuole il canovaccio, anche in Alien: Covenant abbiamo una nave spaziale in viaggio nello spazio profondo, alla ricerca stavolta di un Nuovo Mondo da colonizzare attraverso una folta schiera di ibernati coloni e altrettanto surgelati embrioni. A guidare il velivolo è un androide, William (Michael Fassbender), successore e gemello (de)potenziato di quel David già smarrito da tempo nello spazio ai tempi del progetto Prometheus. Quando la nave, in seguito a una tempesta di neutrini, è vittima di un’avaria, al rigido William non resta che svegliare i membri fondamentali dell’equipaggio. Ma dal momento che il capitano arde per autocombustione quasi all’istante, a sostituirlo sarà il suo vice: l’ultrareligioso Oram (Billy Crudup), mentre a fargli da contraltare sarà la neo-vedova (moglie del povero arso vivo) Daniels (Katherine Waterston), un’esperta di terra-formazione (leggasi adattamento dell’uomo su suolo alieno) che ha tutta l’intenzione di portare a compimento il sogno dell’amato defunto: costruire uno chalet sul lago della loro meta extraterrestre.
Dallo scongelamento dell’equipaggio in poi, il film procede tra rigidi dualismi: fede contro scienza, irrazionalità contro razionalità, amore contro dovere, in un perpetuo alterco che non prevede sintesi dialettica alcuna. Dello stesso tenore sono d’altronde le discussioni a bordo della nave: c’è sempre qualcuno che propone di fare qualcosa, un altro personaggio dichiara stizzito che si tratta di una pessima idea, poi in ogni caso la scelta cade sempre sulla peggiore opzione possibile. E così, ecco che le note di una ballata di John Denver (Take Me Home, Country Roads) trascinano i nostri appena abbozzati eroi su un pianeta tutto sommato abitabile, dove ad attenderli c’è proprio il relitto del Prometheus insieme al suo unico superstite: un sempre più prometeico (la solitudine d’altronde non aiuta) David. Doppio Fassbender irrigidito dunque, per una narrazione arrugginita che solo l’apparizione, sin troppo ritardata, dell’agognata creatura aliena riesce un po’ a galvanizzare.

Diretto con il solido mestiere cui Ridley Scott ci ha abituato da tempo, fotografato con cura da Dariusz Wolski, Alien: Covenant possiede di fatto senza dubbio almeno tre sequenze action di ottima fattura e persino un breve exploit erotic-gore in grado di rinfrancare anche lo spettatore più assopito, peccato che tutto arrivi troppo tardi e senza un’accurata né sensibile strutturazione dei personaggi. Che l’eroina sia tale, anche se siamo all’interno della saga di Alien, non basta infatti a convincercene la sua appartenenza al genere femminile, né la sua perdita iniziale del marito appare predisporre l’adeguato percorso tragico che la condurrà alla rivalsa. Ma tant’è, Alien: Covenant vive di rendita e lo fa senza troppa fantasia. Torna il tema della maternità, ma a sostenerlo ci sono soltanto il fatto che il computer della nave si chiami “madre”, gli embrioni surgelati nei frighi e le immancabili uova aliene. Torna il personaggio dell’androide e ad incentivarlo ci pensa il suo raddoppiamento (i due Fassbender di cui sopra).
Per ricordarci poi di come tutto l’immaginario della saga discenda dalle illustrazioni di Giger, ecco che a un certo punto, in un antro, la nostra Daniels si ritrova a sfogliare pleonasticamente (e inspiegabilmente, dato che nel frattempo il pericolo incalza) delle pergamene vergate proprio dal celebre disegnatore.

Alien: Covenant è dunque prevalentemente il frutto di un sontuoso gioco di seduzione e compiacimento tra Ridley Scott e i fan della saga cui il film appartiene. Ma pur di blandire la sua “vittima senziente”, anticipandone ogni reazione e desiderio, l’autore lascia che situazioni e personaggi cadano in balia di un determinismo precostituito, fatto di una serie di tappe, incontri ed epifanie forzate, prossime al non-sense. E alla fine dei giochi Alien: Covenant pare identificarsi sempre più con il sintetico Walter/David: una creazione dell’ingegno ieratica, anelante alla perfezione aulica, ma priva di guizzi creativi.

Info
Il trailer di Alien: Covenant.
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