Indizi di felicità

Indizi di felicità

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Terzo lungometraggio documentario per Walter Veltroni, Indizi di felicità conferma in tutto e per tutto l’idea di cinema dell’ex politico: esplicita e priva di sfumature, sincera negli intenti quanto trascurabile nella resa visiva. Un cinema dominato da enormi limiti, concettuali ed estetici.

Urla(n)ti e felici

È legittimo, è pensabile cercare di essere felici, in tempi così complessi, controversi, pieni di paure come quelli che stiamo vivendo? Si può ancora conoscere quella inebriante sensazione di un minuto o di una vita, mentre intorno tutto sembra franare? “Indizi di felicità” costruisce delle ipotesi di felicità a partire da persone comuni, dal loro vissuto personale, familiare, professionale: un incontro importante, l’arrivo di una notizia a lungo attesa o un momento di crisi profonda. Perché, anche quando non ce lo si aspetta, la felicità esiste, non è un miraggio, ma una concreta esperienza, vissuta e possibile. [sinossi]

Nell’approcciarsi a un film come Indizi di felicità, terzo lungometraggio diretto da Walter Veltroni, è necessario sgombrare subito il campo da quello che può essere un (pre)giudizio sul lavoro dell’ormai ex politico romano: quello di Veltroni al cinema, e ai temi che di volta in volta sceglie di trattare, è un approccio che (pur nei suoi enormi limiti, concettuali ed estetici) resta sicuramente sincero. L’urgenza di raccontare passato e presente di un paese, tanto attraverso i suoi protagonisti quanto tramite le storie di chi ne vive peculiarità e contraddizioni, era presente e ben visibile tanto in Quando c’era Berlinguer, quanto nel successivo I bambini sanno: ora, l’ex segretario PD parte da un’istanza decisamente più generale, puntando a descrivere quello che è un tema, per sua natura, sfuggente quanto universale. Un termine, quel “felicità”, che, solo a pronunciarlo rimanda a inevitabili stereotipi e a estetiche da spot pubblicitario. E, in questo, è probabilmente necessario liberarsi del secondo pregiudizio che può affliggere la visione del film di Veltroni: non è un tabù, per il cinema (come per qualsiasi altra arte) parlare di felicità; e non saranno necessariamente un prodotto (o un discorso) inconsistenti a scaturire da tale trattazione. Lo dimostra, in pochi minuti, il ragionamento iniziale del rabbino della scuola ebraica di Roma, che lega il concetto di felicità alle contingenze storiche e alla percezione sociale di una comunità. Probabilmente, l’intervento più preciso e centrato tra quelli contenuti nel film.

Sgombrato doverosamente il campo da tutti i preconcetti possibili, un giudizio sereno su Indizi di felicità non può prescindere dall’idea di cultura (e di cinema) che da sempre muove un personaggio come Veltroni. Idea che è tutta visibile nel film, e che disgraziatamente, anche in questo caso, ne causa il sostanziale fallimento. Quello di Veltroni è un cinema (accidentalmente documentaristico, ma non è questa la sua caratteristica principale) che muove da opposizioni semplici, basilari, da sentimenti urlati e dati in pasto tutti e subito allo spettatore, da concetti sottolineati più volte e marchiati con l’evidenziatore, dall’incapacità di concepire qualsiasi forma di gradualità e sfumature. L’esatto contrario, di fatto, di ciò che la trattazione di un tema così scivoloso, relativo e contingente, necessiterebbe per funzionare sullo schermo. Contraddicendo il suo stesso titolo, gli “indizi” raccolti da Veltroni sono trattati come tesi, come affermazioni prive di contraddittorio da fissare per sempre sullo schermo, come dolorosi racconti personali che, nel contesto in cui vengono inseriti, finiscono per perdere in identità e concretezza. Tutto è appiattito e normalizzato, nel film, in un tono monocorde e privo alla sua base di una qualsivoglia idea di “racconto” (concetto tutt’altro che estraneo al genere), infarcito di snodi e sottolineature all’insegna del più stucchevole didascalismo, di raccordi gestiti (anche visivamente) sempre nel modo più risaputo. La scelta nella modalità delle interviste, con la voce del regista a inframezzare (e direzionare) le storie degli intervistati, non aiuta certo queste ultime a raggiungere il giusto grado di tridimensionalità.

Quella che Veltroni esprime è, suo malgrado, una sorta di “pornografia dei sentimenti”, che non conosce altro modo per trattare il suo oggetto che urlarne in modo smaccato l’esteriorità, dandola in pasto al pubblico più ampio e indifferenziato. Diciamo suo malgrado perché (e lo ribadiamo) non è la sincerità delle intenzioni del regista ad essere messa in discussione, quanto piuttosto l’incapacità strutturale di trasformarle in discorso estetico, in grado di assumere una sua consistenza. Il semplicismo delle opposizioni mostrate dal film (e il disinteresse del suo autore per la misura) è evidente fin dai primi minuti: con le note di Over The Rainbow cantate su un vagone della metro londinese (una delle tante declinazioni possibili del tema trattato dal film) seguite da un lungo viaggio tra gli orrori dell’ultimo ventennio di storia, dall’11 settembre 2001 alle stragi di Londra e Madrid, dai migranti morti sulle coste italiane alle vittime dell’eccidio di Utøya, dai morti di Aleppo a quelli del terremoto di Amatrice. Non risparmia nulla ma depotenzia tutto, Indizi di felicità: la sua scelta di essere esplicito in quei sette minuti, inserita nel contesto più generale del film, risulta essere l’esatto opposto della crudezza. Finanche le lacrime che sovente affiorano agli occhi degli intervistati, lasciate fluire laddove le loro storie vengono invece attentamente indirizzate, si distaccano, nella percezione di chi le guarda, dalla loro fonte originaria, non restituendo di essa che un’eco.

Come nel precedente lavoro di Veltroni, va poi sottolineata l’attenta selezione dei soggetti intervistati, spesso nel segno di situazioni personali marginali (l’ex carcerato già affiliato alla camorra, la coppia con un bambino disabile, l’ex malato di tumore miracolosamente guarito) o comunque all’insegna della problematicità. A restare nell’ombra, oggetto di meri cenni e di un’attenzione occasionale e intermittente da parte del film, è il concetto di felicità declinato nel quotidiano, quello che prescinde da situazioni personali o sociali straordinarie: quello, insomma, sperimentato e sperimentabile nel concreto di una comunità di individui, ben spiegato (dal punto di vista sociologico) dal già citato intervento del rabbino della scuola ebraica. Una declinazione del tema, evidentemente, poco nelle corde del regista, e probabilmente oggetto di un ben limitato interesse da parte sua. Le scelte di fotografia messe in campo dal film (all’insegna di un’artificiosa luminosità), così come l’invadente e ridondante commento sonoro, confermano e sottolineano tutti i limiti del lavoro di Veltroni: ma, più che di limiti, nel caso di questo Indizi di felicità bisogna probabilmente parlare di una precisa scelta di registro e di ottica nell’approccio al suo tema. Un approccio che risulta, dal nostro punto di vista, esteticamente e contenutisticamente di ben scarso interesse.

Info
Il trailer di Indizi di felicità.
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