Loveless

Loveless

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Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2017, Loveless di Andrey Zvyagintsev non risparmia alla (Madre) Russia una metafora geometrica, tagliente, spietata. La fuga di casa di un ragazzino disperato, travolto dal divorzio dei pessimi genitori, si trasforma immagine dopo immagine nel cupo ritratto di una nazione alla deriva, prosciugata politicamente, socialmente e moralmente. La glaciale messa in scena e l’utilizzo stordente delle musiche smussano qualche didascalismo di troppo.

Un vento a trenta gradi sotto zero disintegrava i cumuli di neve

Boris e Zhenya stanno divorziando. Litigano continuamente, ferocemente, e stanno cercando di vendere il loro appartamento per poter pianificare meglio i loro rispettivi futuri: Boris ha una relazione con una ragazza, che aspetta un figlio da lui; Genia e frequenta un uomo ricco che è pronto a sposarla. Nessuno dei due mostra il minimo interesse per Aliocha, il loro figlio di 12 anni. Fino a quando, all’improvviso, Aliocha sparisce… [sinossi]

Lo sguardo in macchina è una scorciatoia narrativa/emotiva che deve essere utilizzata con cautela. Come la disperazione e le lacrime di un ragazzino. O le tragedie famigliari. Si pensi, ad esempio, all’imperdonabile sguardo in macchina nella prima sequenza di Miss Violence di Alexandros Avranas; alle trappole del cinema furbo e ricattatorio di Thomas Vinterberg (Il sospetto); agli iper-melodrammi moraleggianti di Susanne Bier (Second Chance), a quella necessità pornografica di mostrare, inquadrare, enfatizzare. Le geometrie e il lento ma inesorabile incedere di Loveless, seppur sempre a un passo dal precipizio, neutralizzano queste derive: indubbiamente doloroso, il lungometraggio di Zvyagintsev riesce a dare uno spessore e una valida motivazione a ogni scelta estetica e narrativa, anche al pianto disperato di Aliocha, a una sequenza così sfacciatamente costruita. Una sequenza che trova il senso compiuto verso la fine di Loveless, in uno sguardo in macchina di Zhenya (Maryana Spivak) che è un controcampo chirurgicamente tenuto in sospeso. Il figlio e la madre. La Madre Russia e l’Ucraina. L’indifferenza, il fuori campo.

Si può essere russi o ex-russi in molti modi. Come l’ucraino Sergei Loznitsa (Austerlitz, The Event, Maidan, Anime nella nebbia), cineasta capace di percepire sempre la giusta distanza morale dalle immagini, dal racconto, dalla Storia. Come l’astuto Andrej Končalovskij, spudoratamente filogovernativo col recente Paradise. O come Zvyagintsev, sostenuto da capitali europei, libero di tessere metafore impietose, di puntare il dito contro il disfacimento della Russia, della Madre Russia. Un disfacimento politico, sociale e morale che ha i suoi templi pagani, dei monumenti che solo apparentemente sono silenziosi: Loveless ha uno sguardo quasi documentaristico sui cimiteri della Russia oramai soffocata, sugli imponenti scheletri di edifici che ci raccontano di un passato oramai lontano e di un futuro fatto di indifferenza, individualismo, consumismo.

La ferocia di Loveless sgorga da uno sguardo preciso, lucido, anche spietato. Zvyagintsev tratteggia delle madri glaciali, calcolatrici, fin troppo pragmatiche. E dei padri deboli, apatici. Non solo Zhenya, proiettata verso un matrimonio con un uomo facoltoso, pronta ad accomodarsi in un salotto lussuoso, a tenersi in forma sul tapis roulant. A scappare su un tapis roulant. Le altre madri fanno ancora più paura: incattivite, avvinghiate ai soldi, alla proprietà. Già, proprietà, prospettive. E selfie, l’unica prospettiva possibile, col resto del mondo fuori campo.
A smussare gli eccessi didascalici, fin dalla scolastica linearità della trama, concorrono la tagliente colonna sonora di Evgeni Galperin e la messa in scena di Zvyagintsev, questa architettura visiva che sequenza dopo sequenza sembra voler erigere una pietra tombale sulla Russia, sulle scelte politiche, sull’imbastardimento capitalista.

Di Loveless non restano impressi solo sguardo in macchina di Zhenya o le lacrime di Aliocha, ma anche e soprattutto i luoghi. Il bosco, la gigantesca parabola satellitare, il cortile della scuola (altro significativo controcampo). Luoghi che vengono via via coperti dalla neve, dal freddo che avanza: Zvyagintsev sembra volerci dire che non c’è più tempo, l’inverno sta arrivando, un’epoca è oramai tramontata. E così gli stessi luoghi sembrano cambiati, come le persone, la gente, i ragazzini che giocano nel parco. Come Loznitsa, Zvyagintsev chiede al nostro sguardo di fare attenzione, di osservare nuovamente quello che abbiamo già visto, come la stanza di Aliocha, il panorama dalla sua finestra. Ancora quel bosco, la parabola, i ragazzini che giocano. Ma la prospettiva è cambiata. Per sempre (?).

Info
La scheda di Loveless sul sito di Cannes.
Il trailer originale di Loveless.
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