Sicilian Ghost Story

Sicilian Ghost Story

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Sicilian Ghost Story segna il ritorno dietro la macchina da presa di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, a quattro anni di distanza dall’esordio Salvo. Ancora a Cannes, di nuovo alla Semaine de la Critique, per un film che ripropone pregi e difetti dei due registi; un’idea brillante e non allineata agli schemi narrativi italiani sprecata per via di una mancanza endemica della sceneggiatura, e per una scarsa vocazione alla narrazione. Resta un impianto visivo affascinante, e poco altro.

Il ragazzo perduto

In un piccolo paese siciliano ai margini di un bosco, Giuseppe, un ragazzino di tredici anni, scompare. Luna, una compagna di classe innamorata di lui, non si rassegna alla sua misteriosa sparizione. Si ribella al clima di omertà e complicità che la circondano e pur di ritrovarlo, discende nel mondo oscuro che lo ha inghiottito e che ha in un lago una misteriosa via d’accesso. Solo il loro indistruttibile amore le permetterà di tornare indietro. [sinossi]

Sala dell’Hotel Miramar, sede della Semaine de la Critique sulla Croisette. Sicilian Ghost Story dà il via alla sua avventura nello stesso luogo che ospitò quattro anni fa Salvo, l’opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Un ritorno al passato che da un lato certifica il rapporto di fiducia e stima della sezione collaterale del Festival di Cannes verso i due registi siciliani, e dall’altro rende evidenti i punti in comune tra i due lungometraggi. Sono trascorsi quattro anni, ma la questione a ben vedere sembra sempre la stessa: qual è il reale interesse di Grassadonia e Piazza quando affrontano un progetto cinematografico? Un quesito ben più che legittimo, anche per via di un’ambizione mai nascosta, ma al contrario esibita, dichiarata con forza. Se l’incipit di Salvo attaccava lo spettatore con un action costruito con grande sapienza tecnica, quello di Sicilian Ghost Story non è da meno: da una sorgente sotterranea la macchina da presa si innalza verso il suolo insieme all’acqua, fino a raggiungere la pozza di una fontanella, dalla quale “spia” Giuseppe, un tredicenne segaligno. Anche Luna, alle sue spalle, lo spia e lo segue, per poi perdersi nei boschi sulle sue orme. Con stile fluido e silente Grassadonia e Piazza offrono le principali coordinate allo spettatore. Dopotutto il titolo ha già fatto tanto: quella che dovrà prendere corpo sullo schermo è una sicilian ghost story, una storia di fantasmi.

E così il duo di registi tentano con decisione di ribadire il concetto a ogni pie’ sospinto. La loro è una storia di famtasmi; per questo la terra siciliana è immersa nelle brume, dominata da boschi, laghi, maneggi collinari. Un’immagine inusuale e fascinosa, che riverbera l’idea di fiabesco (e di tetro impatto con la barbarica realtà) su cui si regge l’impalcatura narrativa. Un’impalcatura assai poco rassicurante, perché se il duo di autori gestisce con sicumera lo sguardo, cercando vie ancora non sperimentate e solo a tratti lasciandosi assuefare al superfluo, la “fabula” appare poco convincente.
Il problema, lo si scriveva prima, è lo stesso che minava il corpus dell’opera precedente: un’idea brillante (in questo caso il modo magico con cui un’adolescente può imparare dapprima l’amore, e quindi la bestialità umana, il dolore, la privazione degli affetti) che non trova alcun tipo di supporto in fase di sceneggiatura.

La storia di Luna, al di là dell’amore indefesso verso un coetaneo rapito dalla mafia, poteva aprire squarci tutt’altro che banali. La famiglia allo stesso tempo ventre e orco, la selva oscura che può essere salvatrice o “peccatrice”, la sovrapposizione tra onirismo e ripresa del vero. Tutti elementi che in Sicilian Ghost Story sono ravvisabili, ma solo in nuce, quasi si avesse a che fare con un bozzetto da sviluppare. Restano dunque impresse nella retina suggestioni cariche di una forza che viene però inevitabilmente depotenziata nello svolgimento di una narrazione che si fa didattica, in parte amorfa, ancora in via d’aggiustamento. Perché quella civetta prigioniera nella cantina/sauna? Che senso ha far vedere Luna a spasso con la sua amica, il di lei fidanzato e un altro ragazzo, proprio nel mezzo di un passaggio chiave? Non dovrebbe essere da sola? La madre di Luna è così dura e spigolosa solo perché svizzera? Davvero?
Sono solo alcuni degli esempi di una scrittura deficitaria, che inficia le altrimenti evidenti qualità di un’opera affascinante. Ma incompiuta, purtroppo.

Info
Il trailer di Sicilian Ghost Story.
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