Un beau soleil intérieur

Un beau soleil intérieur

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Auto-parodica e malinconica riflessione sull’amore, lontanamente ispirata ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, Un beau soleil intérieur segna il ritorno di Claire Denis. Alla Quinzaine a Cannes 2017.

Forse che sì, forse che no

Isabelle, divorziata, con una figlia, cerca un amore. Ma un vero amore. [sinossi]

Tra Philippe Garrel con L’amant d’un jour, Agnès Varda con Visages villages e Claire Denis con Un beau soleil intérieur, la 70esima edizione del Festival di Cannes si è ritrovata improvvisamente in piena atmosfera “nouvellevaguista”. E meno male, perché finora è da questi titoli che arrivano gli “oggetti” più interessanti della selezione.
“Oggetto” molto sorprendente quello della Denis, che deraglia completamente dal suo ultimo cinema, prende spunto alla lontana da Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes e si fa aiutare nella sceneggiatura dalla scrittrice Christine Angot, inserendo elementi autobiografici di entrambe, per mettere in scena una commedia sentimentale sottilmente auto-parodiante il cui sapore rimanda inevitabilmente alle atmosfere dell’ultimo cinema di Alain Resnais, verboso e geniale, spensierato e nichilista.
Se, poi, in effetti, si pensa alla carnalità e alla quasi-muta intensità di Vendredi soir, film sempre della Denis dell’ormai lontano 2002, viene da pensare che la cineasta francese abbia avuto il desiderio di ribaltarne gli assunti, di ridicolizzare il lessico amoroso svuotandolo di senso. Ma, in realtà, il discorso è lo stesso, si muove solamente su di un piano speculare, lasciando che la parola abbia completamente campo libero per spegnere – sin dalla prima sequenza – costantemente la libido.

La protagonista Isabelle, interpretata da una volutamente stordita e ottusa Juliette Binoche, infatti si sposta tra un uomo e l’altro, credendo sempre all’amore e cercando di verbalizzarlo in maniera inesaustamente esaustiva, senza ovviamente raggiungerlo mai, e finendo dunque per restare ogni volta delusa.
In tal senso si ritrovano in Un beau soleil intérieur alcuni elementi della riflessione di Barthes, come la costruzione di un amore che avviene sempre in assenza – e che resta sempre deluso alla prova dei fatti – e come, soprattutto, l’intenso e vacuo verbalizzare, che non crea altro che danni.

Senza riuscire a capire cosa le succede e senza riuscire mai a farsi capire, la Binoche si lancia in estenuanti e divertenti corpo a corpo all’insegna della logorrea, sbagliando tempi e modalità di gesti e parole, deludendo e illudendo i suoi amanti, umiliandoli anche. In particolare, l’umiliazione ha luogo nei confronti di un uomo conosciuto in una discoteca e che verrà messo alla berlina dalla Binoche – precedentemente sobillata da un suo amico/pettegolo/potenziale nuovo amante – perché non fa parte del suo milieu sociale. Un uomo del popolo, per così dire, che vuole approfittare – questa è l’accusa – della ricca borghese, per di più pittrice. Di fronte alle malignità, l’ “imputato”, pur blaterando delle brevi frasi poco lucide, riesce comunque a dis-velare il discorso: la protagonista non è nient’altro che una donna inconsapevolmente prigioniera del suo piccolo mondo pseudo-artistico, fatto di risibili mostre e di presunti talenti, di scarsissima ispirazione (la vediamo dipingere solo una volta) e di inesistente passione.

E allora ecco il ribaltamento della classica commedia sentimentale francese: la parola, virtù fondante del genere, è solo una gabbia in cui auto-rinchiudersi per allontanare l’altro e non per avvicinarlo, un modo per restare chiusi nella propria solitudine, nel proprio personale e velleitario milieu.
In tal senso, il discorso di Un beau soleil intérieur non può che essere chiosato da un personaggio-cialtrone, che non poteva che essere interpretato da Gérard Depardieu. Questi, nell’improbabile e divertito ruolo del veggente, quasi ipnotizza la Binoche stordendola definitivamente con le sue chiacchiere e con le sue sentenze. L’ultima delle quali è quella che dà il titolo al film: una banalità voluta e un’aspirazione ovviamente improponibile e assurda.
Un beau soleil intérieur è sì un piacevole e a tratti esasperato divertissement, ben lontano dagli apici della carriera della Denis, ma allo stesso tempo è anche la sincera dichiarazione dissacratoria della cineasta che, nel mettere in ridicolo la sua protagonista, fa della sapida ironia prima di tutto su se stessa.

Info
La scheda di Un beau soleil intérieur sul sito della Quinzaine.

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