A Ciambra

A Ciambra

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L’opera seconda del regista italo-americano Jonas Carpignano, A Ciambra, prosegue nel racconto di una realtà, quella della Calabria tirrenica tra Gioia Tauro e Rosarno, praticamente invisibile al cinema. La storia di Pio, rom che sta crescendo e vuole dimostrare di essere un uomo; un lavoro prezioso, nonostante qualche lungaggine e dispersione, anche per il coraggio di portare sullo schermo un’umanità poco raccontata, e microcosmi su cui grava un enorme masso pregiudiziale. Alla Quinzaine des réalisateurs 2017.

Un mondo a parte

In A Ciambra, una piccola comunità rom calabrese, Pio Amato non vede l’ora di crescere; a quattordici anni beve, fuma ed è uno dei pochi a muoversi con facilità tra le varie fazioni della zona – gli italiani, i rifugiati africani e i suoi compagni rom. Pio segue suo fratello maggiore Cosimo dappertutto, imparando i trucchi necessari per affrontare la vita sulle strade della loro cittadina. Quando Cosimo viene arrestato e le cose iniziano ad andare per il verso sbagliato, Pio cerca di provare a se stesso e alla sua famiglia di essere pronto a prendere il posto del fratello; ma presto scoprirà che esistono compromessi, nella vita reale, e scelte dolorose a cui si è costretti… [sinossi]

C’è un dato che merita priorità assoluta nella lettura di A Ciambra, il nuovo film diretto da Jonas Carpignano e ospitato a Cannes dalla Quinzaine des réalisateurs: di tutti i film italiani presenti al festival (Fortunata di Sergio Castellitto e Dopo la guerra di Annarita Zambrano in Un certain regard, Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza alla Semaine de la Critique e Cuori puri di Roberto De Paolis e L’intrusa di Leonardo Di Costanzo a loro volta alla Quinzaine), quello di Carpignano è l’unico a non avere ancora la certezza di uscire nelle sale della penisola. Certo, la presenza alla voce “co-produzione” di Rai Cinema dovrebbe fungere da tranquillizzante, ma la verità è che fin dalla sua selezione A Ciambra è apparso come un oggetto alieno, a se stante, lontano dalla prassi produttiva italiana. Come i personaggi che mette con rigore in scena, anche Carpignano, padre italiano e madre afrodiscendente, cresciuto tra New York e Roma e ora trapiantatosi proprio nella Gioia Tauro che riprende come location principale del film, sembra costretto alla marginalità, ghettizzato prima ancora di poter dimostrare tutte le proprie qualità. Sul palco del Marriott, quando è stato chiamato per presentare rapidamente il film alla platea, il trentatreenne regista si è circondato dei suoi attori, il nucleo familiare Amato e Koudous Seihon, che hanno di fatto destabilizzato la prassi: il capofamiglia degli Amato ha preso la parola mentre ancora si stava traducendo il precedente intervento, e ha parlato in un italiano stentato, avvinto al dialetto, per ringraziare Carpignano e tutti coloro che avevano lavorato al film. Anche per scendere dal palco c’è voluto più tempo del previsto, ma nessuno si è lamentato. In un’organizzazione che procede a fari spenti, replicando incessantemente la stessa ritualità, quell’incursione è apparsa una boccata d’ossigeno. Per un momento, per pochi istanti, si è respirata una verità troppo spesso esclusa dall’accesso alle sale dei festival. Una piccola, microscopica rivoluzione che non cambierà nulla, ma rimane impressa nella memoria.
A Ciambra non è un film qualunque, e non solo per le ambizioni del regista di Mediterranea (cui è strettamente connesso, al punto che si può legittimamente parlare di dittico): non è un film qualunque perché ha il coraggio, a tratti quasi sfrontato, di partire dal proprio territorio per fare cinema, raccontare per immagini, creare, fingere senza mai mentire. Non è un film qualunque perché nessuno in Italia ha interesse a raccontare le comunità rom e sinti, e tantomeno la vita quotidiana dei migranti che dall’Africa cercano di sopravvivere attraversando il braccio di mare che divide l’Italia dalla Libia; non è un film qualunque perché non si affida mai alla retorica, né fa leva sulla pietas cristiana. No. A Ciambra non è un film qualunque. Anche per questo motivo, e forse soprattutto per questo motivo, nessuno sa ancora se e come distribuirlo nelle sale.

Carpignano torna sull’universo che raccontava in Mediterranea e prima ancora con i cortometraggi A Chjàna e A Ciambra, in tutto e per tutto una prova generale per questo lungometraggio, che si concentra sul quattordicenne Pio Amato, che vive nella venerazione del fratello maggiore e vorrebbe seguirne in tutto e per tutto i passi: in famiglia però continuano a trattarlo alla stregua di un bambino, e lui farebbe di tutto per dimostrare loro il contrario. Ma “fare di tutto” nella piana di Gioia Tauro, terra povera e governata dai clan ‘ndranghetani, non è con ogni probabilità un’idea particolarmente brillante.
Carpignano costruisce un coming-of-age in piena regola, un’educazione alla vita che è anche inevitabilmente un’educazione al crimine: la famiglia di Pio vive rubando, ricettando, rivendendo in forma di ricatto le macchine rubate agli stessi proprietari. Pratica lo scippo, il furto con scasso: ruba persino l’elettricità per non pagare le bollette – e ne arriverà una salatissima, di oltre novemila euro. Già questa scelta permette forse di comprendere l’approccio di Carpignano all’universo che racconta: nessuna edulcorazione, nessuna testa voltata dall’altra parte per far finta di non vedere, nessuna pretesa ideologica a dominare lo sguardo. In un atto di sincerità che non deve essere assolutamente scambiato per riciclo dei più retrivi e triti luoghi comuni sui rom e sul loro modus vivendi, Carpignano riprende la realtà per quello che è: una continua lotta di poveri contro poveri, in una struttura gerarchizzata in cui lo Stato non è neanche percepito, se non nella sua variante repressiva rappresentata dalle volanti di polizia e carabinieri. Una di quelle automobili Pio la ruba per sviare l’attenzione dal fratello e permettergli così di fuggire da un posto di blocco, ed è di fatto l’unico contatto diretto tra il ragazzino e l’istituzione. Per il resto la vita si divide tra la grande famiglia Amato, i clan dei gadji, vale a dire gli italiani, e la comunità africana che ha creato un proprio villaggio, nel quale ghanesi, nigeriani e burkinabè condividono le stesse preoccupazioni e difficoltà (ma anche gioie, se si tratta di vedere in televisione un incontro della Coppa d’Africa…).

A Ciambra è un’opera secca, priva di stolida pietà ma ricolma di un’empatia strabordante, che non si ferma alla lezione morale su una terra stuprata (e stupratrice) ma si intestardisce a rintracciare l’umano, e le sue stratificazioni. Un atto politico che va sottolineato, e che eleva il film al di sopra di alcune lungaggini senza particolare giustificazioni, di un eccesso di pedinamento che qua e là fa capolino e di un onirismo a tratti eccessivo. Eppure proprio quest’ultimo aspetto permette di abbracciare una delle chiavi di lettura più affascinanti proposte da Carpignano: quel cavallo grigio che ogni tanto appare allucinatorio davanti agli occhi di Pio è il retaggio di una cultura nomadica che è stata poco per volta costretta a chiudersi, a vivere ristretta nei vincoli di un’altra cultura, dominante ed egemonica. Nella corsa dietro quel cavallo che si perde nel buio della notte c’è la sconfitta del popolo rom, il suo asservimento a dinamiche che non gli appartengono se non in minima parte, la sua accettazione di un dogma che è solo ed esclusivamente parto del potere. E se le varie comunità vivono ognuna nel proprio ghetto – più o meno elegante, è un dettaglio secondario – cercando di non pestarsi troppo i piedi a vicenda, solo pochi eletti sono davvero in grado di muoversi con naturalezza tra loro, senza forzature, senza cedere al potere. Pio, ragazzino non ancora uomo ma che vorrebbe dimostrare il contrario, è uno di questi. Nella sua essenza mediatica è il perno dello sguardo dello spettatore, l’àncora di fronte al frangersi dei flutti, sempre più minacciosi e cupi. Ma dovrà diventare uomo anche Pio, perdendo quella verginità che non è solo metaforica, e a quel punto dovrà scegliere di che mondo fare parte, e in quale modalità. Opera affascinante e complessa, forse non completamente compiuta, A Ciambra è stata una delle poche zone luminose di questi primi giorni di festival.

Info
La scheda di A Ciambra sul sito della Quinzaine des réalisateurs.
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