The Day After

The Day After

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The Day After porta Hong Sangsoo in concorso alla settantesima edizione del Festival di Cannes, dopo aver presentato fuori dalla competizione il sublime La caméra de Claire. Tornato in Corea il regista torna anche alle sue abitudini, riproponendo schemi già strutturati in precedenza senza per questo cedere alla noia della ripetitività.

Scambi di persona

Areum si appresta a vivere il suo primo giorno di lavoro in una piccola casa editrice. Bongwan, il suo datore di lavoro, ha avuto una relazione sentimentale con la donna che Areum va a rimpiazzare. La loro storia è giunta al termine. Quel giorno, come tutti i giorni, Bongwan lascia l’appartamento prima dell’alba per recarsi a lavoro. Non riesce a smettere di pensare alla donna che se n’è andata. Quello stesso giorno, la moglie di Bongwan trova una lettera d’amore. Si reca al lavoro senza avvisare nessuno e crede che Areum sa la donna che se n’è andata… [sinossi]

The Day After ha il bianco e nero alleniano già visto in The Day He Arrives (2011) e Virgin Stripped Bare by Her Bachelors (2000); ha le storie d’amore, matrimoni e tradimenti; ha i fitti dialoghi ripetitivi e senza soluzione di fronte a una tavola imbandita o copiose quantità di soju; ha la neve e le passeggiate per strada; ha i sensi di colpa inespressi e le improvvise esplosioni di rabbia. The Day After, presentato alla settantesima edizione del Festival di Cannes in concorso, il giorno dopo il passaggio fuori dalla competizione del fragile e sublime La caméra de Claire, con protagonista Isabelle Huppert, ha dentro di sé tutto il cinema del suo autore, tutti i punti fermi, tutti gli innamoramenti visivi, tutti i credo della sua poetica espressiva e della sua lettura del mondo e dell’umanità che lo abita. Sarebbe folle pensare di uscire dalla visione di un film di Hong Sangsoo provando un senso di sorpresa, o di stordimento: il suo è un cinema che ricicla le situazioni, riannoda i fili di una lunga immensa struttura, quella nella quale si agitano, tremano e vivono le emozioni di uomini e donne, alla perenne ricerca dell’altro, e quindi di sé (o il contrario, se preferite).
Ecco dunque che nella storia di Bongwan, curatore di una piccolissima ma prestigiosa e coraggiosa casa editrice che si trova nell’arco di poco tempo a perdere la relazione extraconiugale che aveva con la sua unica dipendente, vedersi scoperto nel tradimento dalla consorte e assumere una nuova dipendente scambiata dalla moglie imbufalita per la suddetta amante, si riverberano schemi e personaggi già visti, intellettuali della media borghesia che navigano a vista, sempre pronti a esagerare un po’ con l’alcol per divertirsi, stordirsi, uscire finalmente da quel mondo nel quale si sentono prigionieri ma che in realtà si sono con sapienza costruiti addosso proprio per usarlo come scusa e come scudo verso l’esterno.

È un gioco delle parti, quello che si compone nell’ora e mezza di The Day After. Da un lato il già citato Bongwan, unico personaggio maschile attorno al quale ruotano i destini e le recriminazioni di tre donne: la moglie che sa di aver perso l’amore del marito e cerca di comprendere il perché (e di punire la donna che l’ha privata di un diritto datole dal tempo, e dalla legge), l’amante che non sa più (r)esistere in quella condizione, pretenderebbe da Bongwan uno scarto che non è in grado di dare e se ne va licenziandosi e senza rendersi più reperibile, e Areum, la nuova arrivata sul luogo di lavoro, che verrà scambiata per l’amante e picchiata selvaggiamente dalla moglie di Bongwan.
Come già sperimentato più volte in passato, Hong costruisce la narrazione attraverso pochi quadri, tutti organizzati attraverso una forma dialettica: attorno al tavolo della cucina di casa parlano Bongwan e la moglie, che lo incalza affinché ammetta di essere un traditore; al tavolo dell’ufficio cercano di spiegarsi prima l’uomo con la moglie e la neo-assunta, aggredita dalla consorte e insultata, e quindi più tardi sempre Bongwan con Areum e l’amante di lui, tornata d’improvviso a reclamare tanto il cuore dell’uomo quanto il posto di lavoro che aveva lasciato un mesetto prima; Bongwan e Areum hanno scambi di impressioni prima in un ristorante cinese e quindi, in un finale posticipato nel tempo, di nuovo al tavolo dell’ufficio. In queste occasioni, tutte risolte attraverso l’utilizzo di un piano-sequenza, Hong si muove grazie allo zoom, avvicinandosi ai volti dei personaggi e cercando dettagli che possono apparire rilevanti in un determinato frangente. Una volta di più, nulla che non abbia già sperimentato in passato.

Eppure come spesso capita, si esce dalla sala con la sensazione di aver partecipato a un lungo romanzo che non potrà avere conclusione, sorta di messa a nudo non solo del pensiero di Hong ma della sua stessa biografia: sensazione rinforzata sia dalle abitudini dei personaggi maschili dei suoi film (tutti grandi bevitori e fumatori, esattamente come lui), sia dalla scelta di dare ancora una volta spazio alla brava e bella Kim Min-hee, sua compagna nella vita e protagonista di tutti i suoi film a partire da Right Now, Wrong Then, il film con il quale Hong trionfò a Locarno. Una scelta che avvicina ancora di più il regista sudcoreano a uno dei riferimenti più citati in occidente, quello di Woody Allen; eppure a ogni nuovo film il suo cinema sembra avvicinarsi sempre di più a quello di Éric Rohmer, ai suoi piccoli racconti morali, così intrisi di quotidiano da rendersi sempre universali. Uguali a se stessi, senza per questo cedere alla noia della ripetitività.

Info
Il trailer di The Day After.
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