How to Talk to Girls at Parties

How to Talk to Girls at Parties

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How to Talk to Girls at Parties segna il ritorno alla regia di John Cameron Mitchell a sette anni di distanza dal doloroso Rabbit Hole. Stavolta invece si lancia in una follia camp, tra punk e sci-fi in odore di demenza, traendo ispirazione da un lavoro letterario di Neil Gaiman. Fuori Concorso al Festival di Cannes. Con Nicole Kidman e una radiosa Elle Fanning.

Typical Girls

Una storia sulla nascita del punk, l’esuberanza del primo amore, e il più grande mistero dell’universo: come fare a parlare alle ragazze alle feste… [sinossi]
Typical girls get upset to quickly
Typical girls can’t control themselves
Typical girls are so confusing
Typical girls – you can always tell
Typical girls don’t think too clearly
Typical girls are unpredictable (predictable)
Typical girls try to be
Typical girls very well.
The Slits, Typical Girls, 1979.

Il problema principale di How to Talk to Girls at Parties, se di problema si può parlare, sta tutto nel lavoro portato avanti per la presentazione del film al festival di Cannes dagli addetti alla comunicazione. Si prenda per esempio la breve sinossi riportata poco sopra, e che traduce fedelmente quella rilasciata in forma ufficiale dal festival, sia sul sito che sul catalogo cartaceo: chiunque si trovasse a leggerla penserebbe a un teen-movie in odor di anni Ottanta, tutto adolescenti e ribellione, punk da ascoltare fuggevolmente mentre i genitori sono fuori casa e feste alle quali si partecipa in forma del tutto clandestina, senza essere stati invitati. Sarebbe senza dubbio legittimo aspettarsi un film del genere, se ci si dovesse fermare alla sinossi, ed è più che credibile pensare che parte consistente del popolo degli accreditati che ha assiepato balconata e platea del Grand Théâtre Lumière si attendesse proprio questo, con tanto di colonna sonora d’epoca a condurre con più facilità nei territori prossimi alla nostalgia, e quindi all’affetto.
Il problema, sempre se di problema è giusto parlare, è che di tutto questo nella baraonda infernale di How to Talk to Girls at Parties non c’è davvero quasi nulla: sì, certo, quell’incipit tutto effetto-scia, ragazzini che si lanciano sulla bicicletta per strada e attaccano ovunque il logo della loro fanzine musicale contribuisce ad alimentare il fraintendimento, ma appare ben presto chiaro come ci si stia muovendo in territori completamente diversi. John Cameron Mitchell – che qualche accreditato stampa, in maniera del tutto improvvida, ha scambiato per il David Robert Mitchell di The Myth of the American Sleepover e It Follows – torna alla regia a sette anni di distanza dal doloroso Rabbit Hole, e non ha evidentemente alcuna voglia di porre la firma in calce a qualcosa che si avvicini alla prammatica, di qualunque tipo e consistenza.

How to Talk to Girls at Parties è una totale follia scombiccherata e delirante: si parte con i tre adolescenti inglesi che amano il punk, vorrebbero mandare all’aria il Regno Unito e dirne di cotte e di crude alla regina d’Inghilterra, ma si arriva ben presto a una festa in una casa strana, con gente ancora più strana che tutto sembra tranne che umana. E infatti si tratta di alieni in trasferta: non hanno alcuna intenzione di invadere alcunché (al contrario, per esempio, di quelli raccontati da Kiyoshi Kurosawa in Before We Vanish), ma hanno anche abitudini strane, tra le quali quelle di deflorare in gruppo giovani ragazzi e di uccidersi tipo lemming alla fine del loro ciclo vitale, o supposto tale.
Ecco dunque che il film di Mitchell diventa una profanazione totale del buongusto anglosassone, una presa per i fondelli di tutto e di tutti, a partire proprio dalla casa reale, che in qualche modo rivive nella struttura gerarchica della razza aliena, fino ad arrivare a usi e costumi di un’isola – così la chiama la giovane Zan, l’aliena ribelle che scappa dal suo clan per unirsi ai “punk” – destinata forse all’estinzione. O forse no… Tra un concerto punk, una rissa e un’irruzione nella casa aliena per salvare Zan dalle grinfie dei suoi simili, How to Talk to Girls at Parties procede sempre senza fiato, come se solo nella corsa sfrenata, priva di reale meta o conclusione, si potesse rintracciare il germe del punk. Il tutto si risolve quindi in un enorme bailamme che a tratti diverte, e anche molto, ma altre volte si siede su se stesso e arranca dietro stilemi che non sa inseguire, anche per via di una regia che si crede più libera di quanto in realtà poi non dimostri nei fatti.

Eppure in qualche modo, nonostante gli infiniti squilibri che accumula a ogni pie’ sospinto, viene naturale difendere una creatura amorfa come How to Talk to Girls at Parties, nata dalla penna di Neil Gaiman dieci anni fa e all’epoca raccolta tra i racconti che compongono Il cimitero senza lapidi e altre storie nere. La storia originale non prevedeva la storia d’amore intra-specie, che sposta invece la narrazione in campi più prossimi a Romeo e Giulietta. C’è una luminosa incoerenza libertaria che si respira tra le pieghe di questa commedia sgangherata ed eccessiva: sarà per lo splendore di Elle Fanning, per l’energia che scaturisce dal trio di amici, per una leggerezza dell’essere e del vivere che riporta alla mente anche l’elogio della liberazione del corpo che propagava Shortbus. A conti fatti è come se le demenze camp del Rocky Horror Picture Show si fondessero con le eversioni in odor di devastazione culturale di Jubilee di Derek Jarman, proponendone però una versione compressa, ancor più illogica e forse eccessivamente sterile.
Non va da nessuna parte John Cameron Mitchell con How to Talk to Girls at Parties, ma quando per caso si trova da qualche parte riesce a dimostrare lampi di una genialità inconsapevole e nascosta, ma viva. Un film sbagliato, ma che sarebbe altrettanto errato respingere senza cercare di comprenderlo. O anche solo di viverlo.

Info
La scheda di How to Talk to Girls at Parties sul sito di Cannes.
Il trailer originale di How to Talk to Girls at Parties.
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