West of the Jordan River (Field Diary Revisited)

West of the Jordan River (Field Diary Revisited)

di

Amos Gitai affronta questa volta il conflitto arabo-israeliano dalla prospettiva dei Territori Occupati: il documentario West of the Jordan River (Field Diary Revisited), presentato alla Quinzaine, è un nuovo, sacrosanto, atto d’accusa nei confronti della politica del proprio paese.

Cambierà?

Amos Gitai ritorna nei Territori Occupati per la prima volta dal 1982, quando girò il documentario Field Diary. Di fronte al fallimento della politica, il regista racconta soprattutto il lavoro quotidiano di uomini e donne che hanno fondato delle associazioni a favore della convivenza con gli arabi. [sinossi]

Vi sono degli autori che, sostanzialmente costretti dall’eccezionalità del paese in cui sono nati e cresciuti, si trovano da sempre ad affrontare una propria ‘questione nazionale’. Amos Gitai è uno di questi. Ora sotto forma di finzione, ora di documentario e di film-saggio, il regista israeliano ha ragionato lungamente e sempre in modo intelligente, intorno al tema del conflitto con i palestinesi.
Anche il suo nuovo film, West of the Jordan River (Field Diary Revisited), presentato alla Quinzaine, segue questo terreno forzatamente elettivo, focalizzandosi in particolare sul nodo dei Territori Occupati e rimandando direttamente a un suo precedente film, Field Diary del 1982. È questa d’altronde un’altra delle caratteristiche di Gitai, i cui film si riecheggiano e si richiamano l’uno con l’altro; e nel presente caso il discorso su Rabin rimanda anche al suo precedente lungometraggio di finzione, Rabin, the Last Day, presentato nel 2015 a Venezia. Il risultato è un corpus cinematografico di invidiabile densità e coerenza, dove d’altronde appare sempre palese l’insegnamento del cinema godardiano, ancora una volta suggerito attraverso labirintici titoli di testa.

In tale contesto, è però inevitabile che vi siano degli alti e dei bassi, come è scontato che, in certi casi, di fronte all’urgenza della testimonianza, la personalità autoriale sia sostanzialmente costretta a farsi da parte. Ciò accade per l’appunto in West of the Jordan River (Field Diary Revisited) in cui è indubbia l’importanza dei discorsi che si fanno – da un lato l’accusa nei confronti delle politiche governative, dall’altro l’incontro con associazioni che si spendono per la convivenza con gli arabi -, mentre allo stesso tempo qualche appunto lo si può fare sulla quasi totale mancanza di espressività del film, che procede in modo piano – e dunque piatto – col piglio di un’ottima ed esaustiva inchiesta.

Certo, non siamo dalle parti di una qualunque inchiesta televisiva, perché Gitai lavora di asciuttezza, di chiarezza, di sintesi e di approfondimento. Ma forse qualche soluzione registica poteva essere un po’ più ragionata, come ad esempio quella – banale – che evoca la morte di Rabin facendoci sentire solo i colpi di pistola su sfondo nero. Vien da pensare allora che la “trovata” migliore di West of the Jordan River (Field Diary Revisited) la si veda nell’incipit, dove vengono sostituite su un parete delle foto con altre più recenti, alludendo in questo modo sia alla carriera di Gitai (la “sua” immagine che si aggiorna, ragionando però sulle stesse tematiche), sia alla complessa e ormai gattopardesca vicenda dello stato israeliano (restano i nomi e cambiano le facce, per dirla alla Battiato).

Ma è anche vero che le questioni stilistiche in certe situazioni si possono classificare come questioni di lana caprina, quantomeno di fronte a certi presagi funesti. Il più inquietante viene presentato a Gitai da un redattore del quotidiano Haaretz: secondo l’opinione ben argomentata del giornalista, infatti, Israele – continuando ad appoggiare gli insediamenti nei territori appartenenti ai palestinesi – rischia di oltrepassare il punto di non ritorno e di sparire entro dieci anni, per una sorta di autodafé. E se West of the Jordan River (Field Diary Revisited) si chiude comunque su una nota di speranza, quella degli uomini di buona volontà, resta in ogni caso l’incubo di una classe dirigente, capitanata ormai da troppo tempo da un personaggio come Netanyahu, che corre dritta e con incoscienza verso il suicidio collettivo.

Info
La scheda di West of the Jordan River (Field Diary Revisited) sul sito della Quinzaine.
  • West-of-the-Jordan-River-Field-Diary-Revisited-2017-amos-gitai-1.jpg
  • West-of-the-Jordan-River-Field-Diary-Revisited-2017-amos-gitai-2.jpg
  • West-of-the-Jordan-River-Field-Diary-Revisited-2017-amos-gitai-3.jpg
  • West-of-the-Jordan-River-Field-Diary-Revisited-2017-amos-gitai-4.jpg
  • West-of-the-Jordan-River-Field-Diary-Revisited-2017-amos-gitai-5.jpg
  • West-of-the-Jordan-River-Field-Diary-Revisited-2017-amos-gitai-6.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Cannes 2017: tutte le recensioni dalla Croisette | Quinlan.itCannes 2017

    Cannes 2017, come tutte le precedenti edizioni, è una bolla, una magnifica altra dimensione: ci si immerge nel buio delle sale per ore, giorni, settimane. Concorso, fuori concorso, Un Certain Regard, Semaine de la Critique, Quinzaine des Réalisateurs, Cannes Classics...
  • Venezia 2015

    RABIN-the-last-day-2015-amos-gitaiRabin, the Last Day

    di Amos Gitai affronta con coraggio e grande rigore estetico l'evento cruciale degli ultimi vent'anni di storia israeliana: l'omicidio di Yitzhak Rabin, avvenuto il 4 novembre del 1995. Rabin, the Last Day, in concorso a Venezia, è finora il più serio candidato al Leone d'Oro.
  • Venezia 2014

    tsili-2014-amos-gitaiTsili

    di Prosegue l’indagine di Amos Gitai sui concetti di casa, identità e appartenenza con un film rarefatto e raffinato, ma non per questo meno duro. Fuori concorso al Festival di Venezia 2014.
  • In sala

    ana_arabiaAna Arabia

    di Amos Gitai torna a riflettere sul concetto di casa, radici e appartenenza, raccontando la storia di una famiglia arabo-israeliana in un unico, calibratissimo piano sequenza.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento