Wind River

Wind River

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Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, Wind River di Taylor Sheridan è un western contemporaneo, è un poliziesco dai contorni drammatici, dolorosi. Sheridan non si limita a intrecciare gli elementi chiave dei due generi, ma riesce ad aggiornare e contestualizzare il mito della Frontiera, a legare paesaggio e sguardo antropologico, disegnando una detection asciutta e tesissima e un dramma personale e sociale vivo e pulsante. Ottimo cast, in primis Jeremy Renner. Merita una citazione il possente e magnetico Gil Birmingham.

La notte senza legge

Cory Lambert, un agente della United States Fish and Wildlife Service, lavora nella riserva indiana Wind River, sperduta nei vasti territori del Wyoming. Dopo aver scoperto nella neve il cadavere di una giovane donna, si offre di aiutare l’agente dell’FBI Jane Banner, inviata nella riserva per indagare sull’omicidio. Fortemente legato alla comunità dei nativi americani, Cory è l’unico in grado di affrontare questo ambiente ostile, un territorio devastato dalla violenza e isolamento, in cui la legge dell’uomo svanisce di fronte alla spietata natura… [sinossi]

Autore della sceneggiatura di Sicario di Denis Villeneuve e di Hell or High Water di David Mackenzie, Sheridan si piazza dietro la macchina da presa con le medesime ambizioni, sostenute da mezzi economici e tecnico-artistici adeguati. Dopo il Sundance, Wind River approda al Festival di Cannes 2017, mettendosi in bella mostra nella sezione Un Certain Regard: Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, la Weinstein Company, una sceneggiatura solidissima, i paesaggi innevati del Wyoming, western e detection che si intrecciano. Wind River è cinema classico, roccioso, narrativamente stratificato, capace di raccontare un territorio ostile, una comunità alla deriva, (più di) un dramma umano. Intensissimo e pronto a deflagrare.

Sheridan non si limita a fondere gli elementi chiave dei due generi, ma riesce ad aggiornare e contestualizzare il mito della Frontiera, a legare paesaggio e sguardo antropologico, disegnando una detection asciutta e tesissima e un dramma personale e sociale vivo e pulsante. C’è l’indagine della polizia locale e dell’FBI, ovviamente, ma ci sono più storie in Wind River: storie di quotidiana sopravvivenza in una regione quasi disabitata, lontanissima dalle luci della città; storie di donne che svaniscono nel nulla, di uomini dilaniati dalla violenza, dall’alcool, da distanze che annientano, da un vuoto che inghiotte.
Storie di lupi e di cervi deboli. Non sfortunati, ma deboli.
Una battuta di Lambert (Renner) penetra come una lama, restando avvinghiata più agli occhi che alle orecchie: «i lupi non uccidono i cervi sfortunati, uccidono i cervi deboli». Le distese di neve, quel bianco mortale, le impervie salite e le distanze proibitive se non fatali, sono il paesaggio naturale dominato fisicamente e metaforicamente dai lupi, dal rapporto spietato e cristallino tra forza e debolezza.

Sheridan racconta attraverso la scrittura e la messa in scena un luogo che continua a essere selvaggio west, incurante delle leggi della città, delle giurisdizioni, delle catene di comando. Wind River non è però una detection che vive di contrasti, un buddy movie che pian piano mette insieme i mattoncini di una collaborazione e/o amicizia: nel Wyoming di Sheridan non c’è tempo da perdere, c’è solo il tempo dei lupi e dei cervi. Il tempo di Lambert, un moderno e solitario cacciatore, una sorta di nativo bianco, uno yankee che si è adattato alla terra degli arapaho e degli shoshoni [1]. Nella Frontiera di Sheridan conta l’adattabilità al territorio e alle sue temperature: il gatto delle nevi, il fucile di precisione, l’abbigliamento adatto, la forma mentis, la condizione fisica.

Lo script di Sheridan innesta su una lineare detection dei flashback che contribuiscono ad accrescere la tensione, a svelare il buio che ha inghiottito le vittime, facendo scorrere su binari paralleli l’elaborazione del lutto di Lambert e il rito di passaggio di Banner. Riecheggiano in Wind River una lunga serie di pellicole, da Caccia selvaggia di Peter R. Hunt a The Precipice di Yasuzō Masumura, da La promessa di Sean Penn a La notte senza legge di André De Toth, da In ordine di sparizione di Hans Petter Moland a Il grande silenzio di Sergio Corbucci… immagini e suggestioni che confluiscono nella scrittura, nei personaggi, nei volti e nei paesaggi di Wind River. In meno di due ore, Sheridan riesce ad articolare il meccanismo investigativo, a raccontare un territorio, a riassumerne le implicazioni individuali e sociali, a restituire la sensazione del gelo, dei cristalli di ghiaccio che penetrano nei polmoni. È un cinema fisico, quello di Sheridan, vigoroso quando serve. Un cinema che lavora di sottrazione, ma che è pronto a esplodere, perché siamo in un western. Un western di lupi e di cervi.
Il branco. Il cacciatore. La guerriera. Il western non morirà mai.

Note
1.
Le terre del Wyoming erano originariamente abitate da diverse tribù: Sioux, Crow, Arapaho e Shoshoni. La riserva indiana di Wind River ospita Northern Arapaho e Eastern Shoshone.
Info
La scheda di Wind River sul sito di Cannnes.
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