L’intrusa

L’intrusa

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Leonardo Di Costanzo firma il suo secondo lungometraggio, L’intrusa, cercando di rintracciare una volta di più il punto d’incontro tra realtà documentaria e ricostruzione narrativa; stavolta però il meccanismo si inceppa, e i nodi non vengono al pettine, anche per la scarsa empatia che si sviluppa tra lo sguardo del regista e il mondo che sta indagando. Alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes 2017.

La masseria

Giovanna è la fondatrice del centro “la Masseria” a Napoli: le mamme del quartiere ci portano i bambini per sottrarli al degrado e alle logiche mafiose ed immergerli nella creatività e nel gioco. In quest’oasi cerca rifugio e ospitalità Maria, giovanissima moglie di un killer arrestato per l’omicidio di un innocente. Maria ha due figli. Per le altre mamme è il male incarnato. Ma la scelta di Giovanna è più difficile. Chi ha bisogno di più aiuto? [sinossi]

L’intrusa è la moglie di un killer della camorra, latitante in fuga dopo aver ucciso un innocente; è Giovanna, che ha fondato il centro la Masseria e attraverso questo cerca di far ritrovare agli abitanti del quartiere un concetto di comunità, di luogo comune per portare avanti percorsi simili, vicini; è anche la stessa Napoli, che si insinua sottopelle ed è a sua volta dominata da logiche le più diverse tra loro. Almeno sulla carta. Legittima era l’attesa attorno a L’intrusa, secondo lungometraggio di finzione diretto dal documentarista di lungo corso Leonardo Di Costanzo dopo l’apprezzato L’intervallo, che prese parte nel 2012 alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia ma avrebbe meritato senza dubbio un posto nel concorso ufficiale, “occupati” invece da Bella addormentata di Marco Bellocchio, È stato il figlio di Daniele Ciprì, e Un giorno speciale di Francesca Comencini. L’intervallo pose sulla ribalta nazionale e internazionale un regista dotato di rara sensibilità, in grado di mettere a fuoco la realtà che lo circonda senza ridurla mai a cliché, in una lettura scevra di pre-giudizi: stesse qualità riscontrabili nel suo decennale lavoro documentario, come dimostrano tra gli altri A scuola e Cadenza d’inganno.
Anche L’intrusa, uno dei tre film italiani accolti nella selezione della Quinzaine des réalisateurs – gli altri sono Cuori puri di Roberto De Paolis e soprattutto A ciambra di Jonas Carpignano –, si muove nella stessa direzione degli altri lavori di Di Costanzo. L’ambientazione è la Napoli sottoproletaria, schiacciata dalla prepotenza e dallo strapotere della camorra; l’umanità è alla ricerca di un proprio posto, costretta a fronteggiare logiche di pensiero e di dominio che sembrano essersi immerse a tal punto nella vita di tutti i giorni da non poter essere estraibili in alcun modo.

Se nel suo esordio nel cinema “di finzione” (le categorie quando si ha a che fare con opere simili decadono immediatamente, e dimostrano la loro labile essenza) Di Costanzo aveva ricreato l’ideale del prison-movie ponendo in forma dialettica due ragazzini, l’una prigioniera, l’altro carceriere, ne L’intrusa cerca di rintracciare la medesima istanza narrativa attribuendo un angolo del ring a Giovanna, figlia della Napoli intellettuale che vuole dare il proprio contributo alla lotta contro la camorra, e contro i legacci che tengono avvinti i cittadini spaventandoli e rendendoli muti complici, e dall’altro Maria, giovanissima consorte di un latitante, ricercato per omicidio, che si rifugia nella piccola comunità creata da Giovanna e qui riceve asilo. Una convivenza che poco per volta ma in maniera costante minerà l’armonia del luogo e svelerà le contraddizioni di un pensiero collettivo che reclama la propria diversità rispetto alla connivenza mafiosa e camorrista, ma non sa poi evadere dalle logiche di pensiero su cui le strutture criminali si formano.
Questa affascinante presa di posizione autoriale non trova però nel corso del film una struttura solida su cui poggiare le basi. Di Costanzo, come si è scritto, si muove ancora attorno alla (con)fusione tra documento del reale e sua ricreazione totale, e dimostra di saper lavorare con i non professionisti, ma poi carica di responsabilità un’attrice che attrice non è: il ruolo di Giovanna, centro nevralgico del discorso e dello sguardo del regista, è affidato alla coreografa e danzatrice Raffaella Giordano, alla prima interpretazione come protagonista di un film e prima d’ora vista solo ne Il giovane favoloso di Mario Martone. Una scelta che sposta l’asse del discorso verso una finzione esibita, poco credibile, e che cozza in maniera a tratti clamorosa con la capacità di scavare nel profondo di Napoli (e della napoletanità) che il resto del film dimostra, e che rappresenta l’aspetto più prezioso e convincente de L’intrusa.

Anche la lettura politica del film conferma le doti di Di Costanzo, che affronta una questione spinosa senza cedere alla retorica e senza attenuare il livello del conflitto: la sequenza finale, con la festa tanto attesa e fino all’ultimo a rischio cancellazione, che esplode “nonostante tutto” trascinando nella danza anche Giovanna, è una soluzione brillante, potente, carica di senso e di molteplici sfumature. Dispiace dunque che a tratti L’intrusa sembri accartocciarsi su se stesso, perdere consistenza, adagiarsi su forme più accomodanti, respirare una falsità più che legittima finzione. L’artificio, tenuto con sapienza fuori dalla porta ne L’intervallo, riemerge e mina il percorso, come se l’atto politico si facesse d’improvviso “solo” atto civile. Resta comunque l’impressione di un autore in grado di affrontare il reale senza timori, e senza chiavi di lettura preconcette. E tanto basta, probabilmente.

Info
L’intrusa sul sito della Quinzaine.
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