Demons in Paradise

Demons in Paradise

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Il regista srilankese Jude Ratnam ripercorre in prima persona la guerriglia portata avanti dai tamil, minoranza ghettizzata dal governo centrale. Nel coraggioso documentario Demons in Paradise si mescolano il sogno del “Tamil Eelam”, la lotta intestina al popolo tamil e la necessità di ricordare, e di rileggere la propria storia. A Cannes tra le séances spéciales.

La ferrovia che non c’è più

Nel 1983 Jude Ratnam ha cinque anni. Fugge a bordo di un treno rosso dai massacri perpetrati contro i tamil dal governo pro-singalese dello Sri Lanka. Diventato regista, Jude compie un nuovo viaggio nel suo paese da sud a nord. Davanti a lui sfilano le tracce della violenza di ventisei anni di guerra che ha trascinato i combattenti per la libertà della minoranza tamil verso un terrorismo autodistruttivo. Nel riportare a galla i ricordi sbiaditi dei suoi compatrioti che hanno preso parte, per lo più, ai gruppi militanti o alle Tigri tamil, propone di andare al di là della collera e del rancore e apre la via a una possibile riconciliazione. Demons in Paradise è il risultato di dieci anni di lavoro, nonché primo film documentario di un regista srilankese tamil che osa raccontare la guerra civile dall’interno. [sinossi]

La proiezione stampa di Demons in Paradise, documentario con cui esordisce alla regia il trentanovenne Jude Ratnam, è andata pressoché deserta: la Salle Bazin, che di solito trabocca di accrediti rose al punto da impedire l’ingresso a bleue e jaune (sulla scala gerarchica classista degli accrediti stampa a Cannes si potrebbe aprire un lungo e articolato discorso), è rimasta vuota per la stragrande maggioranza dei posti. Certo, in molti hanno preferito lanciarsi in sala stampa per scrivere di The Beguiled, il nuovo lungometraggio in concorso di Sofia Coppola, ma questo non basta a giustificare la situazione; la verità è che quasi tutti hanno snobbato Demons in Paradise. Un documentario già di per sé è meno appetibile di altri film in una cornice come la Croisette, e se a questo dato si aggiungono la provenienza (lo Sri Lanka) e il tema (gli strascichi che la guerra che il popolo tamil condusse contro il governo centrale di Colombo), il cerchio si chiude. Poco male, arriveranno probabilmente altri palcoscenici a dare la doverosa visibilità a questa opera prima, dolorosa e coraggiosa, che ha impegnato Ratnam per quasi dieci anni, tra sviluppo e riprese.
L’obiettivo che si pone il giovane regista, dopotutto, non si limita a documentare una realtà stratificata e complessa come quella che si è sviluppata in Sri Lanka a partire dall’inizio degli anni Ottanta, ma punta la meta assai più in alto: Ratnam non vuole “solo” riportare a galla il rimosso di una nazione, e in particolar modo di quella minoranza che lottò per ottenere diritti e finì per recludersi in una guerra intestina priva di sbocchi o di soluzioni reali, ma ambisce a ricomporre le fila del discorso, a riprendere il dialogo. A vivere dopo essere riusciti a sopravvivere.

Demons in Paradise prende l’abbrivio da una questione personale e da una memoria autobiografica: quando nel 1983 la popolazione singalese – che rappresenta la stragrande maggioranza degli abitanti dello Sri Lanka, circa il 75% secondo gli ultimi censimenti – proruppe in una serie di terribili violenze contro i tamil, per nulla ostacolate dal governo di Colombo, Ratnam aveva cinque anni, e venne portato in salvo a bordo di un treno rosso, primo vivido ricordo di un’esistenza costretta allo sradicamento. Un treno che corre su dei binari. Quei binari però non esistono più, sono stati eliminati e i pochi esemplari rimasti arruginiscono sostenendo il peso di cadaveri di carrozze dei treni, a loro volta ricoperti di ruggine e invasi dalle piante. La natura riprende il proprio spazio là dove l’uomo si autodistrugge. Ed è di una autodistruzione in piena regola che parla il documentario di Ratnam, il crollo di un’utopia, quella di Tamil Eelam, come i tamil chiamano la loro patria, non riconosciuta da nessuno e inglobata in una nazione che non riconosce loro alcun diritto, neanche quello di parlare la propria lingua. Così si ha paura se un bambino parla a voce troppo alta, si cerca di nascondere il proprio vestiario adeguandosi alla cultura singalese, si cancella persino dalla fronte il pottu, il tradizionale punto rosso decorativo per le donne.
La lotta per la liberazione del popolo tamil ebbe uno slancio notevole, salvo poi sprofondare in una paranoia interna, in cui i membri dei diversi gruppi (alcuni di estrazione religiosa, altri legati al socialismo e al marxismo, altri ancora intenzionati a riprendere rapporti con il sud dell’India) si accusavano l’un altro di tradimento, di collaborazionismo, di aver svenduto la causa. Nulla di nuovo nel panorama rivoluzionario mondiale, verrebbe da dire…

Jude Ratnam osa però l’inosabile. Riporta al centro di tutto la dialettica. Riapre i canali di dialogo. Pone quasi tutti i leader delle diverse fazioni tamil accanto a un falò e li spinge a parlare, a ricordare, a ritornare a quei tempi terribili, a cercare il bandolo di una matassa ingarbugliatasi troppi, troppi anni addietro. Così le Tigri Tamil parlano finalmente con i rappresentanti dei gruppi TELO – Tamil Eelam Liberation Organization, EPRLF – Eelam People’s Revolutionary Liberation Front, PLOTE – People’s Liberation Organization of Tamil Eelam, EROS – Eelam Revolutionary Organization of Students, e anche TEA – Tamil Eelam Army, FTA – Ilankai Freedom Tamil Army, SRSL – Socialist Revolutionary Social Liberation; senza più ricercare colpevoli e vittime, senza più rivendicare posizioni di vantaggio rispetto agli altri. Senza dimenticare i caduti uccisi dal governo centrale, e le vessazioni patite da un popolo che ha sola colpa di rappresentare una “minoranza”, ma non una minoranza abbastanza esigua da passare inosservata.
Demons in Paradise non sfugge anche a un’analisi delle colpe del colonialismo e del suo sanguinoso retaggio, e a una lettura non pacificata di un popolo (anche quello tamil) che con troppa facilità si schiera con il più forte, per non dover vivere ansie e problemi. “Perfino con la polizia stanno”, sentenzia uno degli ex-combattenti attorno al fuoco. Si può ripartire però, può esistere il sogno di una ricomposizione sociale e politica. Si può osare chiamare il proprio bimbo con un nome Tamil, quello del terzo occhio di Shiva. E forse, chissà, si può perfino ripartire dalla ferrovia. Jude Ratnam ha firmato un piccolo ma prezioso film, politico e personale (ma la politica non è sempre anche una questione privata?). Peccato che qui a Cannes quasi nessuno se ne sia accorto.

Info
Il trailer di Demons in Paradise.
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