L’inganno

L’inganno

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Presentato in concorso al Festival di Cannes 2017, L’inganno (The Beguiled) di Sofia Coppola rimette mano al romanzo di Thomas P. Cullinan, già portato da Don Siegel sul grande schermo con La notte brava del soldato Jonathan. Un adattamento/remake virato al femminile, immerso in una dimensione sospesa, quasi sognante, splendidamente messa in scena dalla Coppola e da Philippe Le Sourd. Le luci naturali, le composizioni pittoriche e alcuni preziosi dettagli (le due fulminanti battute très jolie e bon appétit) sono però neutralizzate da una narrazione quasi svogliata, bidimensionale.

Lost in adaptation

In piena guerra di Secessione, nel profondo Sud, le residenti di un collegio femminile soccorrono un soldato nordista ferito. Accolto e curato, l’avvenente e scaltro soldato scatena una tempesta ormonale tra le residenti e una inevitabile serie di rivalità. La situazione prende però una piega imprevista… [sinossi]
The years creep slowly by, Lorena,
Snow is on the grass again;
The sun’s low down the sky, Lorena,
The frost gleams where the flowers have been;
But the heart throbs on as warmly now,
As when the summer days were nigh;
Oh! the sun can never dip so low,
A down affection’s cloudless sky.
Lorena – Henry D. L. Webster

È accogliente il cinema di Sofia Coppola. Visivamente prezioso, moderno anche quando si immerge in altre epoche, personale e autoriale ma mai (realmente) presuntuoso, cervellotico. Una poetica che declina e indaga il femminile, svolazzando tra dramma, comicità, satira. Accogliente e ingannevole. Come le donne e le fanciulle di The Beguiled/A Painted Devil, le pagine di Thomas P. Cullinan che la Coppola riporta sullo schermo. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2017, L’inganno (The Beguiled) uscirà nelle sale italiane il 14 settembre. Proprio dopo Venezia, luogo di un delitto datato 2010 [1].

Non appare indispensabile questo nuovo adattamento del romanzo di Cullinan, già portato sullo schermo da Don Siegel. Erano gli anni Settanta, il nordista era Eastwood e La notte brava del soldato Jonathan rivelava una certa urgenza. L’operazione della Coppola appare abbastanza chiara, e piuttosto prevedibile, con la solita raffinata patina estetica, la narrazione rarefatta, l’immersione in un microcosmo femminile. L’inganno è una sorta di giardino delle vergini omicide che sembra sempre sul punto di liberarsi dal giogo estetico, ma che non ha il tempo necessario per dare corpo ai personaggi, alle dinamiche psicologiche e ormonali.
La declinazione al femminile, a partire dalla messa in scena, così distante da quella nerboruta di Siegel, è indubbiamente interessante ma monca, troppo schematica. La Coppola sembra accontentarsi della superficie dei personaggi; delle azzeccate scelte di casting; dei seducenti esterni pittorici; delle due cene e del (fulmineo) rovesciamento di prospettive e ruoli. Come con Bling Ring, la Coppola ci prende per mano e poi ci lascia lì.

In attesa di futuri sviluppi, scorgiamo nel cinema della Coppola uno slittamento post- Somewhere, con l’apparato estetico che non è autosufficiente, anche quando si modella filologicamente sul contenuto come in Bling Ring – si vedano, per contrasto, The Neon Demon di Refn e Spring Breakers di Korine, opere capaci di colmare gli abissi morali, di creare immagini realmente stratificate e pienamente significanti.
Il contrasto tra forma e contenuto (tra forma e trattamento del contenuto) è amplificato dall’esasperata e seducente composizione pittorica degli esterni: una dimensione sospesa, quasi sognante, immersa in una natura avvolgente, così rigogliosa da sembrare irreale, pennellata da un pittore. Anzi, dal pittore: il direttore della fotografia Philippe Le Sourd. Non un vezzo, ma una scelta precisa e metaforica che sposa sia il paesaggismo ottocentesco, sia la natura duplice del collegio femminile, un po’ prigione e un po’ rifugio, isola felice. Ed è da qui, da queste immagini e poi dai frettolosi sviluppi narrativi, che L’inganno sembra scivolare via, accontentandosi di sottotesti accennati, di personaggi bidimensionali, di uno script che si adagia su snodi narrativi che vivono del contrasto con La notte brava del soldato Jonathan.

In sostanza, L’inganno è un riflesso della pellicola di Siegel, seppur attraversato da intuizioni più che felici. In primis, il francese come veicolo di ipocrisia: le battute très jolie e bon appétit preannunciano la deflagrazione di desiderio e morte, con la foga ormonale che scardina e sconquassa le buone maniere e le convenzioni sociali. Ma anche il ritorno alle buone maniere e ai ruoli prestabiliti, sottolineati dalla meticolosa cura nel cucire la stoffa che avvolge il corpo del soldato.
I confini del collegio femminile, quel cancello che si apre per accogliere e poi per escludere, il montante e malato desiderio sessuale, il ribaltamento dei ruoli maschili e femminili, la perdita dell’innocenza, il castigo smisurato rispetto al delitto, la portata destabilizzante di questo racconto southern gothic restano in controluce, letture generose che uniscono i puntini di una poetica pericolosamente ripiegata su se stessa. Case, prigioni dorate, ancora una volta microcosmi. Macchine che girano in tondo. A volte a vuoto.

Note
1. Sì, certo, le colpe dei premi non dovrebbero mai ricadere sui film. Con Quentin Tarantino presidente di giuria, la Coppola sbanca Venezia con Somewhere, in un concorso che ospitava Post Mortem di Pablo Larraín, Venere nera di Abdel Kechiche, 13 assassini di Takashi Miike, The Ditch di Wang Bing, Meek’s Cutoff di Kelly Reichardt, Noi credevamo di Mario Martone, Ballata dell’odio e dell’amore di Álex de la Iglesia… in molti se la sono legata al dito.
Info
La scheda de L’inganno sul sito di Cannes.
Il trailer originale de L’inganno.
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