Bushwick

Action catastrofico che si muove tra Carpenter e Romero, Bushwick al di là di alcuni eccessi di auto-compiacimento visivo è un efficace ritratto di quel che potrebbe diventare l’America trumpiana. Alla Quinzaine.

All’improvviso, l’inferno

Sulla strada per raggiungere la casa della nonna e presentarle il suo nuovo ragazzo, Lucy uscendo dalla metropolitana incappa nell’inferno: le strade di Bushwick, il suo quartiere del distretto di Brooklyn, è preso d’assalto da non meglio identificate forze armate. Verrà a sapere poco dopo che il Texas sta provando a sfidare gli Stati dell’Unione imponendo la propria secessione e cercando un tavolo di negoziato a partire dall’occupazione dell’East Coast… [sinossi]

Da qualche anno ormai il modello dell’horror/thriller/action alla Carpenter e alla Romero sta tornando di moda. Oltre ai numerosi remake che sono stati fatti dei film dei due autori, in particolare di Carpenter, i film esemplari in tal senso sembrano essere soprattutto Distretto 13 del primo (rifatto nel 2005, per la firma di Jean-Francois Richet) e La città verrà distrutta all’alba del secondo (rifatto nel 2010, diretto da Breck Eisner).
Ma, ancor di più, è l’atmosfera di terrore, di deriva autoritaria e di assoluta precarietà esistenziale che nutriva i film dei due cineasti e che, tra alti (pochi) e bassi (molti), si cerca di nuovo di replicare in questi tempi così incerti. In tal senso, l’esempio forse meglio riuscito, oltre che politicamente più cristallino, appare essere – pur con i suoi limiti – la saga di La notte del giudizio.

Si colloca su quest’onda Bushwick, diretto dal duo di registi Cary Murnion e Jonathan Milott e presentato alla Quinzaine a Cannes 2017. Prendendo il titolo da un quartiere di New York che fa parte del distretto di Brooklyn, un quartiere tradizionalmente operaio, il film ipotizza una sorta di seconda guerra civile americana, in cui il Texas vuole imporre una nuova secessione e, avendo assoldato dei mercenari, prova a invadere New York per usarla come preziosa pedina di scambio per un successivo negoziato. L’attacco però incontra la resistenza della popolazione locale, composta soprattutto da afro-americani, e finisce per scatenare una anarchica follia indiscriminata, fatta di rapine, violenze, sparatorie in strada, cecchini appostati, ecc. Un nuovo western dove la legge è saltata.

Il duo di registi fa iniziare Bushwick chiarendo subito gli obiettivi: le inquadrature dall’alto di New York e la musica dal sapore post-carpenteriano riescono a restituire immediatamente l’idea di quello che andremo a vedere. Solo che la scelta registica appare sorprendente rispetto al modello scelto: Bushwick, infatti, più che lavorare su una riscrittura della classicità, che ad esempio è sempre stata l’ambizione di un autore come Carpenter, cerca di ripensare il concetto della pseudo-soggettiva che tanta influenza ha avuto e sta avendo nel filone dominante dell’action/thriller/horror contemporaneo. Basti pensare a Cloverfield.
Non siamo però nel campo del found footage o della macchina a mano che si muove all’impazzata restituendo – in apparenza – in maniera molto parziale quel che accade in scena. Murnion e Milott scelgono piuttosto una via di mezzo, affidando alla steadycam quasi tutta la messa in scena e quindi insistendo soprattutto sulla fluidità e sulla continuità (non sono pochi i piani-sequenza), oltre che proponendo un punto di vista ben limitato (di norma, la macchina è posizionata di quinta rispetto ai protagonisti). Questa impostazione fa sì che Bushwick replichi quasi l’aristotelico tempo ‘reale’ dell’azione – dall’uscita in metro fino al tentativo di fuga – e che evidenzi in maniera a momenti palesemente compiaciuta un’attenzione per i piani visivi che si sovrappongono (tra cecchini appostati sopra ai palazzi della main street, protagonisti che fuggono in strada, passanti che corrono nella direzione opposta, ecc.). E, se per la maggior parte del tempo il gioco funziona, a tratti – come capita sempre in questi casi – sembra che i registi ne rimangano schiavi e si vorrebbe presto passare ad altro, supplicando l’intervento riparatore di un indispensabile montatore.

Nonostante ciò, Bushwick resta comunque un ottimo esempio di riscrittura di quel genere anni Settanta che seppe benissimo restituire i turbamenti di un’epoca. E se una vecchia signora nera dice: “Voi non potete sapere che cosa sono stati gli anni Settanta”, è anche vero che la guerriglia urbana cui assistiamo non è poi troppo diversa dalle manifestazioni di protesta – che non si vedevano da tantissimo tempo – ri-portate avanti negli ultimi anni dal popolo di colore, profondamente deluso dalla politica di Obama.
L’ultima notazione che è necessario fare è quella che ha a che fare con – per l’appunto – l’attualità politica: nel momento in cui ci viene detto che il terrorismo che si è scatenato è interno al paese stesso e che il Texas vuole una secessione per una riedizione dell’idea del suprematismo bianco, ecco che viene inevitabile vedere in questa nuova guerra civile lo scontro finale tra l’America trumpiana e quella dell’integrazione. Un conflitto che nella realtà si è aperto ufficialmente da pochi mesi e che speriamo non arrivi a degenerare nel modo in cui si vede in Bushwick. Ma la grandezza del cinema americano la si trova come sempre in questo: nell’immaginare presenti distopici in cui si rischia costantemente di cadere.

Info
La scheda di Bushwick sul sito della Quinzaine.
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