In the Fade

In the Fade

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Con la stessa consistenza di un grigio sceneggiato televisivo, In the Fade di Fatih Akin mette in scena il dramma di una donna che perde la famiglia in un attentato ordito da neonazisti. In concorso a Cannes 2017.

It’s better to burn out than to fade away

La vita di Katia viene distrutta quando suo marito e suo figlio muoiono in un attentato. Dopo il dolore e l’ingiustizia, verrà il tempo della vendetta. [sinossi]

Dopo l’incauta sortita nel film storico con Il padre, Fatih Akin torna al suo tema prediletto, quello della donna sola contro il mondo, che tante soddisfazioni gli aveva dato con La sposa turca. Stavolta in In the Fade, presentato in concorso alla 70esima edizione del Festival di Cannes, è il turno di Diane Kruger che veste i panni di Katia, disperata per la morte del marito turco e del figlio in un attentato ordito da neonazisti. La giustizia non la assiste e allora lei si farà tentare dall’idea della vendetta.

Girato con la stessa scarsa attenzione stilistica di uno sceneggiato televisivo d’antan (ché, anzi, erano spesso più raffinati di come ce li si ricorda) e con gli stessi tempi dilatati, narrativamente pigro e ozioso, In the Fade non lo si può nemmeno definire come un film a tesi, vista la fiacchezza del suo discorso e la tendenza a procedere secondo un banalissimo schemino preconfezionato. Illuminante sembra in tal senso la lunghissima parentesi – tra l’altro il momento centrale del film – in tribunale, dove il racconto si disperde in piccole beghe tra avvocati e giudici, in risibili lungaggini e in presunti coup de théâtre, come quello del greco sfregiato che – dopo aver fornito un alibi ai neonazisti, asserendo di non conoscerli ma di averli avuti come clienti in un suo albergo – si scopre essere un adepto di Alba dorata. Una fase, questa, che vorrebbe fare il verso al film processuale all’americana, ma che non gli si avvicina neppure lontanamente, dispersa com’è in scenette ingenuamente didascaliche (come questa in cui Katia aggredisce la giovane neonazista).

Akin gioca facile con i sentimenti e sceglie sempre la soluzione più facile, più a portata di mano: ecco allora che vediamo Katia tornare nel locale sotto sequestro in cui sono morti il marito e il figlio e osservare, piangente, il sangue sulle pareti; ecco, ancora, che i genitori del marito sono i classici stranieri che vorrebbero seppellire il figlio nel suo paese e che accusano la donna ariana di non averlo protetto (ma in che senso poi?); ed ecco che anche da parte della madre di lei non ci arrivano altro che prevedibili sentenziosità, visto che la signora – strabuzzando gli occhi indemoniata – continua ad accusare la figlia di essersi rovinata andando a sposarsi un turco.
Si legge, tra l’altro, in filigrana, lungo tutto il percorso di In the Fade un maschilismo fastidioso e uno sguardo punitivo nei confronti della protagonista (caratteristiche che, d’altronde, già inficiavano a suo tempo La sposa turca): la donna infatti è a suo modo colpevole di aver sposato un turco ex-spacciatore ed è stata punita per questo, e in fin dei conti forse – sospetta qualcuno intorno a lei – non ha svolto bene il suo lavoro di madre (quando le chiedono che lavoro facesse, lei risponde icasticamente: “Ero madre”). D’altronde non è forse vero che, quando marito e figlio vengono saltano in aria, lei se ne stava tranquillamente con un’amica a farsi una sauna?

Il pericolo neonazista è molto vivo in Germania, l’integrazione sociale appare sempre più difficile e il Vecchio Continente ribolle di contraddizioni e conflitti, tanto che qui al Festival di Cannes – con tutti i militari assiepati lungo la Croisette – sembra di essere in guerra. E forse lo siamo pure. Ma tutto questo merita ben altro sguardo rispetto a quello grigio e pigro di Akin.

Info
La scheda di In the Fade sul sito di Cannes.
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