Operazione Apfelkern

Operazione Apfelkern

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A Cannes Classics è stata presentata la versione restaurata de La bataille du rail, diretto da René Clément a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale e noto in Italia come Operazione Apfelkern; uno sguardo interno sulle forme di resistenza al nazismo, e un elogio della categoria dei ferrovieri, tra i più attivi nel sabotare le trame dell’invasore tedesco e dei collaborazionisti.

I ferrovieri

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i lavoratori della ferrovia si attivano nell’ombra a costo della propria vita per lottare con l’occupazione nazista: informazioni, trasporti clandestini, sabotaggi… Nel giugno del 1944, mentre lo sbarco in Normandia ha appena avuto luogo, si intensifica la lotta dei ferrovieri nella resistenza. Athos, a capo di una stazione di smistamento, e il suo vice Camargue si mettono all’opera, con l’aiuto di molti ferrovieri, per rallentare l’avanzata dei rinforzi tedeschi verso la Normandia. Grande classico del cinema del dopoguerra, che utilizza scene autentiche della resistenza, Operazione Apfelkern (La bataille du rail) è un omaggio a tutti gli eroi anonimi che hanno preso parte alla liberazione della Francia. [sinossi]

Il cinema francese nacque su un treno in movimento, in arrivo alla stazione di La Ciotat, sulla Costa Azzurra; sempre su un treno in corsa trovò la sua maturità confrontandosi con la propria anima oscura, nel Jacques Lantier interpretato da Jean Gabin nell’adattamento de La Bête humaine che Jean Renoir trasse dal romanzo di Émile Zola; e sempre a bordo delle locomotive ritrova la forza di combattere l’oppressore nazista… È questo il primo dettaglio che salta alla mente nell’incontrare sul grande schermo La bataille du rail, affascinante operazione condotta da René Clément a combattimenti ancora in corso e uscita anche in Italia, a dieci anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale con il titolo (un po’ fuorviante, e assai meno documentario) Operazione Apfelkern.
L’occasione per ragionare su un punto di (ri)partenza della cinematografia francese l’ha fornita il Festival di Cannes, che ha inserito Operazione Apfelkern tra i sedici titoli che in occasione del settantenario del festival permettevano di attraversarne da parte a parte la storia (tra gli altri titoli anche Vite vendute di Henri-Georges Clouzot, il libanese Vers l’inconnu? di Georges Nasser, Blow Up di Michelangelo Antonioni e Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Ōshima). In una Salle Buñuel non particolarmente affollata, dunque, a distanza di settant’anni si è ricomposto il rapporto tra il cinema e i partigiani che combatterono contro l’avanzata nazista, in ogni modo e con ogni mezzo. Perché anche il ritardo nello smistare un treno che è in marcia verso la Normandia può contribuire a combattere una guerra.

Se il tema della resistenza è centrale nella cinematografia italiana, al punto da rappresentare quasi un sottogenere all’interno dello vicende belliche, il discorso si fa completamente diverso una volta attraversate le Alpi. Anche per via della nascita e dello sviluppo della Quarta Repubblica, con la spinta gaullista verso il superamento del concetto di destra e sinistra e del sistema parlamentare a favore di un governo centrale forte che rappresentasse di fatto le istanze principali della contrapposizione all’invasore tedesco – si va per semplificazione, è ovvio, ma il modo in cui la politica del generale De Gaulle ha intercettato e modificato in corsa gli immaginari cinematografici meriterebbe un approfondimento a parte: non è un caso, per esempio, che la Nouvelle Vague trovi la capacità di radicarsi nel 1958, proprio sul finire della Quarta Repubblica –, il cinema francese non ha mai davvero fatto i conti con la lotta partigiana e la reazione collaborazionista di parte non indifferente della popolazione. Anche per questo motivo un film come Operazione Apfelkern può diventare un esempio indispensabile, oltre che un documento di raro interesse storico.

Nato nel pieno della guerra, quando le truppe naziste ancora controllavano una parte seppur minoritaria della nazione, Operazione Apfelkern segna l’esordio dietro la macchina da presa di René Clément, nome oggi rimosso dalle memorie cinefile ma che rappresentò un punto di riferimento non indifferente nei primi anni del dopoguerra. Sulla progressiva rimozione potrebbe aver pesato il duro giudizio che diede del suo cinema François Truffaut dalle pagine dei Cahiers du cinéma; quel che è certo è che titoli come Les maudits, Le mura di Malapaga, Delitto in pieno sole, Che gioia vivere e perfino il suo lavoro più celebre, Giochi perduti, sembrano essere stati riposti in un cassetto. Un vero peccato perché Operazione Apfelkern dimostra per esempio la modernità dell’approccio alla regia di Clément: la sua capacità di fondere distillati ideologici in un contesto documentario che però non viene mai meno né alle esigenze spettacolari né a quelle narrative, il regista francese qui all’esordio cerca di rintracciare quei percorsi che per esempio in Italia stanno germinando con maggiore forza e intensità. Nel suo rutilante incedere, che non perde mai di vista il vero obbiettivo – esaltare l’eroismo privo di velleitario narcisismo dei ferrovieri francesi che sabotarono il tragitto dei treni tedeschi – Clément sembra in qualche modo trovare la sintesi tra lo sguardo reale di Roberto Rossellini e lo sguardo mitico del David Lean di In Which We Serve.
Conscio di non poter personalizzare la lotta, Clément si lancia in una narrazione atipica, priva di climax emotivi, quasi completamente destrutturata eppure sempre attaccata al volto e ai gesti di questi ferrovieri che, sprezzanti del pericolo, si pongono come ultimo argine – insieme agli enormi macchinari e leve che sono le loro armi – contro l’avanzata del nemico. Clément troverà nei racconti bellici una propria peculiare identità d’autore con film quali Les maudits, Giochi proibiti e Parigi brucia?, ma non sarà in grado di mantenere questo equilibrio quasi naturale tra la Storia e le storie, tra il fermo immagine di un istante e la narrazione di un’epica collettiva, atto che non si ferma al puro gesto. In questa chiave va letta la spettacolare sequenza del deragliamento, apice emotivo di un film che sceglie la parte senza per questo abbandonare una distanza non politica né emotiva, ma di immaginario. Un’opera da riscoprire.

Info
Il trailer di Operazione Apfelkern.
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