Sopra il fiume

Sopra il fiume

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In equilibrio tra lo sguardo antropologico e quello naturalistico, capace di rendere tanto i segni della presenza umana quanto la resistenza ad essa di un territorio, Sopra il fiume è un esempio di documentario etnografico di ottima sostanza e fascino visivo. In concorso in Italia Doc alla 35esima edizione del Bellaria Film Festival.

I(n)terazioni immutabili

Angelo, giovane cameriere di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, vive nel tempo sospeso e fuori dalla storia che sembra caratterizzare l’intero paese. La comunità, ancorata a rituali più o meno antichi, è insieme nutrice e gabbia per il giovane; e tale è anche per il suo omonimo Angelo, barista più anziano di lui, con uno sguardo sulla vita più radicale e disilluso. I due dovranno decidere tra la permanenza e la fuga: ovvero tra due, contrastanti, idee di esistenza. [sinossi]

C’è costantemente una doppia dimensione, la percorrenza di un doppio binario, a guidare lo svolgimento di un lavoro come Sopra il fiume. Il documentario di Vanina Lappa, regista e montatrice italo-francese, è infatti saldamente ancorato alla terra che racconta, ai suoi rituali, al carattere misterico e al potere aggregante delle sue simbologie, ma contemporaneamente punta a mettere in scena la tensione con l’esterno, la pressione della modernità, la voglia di fuggire di alcuni abitanti del paesino che è teatro del film (quello di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale). La regista approccia qui il genere del documentario etnografico mettendo sempre in primo piano questa dialettica: lo fa fin dalla sequenza iniziale, che racconta il territorio attraverso un’antica leggenda che viene narrata al protagonista quand’era bambino, a illustrare lo sguardo sul fiume e sugli incontaminati territori che sovrastano e cingono il paese; poi, l’obiettivo si sposta sulla vita quotidiana della cittadina, sulla concretezza delle sue i(n)terazioni, sempre uguali a se stesse, su un tessuto sociale che sembra demograficamente condannato, incapace di favorire il ricambio tra generazioni, e quindi la sua stessa sopravvivenza.

La natura duale del documentario di Vanina Lappa attraversa tutta la sua durata, sostanziandone l’essenza: da un lato i rituali della comunità, sempre uguali a se stessi eppure tanto più in grado di favorire l’atavico e indissolubile legame della gesellschaft che fu descritta dal sociologo Ferdinand Tönnies; dall’altro il fiume, la montagna e i campi sconfinati che circondano il paese, i boschi e la visione di un territorio naturale immutabile, spesso percepito come atemporale, fuori dalla storia. Lo stesso sguardo della regista si sdoppia, collocando il film sul confine tra il documentario antropologico, quello che ha nella resa dell’esistenza di una comunità di individui la sua ragion d’essere, e quello naturalistico, capace di fotografare un territorio prima e a prescindere dalla presenza umana. Presenza umana che comunque, nel film, preme e si agita all’interno del microcosmo sociale descritto, così prevedibile eppure così incapace di contenere le contrastanti pulsioni di chi lo abita. In particolare, l’obiettivo è puntato su due singoli abitanti della cittadina, di età diverse, entrambi di nome Angelo: entrambi scissi tra il senso di appartenenza e la consapevolezza di un declino, entrambi chiamati a una scelta che lascerà comunque sul campo una vittima. Sia essa un legame spezzato, o il sacrificio delle proprie aspirazioni.

Il lavoro della regista italo-francese, nonostante una durata abbastanza contratta (un’ora e un quarto in tutto) si rivela decisamente efficace nel cogliere le diverse componenti della vicenda collettiva della comunità; ciò, grazie a uno sguardo evidentemente avvezzo alle sovrapposizioni tra natura e cultura, e a una capacità non scontata di restituirne attraverso poche e pregnanti immagini (siano esse quelle di una processione che invade una strada di paese, o i frenetici frangenti del palio del grano) i segni più significativi. Lo sguardo della regista riesce a trovare (e anche ciò era tutt’altro che scontato) la giusta distanza dal soggetto rappresentato, coniugando l’approccio scientifico (e improntato a un necessario distacco) della rappresentazione etnografica, a quello più empatico che illustra le biografie dei due protagonisti. Intorno, un microcosmo che (a partire dai volti della sua popolazione più anziana) sembra consapevole del suo inevitabile declino, di una tensione con la modernità che si traduce in una sconfitta già annunciata, della pressione sempre più forte di un mondo esterno che introduce forzatamente i suoi elementi come corpi estranei, senza preoccuparsi di qualsivoglia processo di preparazione e integrazione. In particolare, il vuoto contenutistico della politica moderna, e il suo carattere cinico e predatorio, trovano nel film una puntuale e convincente rappresentazione.

I due elementi cardine di Sopra il fiume, le parallele rappresentazioni di natura e cultura, si fondono con efficacia in una delle ultime sequenze, l’ultima che mostra insieme i due personaggi principali. Il carattere sospeso (tra due mondi e due idee di esistenza) delle loro vite, la liminalità insita nel loro stato, trova nell’elemento visivo dell’acqua (e nell’espunzione dall’obiettivo di tutti gli altri elementi umani) la sua ideale rappresentazione. Il successivo “finale” non sarà che l’esplicitazione di una scelta: unica e difficile da valutare, così come tutti gli snodi delle esistenze colte dallo sguardo della regista.

Info
La scheda di Sopra il fiume sul sito del Festival di Bellaria.
Il trailer di Sopra il fiume su Youtube.
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