Festival di Cannes 2017 – Bilancio

Festival di Cannes 2017 – Bilancio

Archiviato il Festival di Cannes 2017, un’edizione numero Settanta accompagnata da qualche problema e rumorose polemiche, proviamo a tracciare il consueto bilancio sulla kermesse, sul cinema che si è visto (e non si è visto), su vincitori e vinti, sul labile confine tra piccolo e grande schermo.

La Cannes di Ruben Östlund. La Cannes di David Lynch. La Cannes di Netflix. Il Festival di Cannes 2017 ci ha consegnato un concorso non memorabile e, ça va sans dire, un palmarès che difficilmente resterà scolpito nell’immaginario cinefilo. Il brusio di disapprovazione e la fredda indifferenza che hanno accompagnato molte proiezioni ci hanno quantomeno regalato un finale aperto: non le vittorie annunciate à la Haneke (Amour), Malick (The Tree of Life) o Kechiche (La vita di Adele), ma il trionfo di un outsider, di un nome nuovo. Cinesta senza dubbio interessante, lo svedese Ruben Östlund sbanca il Concorso con The Square dopo aver fatto incetta di premi nel 2014 con Forza maggiore – premio della giuria di Un Certain Regard e poi un tour planetario di riconoscimenti più o meno pregiati. Un cinema ironico, pungente, capace di mettere alla berlina le debolezze etiche e morali della società, di parodiare l’arte contemporanea e le dinamiche museali, di passare disinvoltamente dall’humor nero a sequenze di inattesa e coinvolgente suspense. Bene, ma non benissimo, lontano da quello che dovrebbe essere lo splendore di una Palma (non che tutte le Palme…). Non un demerito di Östlund e di The Square, ma il risultato forse inevitabile della strategia cannense di Frémaux & Co, di una macchina festivaliera che non ama allargare i confini degli Autori ma che preferisce partire da nomi sicuri, già celebrati, cannensi per adozione, inseriti in un oliato meccanismo distributivo e promozionale. I tanti paletti di un festival che è espressione di una potente industria cinematografia, di una grandeur economica, politica e culturale che a volte si specchia un po’ troppo. Ecco, allora, che la maggior parte delle pellicole più interessanti e compiute si trovano sparpagliate nelle altre sezioni (Un Certain Regard, Quinzaine, Semaine e via discorrendo), spesso destinate a una scarsa visibilità. Non una novità, ma in questa deboluccia edizione è una ingombrante conferma.

Premi a parte, segnaliamo tra le pellicole del concorso A Gentle Creature di Sergei Loznitsa (pellicola forse troppo complessa e stratificata per essere davvero in gara), Good Time di Benny e Josh Safdie, Happy End di Michael Haneke, Radiance di Naomi Kawase, Loveless di Andrei Zvyagintsev, The Day After di Hong Sangsoo e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach. Più di un dubbio sui film di Coppola, Campillo, Ramsay, Haynes e Bong. Sorvoliamo sul resto della truppa.
Pescando in ordine sparso tra le altre sezioni, valgono un pronto recupero Wind River di Taylor Sheridan, Barbara di Mathieu Amalric, Ava di Léa Mysius, A fábrica de nada di Pedro Pinho, Bushwick di Cary Murnion e Jonathan Milott, The Florida Project di Sean Baker, Becoming Cary Grant di Mark Kidel, Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc di Bruno Dumont, Demons in Paradise di Jude Ratnam, Alive in France di Abel Ferrara, West of the Jordan River (Field Diary Revisited) di Amos Gitai, A Ciambra di Jonas Carpignano, Before We Vanish di Kiyoshi Kurosawa, Napalm di Claude Lanzmann, La caméra de Claire di Hong Sangsoo, A Man of Integrity di Mohammad Rasoulof, L’amant dun jour di Philippe Garrel, Un beau soleil intérieur di Claire Denis, Visages villages di Agnés Varda e JR, Los perros di Marcela Said, Blade of the Immortal di Takashi Miike e Les fantômes d’Ismaël di Arnaud Desplechin.

In una Cannes non troppo blindata, un po’ rallentata da prevedibili ma mai estenuanti code, addolcita dalla professionalità e dalla gentilezza della moltitudine di dipendenti del Palais des Festivals et des Congrès, hanno fatto rumore soprattutto le polemiche sui titoli targati Netflix e, in seconda battuta, sulla presenza di due produzioni per il piccolo schermo, Twin Peaks di David Lynch e Top of the Lake – China Girl di Jane Campion e Gerard Lee. Questioni legate soprattutto al sistema transalpino, a un protezionismo che continua a dare frutti ma che sarà probabilmente costretto ad aprirsi un po’ al nuovo che avanza… Netflix, il mostro a mille teste, aveva in concorso Okja di Bong Joon-ho e The Meyerowitz Stories di Baumbach. Sono piovuti fischi all’apparizione del (malefico?) logo. Fischi di circostanza, pretestuosi, come la polemica sulla natura cinematografica o televisiva dei suddetti film. No, non è il passaggio in sala a determinare la natura di un’opera, soprattutto non è il passaggio nelle sale francesi. O in quelle italiane, ma questo è un altro discorso.
Questione non dissimile per Twin Peaks e Top of the Lake, opere con qualità narrative ed estetiche da grande schermo e un’anima profondamente autoriale. Il vero problema, semmai, è dover ripartire sempre da zero, come se i vari Rossellini, Fassbinder, Reitz, Kon, von Trier, lo stesso Lynch e via discorrendo non ci avessero più e più volte dimostrato che i confini del piccolo schermo sono solo nella nostra mente, nei nostri pregiudizi. Le quasi due ore di Twin Peaks Ep. 1 & 2, come alcuni titoli delle sezioni Cannes Classics e Cinéma de la Plage, sono cinema purissimo, (già) immortale, proiettato verso il futuro. Cannes 2017 ha il volto di David Lynch.

Info
Il sito del Festival di Cannes 2017.
Il sito della Quinzaine des Réalisateurs.
Il sito della Semaine de la Critique.

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