Twin Peaks – Ep. 3 & 4

Twin Peaks – Ep. 3 & 4

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Il blocco che contiene terzo e quarto episodio di Twin peaks inizia con una dichiarazione d’intenti autoriale di David Lynch, un flusso onirico d’immagini che sfonda la norma e ne restituisce una forma inedita; ma è anche l’ingresso nel racconto, dopo il lungo incipit. Si inizia a disvelare la storia, poco per volta. E tornano i gufi, che non sono mai quello che sembrano…

Ritorni a casa

Dale Copper invoca aiuto; gli agenti Gordon Cole, Albert Rosenfield e Tammy Preston investigano sugli omicidi della scatola di vetro… [sinossi]

Fino a questo momento gli episodi del “nuovo” Twin Peaks si stanno concludendo tutti con l’esibizione dal vivo di una band al roadhouse Bang Bang Bar: al termine del pilot avevano suonato i Chromatics, seguiti nella puntata successiva dai The Cactus Blossoms e quindi, sui titoli di coda del quarto episodio, dalle Au Revoir Simone. Tra synth pop e dream pop, generi da sempre tra i preferiti di David Lynch, giungono alle orecchie degli spettatori delle ninnananne che dovrebbero accompagnare nel mondo dei sogni, spezzando la catena di visionario delirio che ha invaso i loro occhi fino a quel momento: un atto di spaesamento ulteriore, spinta laterale che devia solo in maniera apparente dal discorso, decentra per guardare nella pupilla della tenebra con maggiore forza. Lo sguardo di Lynch, dopotutto, non ha mai accettato con supina rassegnazione la “logica” della centralità: si camuffa negli angoli, svicola, si insinua negli interstizi come il buon Dale Cooper, che per uscire dal mondo/incubo in cui è letteralmente precipitato passa attraverso una presa della corrente corrente rischiando di mandare fuori strada – per mezzo della sua presenza nell’accendisigari sul cruscotto – la macchina del Cooper/Bob.
Nella moltiplicazione sempre meno controllabile di doppelganger di vari tipi, Twin Peaks si muove in modo molto più logico e strutturato di quanto non possa apparire a prima vista: a venticinque anni dal salvataggio rocambolesco di Annie Blackburn nella Loggia Nera, dalla creazione del doppelganger di Cooper e dall’intrappolamento di quest’ultimo tra i rossi tendaggi e le voci al contrario, esistono di fatto non due, ma tre Dale Cooper. Il primo, l’originale, è rimasto rinchiuso a chiacchierare con codici e metafore con l’uomo senza un braccio, Laura Palmer e il braccio (che, come si è visto nei primi due episodi, si è “evoluto”); il secondo, il doppelganger creato da Bob per rientrare nel mondo tangibile, ha lasciato l’FBI – anche se afferma di lavorare sotto copertura insieme a Phillip Jeffries, il collega del federal bureau incarnato in Fuoco cammina con me da David Bowie – e fatto perdere le proprie tracce per intraprendere una fruttuosa carriera criminale; il terzo non si chiama Dale Cooper ma Dougie Jones, ha messo su famiglia in Nevada e l’episodio numero tre lo mostra a letto con una prostituta in un appartamento sfitto. Sarà lui l’unico, per ora, a rientrare nella Loggia Nera, e dopotutto il Cooper ‘malvagio’ era stato chiaro: “Forse ho trovato il modo di evitare di ritornare nella Loggia Nera”. Ha creato un proprio doppelganger, che inconsapevolmente si sacrificasse al suo posto. Quando infatti Dougie appare tra i tendaggi rossi nel bel mezzo del deserto del South Dakota, Cooper può finalmente vomitare la garmonbozia. Nella Loggia a Dougie così si esprime l’uomo senza un braccio che si imparò a chiamare Mike: “Qualcuno ti ha fabbricato per uno scopo, ma penso che sia stato adempiuto”.

Pur tra mille tortuosità, continuando a perseguire l’approccio narrativo che ha contraddistinto il suo cinema dagli anni Novanta in poi (sottotrame, divagazioni all’apparenza inessenziali, scaturigini visionarie), Lynch in combutta con Mark Frost pone sul piatto della bilancia quello che forse è il punto cruciale attorno al quale ruoterà questa nuova serie di Twin Peaks: nella lotta tra bene e male non c’è più un confronto tra materiale e immateriale, tra mondo reale ed ectoplasmi boschivi, ma tra due uomini in carne e ossa. Due uomini che sono lo stesso uomo, ed entrambi sono uomo ed entità allo stesso tempo: Cooper/Bob da un lato e Dougie/Cooper dall’altro; uno forse inconsapevole di essere anche Bob, l’altro sicuramente inconsapevole di essere anche Cooper. In una revisione dell’ultima sequenza del Twin Peaks del 1990-91, a un certo punto nel quarto episodio Kyle MacLachlan (straordinaria la sua interpretazione, ci si chiede come sia possibile che sappia recitare così solo all’interno del sodalizio con Lynch…) si rimira nello specchio di un bagno: dall’altra parte non c’è più il ghigno beffardo di Bob, ma solo il proprio volto, spaesato e sperduto. Nel vivere come Coop e Dougie nel medesimo istante, non c’è più alcuna trasformazione possibile, è l’essere umano che fagocita se stesso, si impossessa di sé e cerca di trovare una propria strada, o forse molteplici strade.
Le stesse strade che insegue anche Lynch, che profana una volta di più la prassi televisiva nei primi venti minuti del terzo episodio, destinati con ogni probabilità a passare alla storia come uno dei pochi reali segni di visionario apparsi sul piccolo schermo negli ultimi due decenni. Al termine della fantasmatica e splendida sigla iniziale (che rilegge i codici dell’originale per sfondare in un audio volutamente rimasticato la nostalgica cronologia dell’homo videns) si riparte dalla caduta libera di Coop, sparata figura bianca che sprofonda nel nero; una nuvola fucsia lo attende, per farlo precipitare in una struttura architettonica logica, grezza e industriale. Fuori, il mare. Dentro, una donna senza occhi: in un movimento completamente spezzato, tra jump cut e rewind, ralenti e microscopici salti in avanti, Lynch compone una breve danza surreale, una volta di più riallacciandosi ai propri esordi, giocando con un immaginario oscuro che rimanda a Francis Bacon e che il pubblico televisivo (ma anche quello cinematografico) non ha idea di come debba essere maneggiato. La grande leva che gestisce non si sa bene cosa ricorda per esempio l’incipit di Eraserhead, così come il fluttuare della testa del colonnello Briggs che afferma solo “Blue Rose” prima di svanire nel nulla. Prima di passare attraverso la già citata presa della corrente, che lo porterà a prendere il posto di Dougie, Cooper ha anche modo di incontrare in una stanza col focolare quella che dai titoli di coda risulta come “American Girl”, e che in realtà altri non è che Phoebe Augustine, vale a dire Ronette Pulaski. È lei a informare Cooper e gli spettatori di ciò che lo attenderà nel mondo reale: “Quando arriverai lì, tu sarai già lì”.

Ancora una volta lo spazio e il tempo possono sovrapporsi, moltiplicarsi a loro volta, deformarsi nei modi più impensabili, perché il reale è materia dell’onirico, e solo attraverso la catatonia dell’onirico possono avverarsi eventi nella verità tangibile: è così per il neo-Dougie, che si ritrova in una sala giochi di Las Vegas e vince migliaia e migliaia di dollari a colpi di slot machine e di un “Helloooo-OOOOO-oooo!” benaugurante lanciato prima di ogni tiro di manovella. Dougie/Coop ha in tasca le chiavi della stanza d’albergo che occupava al Great Northern, sopra la cascata di Twin Peaks. Lì tutto dovrà arrivare a compimento, prima o poi, lì tutto dovrà trovare una dimensione unica mentre fino a questo momento ci si sta muovendo ancora su più dimensioni, su spazi e tempi diversi. Anche perché, e lo spettatore lo sa, uno dei due Cooper rimasti nel mondo reale dovrà soccombere, alla fine di tutto. Tornano i gufi, in Twin Peaks e se non sono quello che sembrano è anche perché troneggiano, in buffe figure di plastica, mentre Coop/Dougie fa colazione, incapace perfino di mettersi la cravatta. Ci si avvicina a Twin Peaks, quel luogo-non-luogo dove tutto ebbe inizio, e che ancora irrompe a sua volta smascherando le proprie duplicità – lo sceriffo è sempre un Truman, ma si tratta del fratello di Henry, Franklin – e presentando nuovi personaggi come il figlio di Lucy e Andy, Wally Brando (interpretato da Michael Cera), che torna nel villaggio natio a bordo della propria moto e agghindato come Marlon Brando, e porta nel nome proprio anche quello di Wally Cox, uno dei migliori amici di Brando con cui ebbe probabilmente una relazione amorosa. È un lungo ritorno a casa, questo Twin Peaks, che alcuni vorrebbero interrompere – Cooper ‘malvagio’ che spedisce Dougie al suo posto nella Loggia Nera – e altri raggiungono senza sapere più nulla di se stessi, come Coop/Dougie. Anche gli spettatori stanno tornando a casa, in un sogno a occhi aperti velato dall’increspatura dell’incubo, e per questo ancor più seducente.

Info
La sigla della nuova serie di Twin Peaks.
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