Sagre balere

Sagre balere

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Il vincitore della trentacinquesima edizione del Bellaria Film Festival è Sagre balere di Alessandro Stevanon, racconto della vita quotidiana attraverso lo sguardo alle sale da ballo e alle feste di piazza dell’Italia del nord. Un’epopea a passo di liscio, che segue il ritmo dettato da Omar e dal suo lungo tour da paese a paese.

Vai col liscio

Omar, cresciuto nella periferia di Milano e destinato a fare il carrozziere, ispirato dalle voci degli anni d’oro del liscio ascoltate nella più grande discoteca d’Italia, lo Studio Zeta di Angelo Zibetti, inizia proprio sul palco di quel locale la sua carriera di cantante di musica da ballo. Dopo quasi un decennio di attività conosce Adele, suo grande amore, che diventa la sua manager e che lo trasforma in una vera icona per gli appassionati del genere, capace di riempire con migliaia di spettatori piazze, locali e feste di paese. Il film racconta la storia di Omar e il suo lungo tour in tutte le regioni del Nord Italia nel suo ventesimo anno di carriera. Una vita tra pubblico e privato, simbolo di un’Italia minore, forse alle sue battute finali… [sinossi]

Sagre balere di Alessandro Stevanon si apre, prima ancora del titolo di testa, su una scritta bianca su sfondo nero che rappresenta in qualche modo una vera e propria dichiarazione di intenti: «La musica da ballo è nella tradizione di tutte le regioni del nord Italia. Nonostante la fine della sua epoca sia stata più volte annunciata, è ancora oggi un fenomeno di costume e un settore economico con oltre un milione di spettatori l’anno. Numerose emittenti radiofoniche e reti televisive, locali e nazionali, dedicano ancora spazio a questo genere musicale».
Quali immagini possono raccontare senza bisogno di troppi fronzoli un microcosmo secolare, rimasto in qualche modo puro e immutato nonostante l’insorgere di nuove tendenze, abitudini all’ascolto e alla fruzione della musica? Una lunga piana con dei monti all’orizzonte in lontananza e delle panche spartane di legno per fare “fiera”, festa. La danza è festa. La musica è danza. Ci sono dei legami neanche troppo superficiali tra Sagre balere, che ha trionfato alla trentacinquesima edizione del Bellaria Film Festival, e Festa, l’ultimo sublime film di Franco Piavoli visto un anno fa a Locarno; legami di sangue, di identità, di cultura. Legami fatti di retaggi sociali, quasi antropologici. La danza come festa collettiva, opera in cui si mescola il popolo e si lib(e)ra, trovando un proprio ritmo, una propria cadenza. Il nord Italia cui fa riferimento Stevanon è un mondo a parte, da questo punto di vista, un percorso lungo e articolato fatto di balere, di sale da ballo, di centri sociali e luoghi di ritrovo; un percorso fatto di feste paesane, di sagre, di sguardi adoranti al santo di turno. Un microcosmo con le proprie regole, la propria sintassi, i propri eroi.

Un eroe è Omar Codazzi, “l’alunno che ha superato il maestro”, come sentenzia una signora (facendo riferimento ad altre figure dell’immaginario locale come Franco Bagutti e Pietro Galassi); quando intona “quanto fanno stare bene le canzoni di una volta se le senti suonare” il pubblico ripete ogni singola parola, puntando il dito verso il palco, inneggiando a questa figura che per molti a livello nazionale non dirà granché, ma che per una parte di popolo, riconoscibile da un punto di vista geografico, è un pezzo della propria vita. Il tour di Omar segue questa geografia riscritta canzone dopo canzone, viaggio che attraversa un mondo che per alcuni apparterrà anche al passato ma è lì, visibile, tangibile, vivo e vegeto. Sono i pronipoti, e anche di più, del forlivese Carlo Brighi, detto “E’ Zaclén”, che inventò quella musica da ballo romagnola che poi, decenni dopo, prenderà il nome di liscio.
Stevanon si muove con Omar, di piazza in piazza, di festa in festa, all’aperto come al chiuso, seguendo un viaggio sentimentale ed economico allo stesso tempo, e cerca – in gran parte riuscendovi – di raccontare un mondo, un sentire comune; Sagre balere è il racconto di un uomo e del suo staff (si parla anche di ciò che si è mangiato o si vuole mangiare, come la desiderata millefoglie), ma non solo. Sarebbe riduttivo pensarlo così, significherebbe creare una gabbia là dove il tragitto si fa più aperto, allargato, testimonianza viva di un universo sommerso ma non per questo meno vitale, sofferto, reale.

Omar è il figlio di un’Italia proletaria, che crede(va) nel lavoro e nella fatica per raggiungere la propria soddisfazione, per essere soddisfatti della propria vita: il ritorno nella milanese casa dell’infanzia, con i ricordi che prendono il sopravvento, non è un passaggio centrale di Sagre balere solo per il valore nostalgico che assumono le parole del cantante, ma perché riesce a immortalare l’humus culturale, quasi ideologico, nel quale è germinato e germina il mondo nel quale Omar e la sua piccola orchestra si muovono, di paese in paese, di città in città, di sagra in sagra. Un mondo dello spettacolo in qualche modo “secondario”, ma che segue regole e dettami precisi. Un mondo che potrebbe anche scomparire, come lo Studio Zeta di Angelo Zibetti, storico locale e radio che diffondeva la musica da ballo, abbattuto nel 2016 per far sorgere un centro commerciale; e come lo stesso Omar che per stare più vicino alla famiglia decide di abbandonare il grande carrozzone musicale. Quello di Stevanon sembra quasi un canto del cigno, a ben vedere, anche se lo scarto in tale direzione si fa evidente soprattutto nell’ultima parte di Sagre balere, e in qualche modo – anche volutamente – appare staccato dal resto dell’insieme, al contrario molto coeso.
Uno sguardo che indaga l’intimità di un uomo per cercare di leggervi le radici di un pensiero, e di un sentire comune. Un viaggio al termine di una notte di danza che può lasciare spazio, e prima o poi lo farà in maniera definitiva, alle rovine, e alla memoria di un tempo che fu, e più non è.

Info
Sagre balere sul sito del Bellaria Film Festival.
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