Il terrorista

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Disponibile in dvd per Mustang e CG Il terrorista, una delle poche opere cinematografiche di Gianfranco De Bosio. Dramma resistenziale squilibrato e antiretorico, vagamente “a tesi”, apprezzabile per il suo aspro rigore espressivo. Protagonista un giovane Gian Maria Volonté.

Nella Venezia repubblichina occupata dai nazifascisti, l’Ingegnere è un partigiano a capo di un GAP dedito ad azioni dimostrative, che genera discrepanze e discussioni all’interno delle varie anime del CLN cittadino. A lungo andare emerge la necessità di far rientrare l’Ingegnere a Mestre, in terraferma, ma l’Ingegnere non accetta di buon grado tale decisione… [sinossi]

La Resistenza italiana al Nord, sul finire della guerra, in epoca repubblichina. Il terrorista (1963) di Gianfranco De Bosio conserva tuttora un pregio a priori e un suo tratto di coraggio, quello dell’inedito. Pagina storica delle più rimosse dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la Repubblica Sociale Italiana ha conosciuto infatti pochissimi tentativi di rievocazione e indagine da parte del cinema di casa nostra, nel passato come adesso. Periodo troppo scomodo e inglorioso per la nazione, da dimenticare in fretta, oscurissimo e impenetrabile. Uno stato fantoccio, nato come atto terminale di una tragedia in totale subordinazione alla Germania nazista che occupava l’Italia settentrionale. Il terrorista conserva anche altri pregi nei confronti della materia narrata. Lontanissimo da epica e glorificazione, della Resistenza in veste cittadina De Bosio racconta una grigia quotidianità, nobile e poco entusiasmante, percorsa da paure e inquietudini e anche, a seconda dei tavoli a cui si siede, da calcoli politici.

Ex-partigiano operante nel Veronese, 92 anni compiuti qualche mese fa, Gianfranco De Bosio è una figura fortemente legata al teatro con rarissime incursioni nei territori audiovisivi. Ha realizzato solo due film per il cinema: Il terrorista è la sua opera prima, alla quale seguirà quasi dieci anni dopo La Betìa, ovvero in amore, per ogni gaudenza, ci vuole sofferenza (1971), dedicato alla figura del Ruzante che occupò a lungo gli studi e gli interessi culturali di De Bosio. Poi qualche sceneggiato televisivo (il più noto Mosè, 1974, dotato di un cast internazionale capeggiato da Burt Lancaster e Anthony Quayle), e per il resto una totale dedizione allo spettacolo teatrale. Ma almeno nel caso di Il terrorista la rimozione nei confronti del cinema di De Bosio non è dovuta soltanto alla scarsa frequentazione dell’autore con la settima arte.
Il terrorista è stato in realtà poco amato da sempre e da tutti, fin dalla sua comparsa nelle sale. La sua asciuttezza, il suo rifiuto dell’epica sulla Resistenza hanno probabilmente provocato anche qualche equivoco. Apparso agli inizi degli anni Sessanta, quando il cinema a tematica resistenziale, già di per sé non particolarmente caldeggiato dal sistema, era comunque accettato e recepito solo se in veste di nuova gloria nazionale, il film di De Bosio sembrò forse stranamente “altrove”, ambiguo, di non immediata lettura univoca. Nessun revisionismo da parte di De Bosio, ci mancherebbe. Ma ancor più scomoda sembrò semmai la rievocazione della Resistenza d’azione, quella dedita a sabotaggi, gesti dimostrativi, provocazioni bombarole e attacchi frontali. Quella Resistenza, insomma, in relazione col resto del movimento ma non immediatamente sovrapponibile alle strategie politicamente “ragionate” del CLN.

Il terrorista nasce anche su un particolare terreno produttivo. Fu realizzato dalla “22 dicembre”, cooperativa di produzione cinematografica che vide la luce per iniziativa di Ermanno Olmi e Tullio Kezich come costola creativa della EdisonVolta presso la quale Olmi aveva lavorato per anni. L’industria che mette i propri fondi al servizio di un cinema volutamente non commerciale e disallineato: decisamente storie di altri tempi. Fino al 1965 la “22 dicembre” produsse infatti un pugno di film destinati a lasciare un segno nella storia del cinema italiano e non solo, ma ovviamente di scarsa resa sul piano degli incassi (tra gli altri, Il posto, 1961, Ermanno Olmi, e La rimpatriata, Damiano Damiani, 1963). L’intento comune era quello di favorire sguardi diversi, non riassorbibili nel panorama cinematografico nazionale.
De Bosio fu così incoraggiato a rievocare in un film la propria esperienza personale negli anni della Resistenza, e Il terrorista, benché non lo dichiari, è ispirato alla figura di Otello Pighin, comandante di De Bosio in quei turbolenti giorni.

Come dicevamo, rispetto alla materia narrativa De Bosio mantiene un atteggiamento decisamente inconsueto. Nessuna facile e immediata celebrazione, e indagine tramite la Resistenza di dinamiche di potere che alludono a un discorso pessimisticamente universale. Seguendo le vicende di un Ingegnere, anima di un GAP nella Venezia repubblichina, Il terrorista allestisce innanzitutto una dialettica storico-comportamentale tra politica e azione, tra tavolo di trattative e gesto di piazza. Tradendo spesso la propria predilezione teatrale (al suo fianco in sede di sceneggiatura troviamo non a caso Luigi Squarzina), De Bosio confeziona sovente sequenze fortemente didascaliche, in cui però sconfessa volentieri grammatiche cinematografiche consolidate.
Ne è esempio la lunga sequenza del dibattito tra le varie anime del CLN, che occupa 10 minuti abbondanti della narrazione tramite un fitto dialogo fin troppo specialistico. Nessuna preoccupazione di sintesi, ma al contempo l’utilizzo di strumenti specificamente cinematografici è sapiente ed efficace. La long take circumnaviga più volte intorno al tavolo della discussione conferendole tratti espressionistici, da teatro brechtiano, laddove il Potere, stavolta incarnato da un comitato di CLN, cerca forme compromissorie nei confronti di un elemento scomodo.
A questo De Bosio alterna invece momenti di forte rarefazione e tensione narrativa. Quando il film esce fuori dai verbosi e segreti conciliaboli, spesso si affida a lunghe sequenze tutte radicate nell’assenza di voce e musica a commento, e nell’insistenza su rumori e ambienti. Basti vedere lo splendido incipit, che dà conto delle concitate fasi finali di un attentato, o i ricorrenti pedinamenti dei personaggi tra calli e campielli veneziani, scenario perfettamente sintonico, coi suoi infiniti angoli di strada, a un universo di sospetto e delazione. Quei passi sul selciato, insistiti e amplificati nell’assenza di voce e musica, rimandano a un universo di concentrazione e astrazione non lontano dalla nota sequenza alla stazione di Pickpocket (1959) di Robert Bresson.

In tal senso Il terrorista appare un film disomogeneo, imperfetto, visibilmente squilibrato nelle sue componenti espressive e narrative (a conti fatti, il protagonista incarnato da un giovane Gian Maria Volonté non è neanche troppo presente in scena), a metà tra la verbosità da Kammerspiel intellettuale e l’astrazione audiovisiva. Al contempo De Bosio vuol condurre un discorso ben preciso e delineato, ai limiti del film a tesi, che si biforca su due filoni: il rischio dell’eterno ritorno del fascismo, reso più che esplicito nel dialogo didattico tra l’Ingegnere e sua moglie, e la tragica (poiché universale) repressione perpetrata dalla politica nei confronti della rivoluzione. Il CLN, che pur si muove su nobilissimi intenti, ha bisogno di elementi come l’Ingegnere, ma non può permettersi che l’opposizione al nazifascismo prenda strade distoniche rispetto a una precisa strategia di relazioni. È la tragedia della politica e dell’anarchia, l’una inconciliabile con l’altra, che De Bosio ha il coraggio inedito di narrare all’interno di un movimento resistenziale reso dalla retorica nazionale miracolosamente compatto, omogeneo e privo di qualsiasi problematicità. Ribadiamo, nessun revisionismo da parte di De Bosio: semmai, al contrario, un profondo rimpianto per una Resistenza pura e spontanea, lontana dalle maglie tragicamente necessarie del calcolo politico.

Se ciò costituisce il nucleo pulsante della riflessione storico-universale, Il terrorista è ancor più apprezzabile nella sua capacità di evocazione di un ambiente, di un’epoca e dei suoi umori tramite strumenti specificamente cinematografici. Malgrado gli squilibri narrativi il film conserva infatti per lunghi tratti una preziosa sapienza espressiva. Forse perché poco abituati al cinema resistenziale sul Settentrione repubblichino, si resta abbagliati dall’intelligente utilizzo di una Venezia grigia e respingente (ammirevole il lavoro di Alfio Contini accreditato alla fotografia), che a tratti ricorda l’angoscia paesaggistica veneto-emiliana de Il grido (1957) di Michelangelo Antonioni.
Fatta la tara al didascalismo politico, Il terrorista si qualifica per sequenze animate da rigore espressivo e brutale secchezza (vedasi in prefinale il rapido sterminio dei nazifascisti all’imbarcadero, dove si rileva ancora un sapiente utilizzo dei movimenti di macchina), con netto rifiuto dell’epica, nazional-popolare o meno.

Tra gli attori in un brevissimo ruolo fa capolino pure Raffaella Carrà, accreditata nei titoli di testa come C.S.C., ovvero come fresca diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia. Una normativa in vigore fino al 1975 prevedeva infatti che i film italiani avrebbero avuto agevolazioni dallo Stato se nel cast, tecnico o artistico, fossero figurati almeno due diplomati al Centro Sperimentale nell’arco degli ultimi 5 anni (ecco dunque spiegato il pullulare di sigle C.S.C. nei credits accanto a nomi destinati a diventare noti o a restare del tutto ignoti).
Nello stesso 1963 la Carrà sarà protagonista indiscussa di una scena madre nel prefinale di I compagni di Mario Monicelli. In epoche diverse, sempre confinata nel ruolo di donna tormentata dal rapporto con varie incarnazioni di facinorosi.

Extra: “L’inverno del nostro scontento” – introduzione al film di Gianni Canova (10′ 56”).
Info
La scheda di Il terrorista sul sito di CG Entertainment.
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