Il segreto di Santa Vittoria

Il segreto di Santa Vittoria

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Hollywood alle prese con l’Italia degli anni di guerra. Tanto colore locale, troppo. E attori chiamati a fare iperboli dei propri caratteri più conosciuti. Fiaba fuori dal tempo, commedia stanca e sbiadita. Anthony Quinn come protagonista, e uno degli ultimi ruoli al cinema per Anna Magnani. Il segreto di Santa Vittoria, in dvd e blu-ray per Pulp e CG.

Alla caduta di Mussolini, il piccolo paese di Santa Vittoria porta in trionfo il villico ubriacone Italo Bombolini come nuovo sindaco del paese, un “utile idiota” che può rendere indolore il passaggio dal fascismo a una nuova fase. In perenne litigio con l’energica moglie Rosa, Bombolini deve vedersela con le mire dei nazisti, in procinto di occupare il paese e intenzionati a portar via tutto il prezioso tesoro del paese, ossia le sconfinate cantine di vino locale. Con l’aiuto dei paesani Bombolini escogita un piano per mettere il patrimonio al sicuro… [sinossi]

Ultimi scampoli di Hollywood sul Tevere. Star system autoreferenziale a uso e consumo di un pubblico internazionale, che però non rispose neanche troppo all’appello. Al botteghino Il segreto di Santa Vittoria (1969) di Stanley Kramer fu infatti un mezzo fiasco, malgrado il cast prestigioso e l’imponente sforzo produttivo. Rivisto oggi, il film lascia l’impressione di un’industria e di una metodologia in grossa difficoltà, legata a moduli espressivi e produttivi attardati, fuori dal tempo come del resto sembra voler essere lo stesso racconto, adagiato nella fiaba paesana e ridanciana benché ispirata a fatti realmente accaduti.
L’ottimo Kramer, tycoon vecchia maniera, regista e produttore (tra gli altri, La parete di fango, 1958; Vincitori e vinti, 1961; Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo, 1963; Indovina chi viene a cena?, 1967), sembra stavolta operare un tentativo di appropriazione rispetto alla commedia all’italiana, cogliendone con sguardo prettamente americano il versante più esagitato e superficiale e restando davvero poco fedele allo spirito originario della nostra cinematografia nazionale.
Muovendosi nell’ambito della fruttifera collaborazione Italia/Stati Uniti anni Cinquanta e Sessanta, stavolta Kramer procede a scelte a suo modo originali. Sulla carta Il segreto di Santa Vittoria resta infatti “italiano” su diversi fronti; la vicenda narrata (sia pure filtrata dall’omonimo best-seller dell’americano Robert Crichton), le location dal vero (Anticoli Corrado e Capranica Prenestina), il ricorso agli studios di Cinecittà, gli attori, per lo più italiani, ivi compreso l’apolide Anthony Quinn, messicano di nascita ma già assiduo frequentatore del cinema di casa nostra, tanto da non sfigurare in alcun modo nel ruolo di un guascone e villico sindaco di paese.

Più che in altre occasioni, stavolta Hollywood sembra insomma sbarcare in Italia non soltanto per mettere su uno spettacolo della propria carovana di guitti, ma per appropriarsi bensì di una cultura, di un brano di storia appartenente a un “altrove”, di moduli espressivi locali ivi comprese le maestranze. Accanto a mostri sacri (Anna Magnani), belle attrici già proiettate su uno scenario internazionale (Virna Lisi), figure importanti del nostro spettacolo (Renato Rascel, Leopoldo Trieste) e futuri volti noti (Giancarlo Giannini), è infatti poderosamente coinvolta anche la professionalità tecnica di casa nostra, rappresentata soprattutto in sede di fotografia da Giuseppe Rotunno. Ma davanti a tanta profusione di italianità, comunque costretta a recitare in inglese (tutti, nessuno escluso, con annesso accento stentato giusto a portare un po’ di colore), si resta comunque sorpresi dal senso di estraneità che un film come Il segreto di Santa Vittoria lascia allo spettatore di peninsulari sguardi.

Non ritroviamo altro che una versione gridata ed eccessiva di ciò per cui l’italiano è noto (e stranamente apprezzato nei suoi tratti pittoreschi) alle altre sponde dell’Atlantico. Soprattutto, resta profondamente estraneo l’approccio al racconto, proteso a piegare l’iperbole fracassona identificata in terra italiana a un gusto tutto americano per la comicità di “meccanismo” e per lo sfondamento nella surrealtà della fiaba. Tracce sparse di musical, gusto per l’eccesso favoloso, stonate parentesi melodrammatiche, sostanziale disimpegno e autoreferenzialità del meccanismo comico anche se a contatto con una pulsante (ma “denaturata”) materia storica.
Cosicché il film di Kramer finisce per delinearsi come incerto e attardato, praticamente mai davvero divertente, collocato in un territorio mediano che probabilmente non manda soddisfatto alcun tipo di pubblico. Ne è prova, in qualche modo, il trattamento riservato ad Anna Magnani, in una delle sue ultime apparizioni in un film per il grande schermo e convocata sostanzialmente per rappresentare se stessa, il proprio mito, soprattutto l’immagine di se stessa più nota al pubblico americano, tanto da finire in un ruolo tristemente leggibile come un’involontaria parodia dei suoi personaggi più noti e amati.

Il segreto di Santa Vittoria non è certo l’unica commedia a trattare la Seconda Guerra Mondiale, qui colta alle sue ultime battute, né ad affrontare il nazismo con le armi della dissacrazione. Ma esiste commedia e commedia, esiste un approccio penetrante e intelligente nelle maglie della Storia e della cultura tramite le armi del comico e dell’arguto, ed esiste al contrario una commedia che sorvola sulla realtà tentando di semplificare, assolvere, indulgere sul pittoresco e nient’altro.
Kramer sposa questa seconda lettura affidandosi al puro spettacolo d’intrattenimento e consumo, grandioso nell’impianto produttivo, privo di profonda problematicità, estremamente semplificante e in sostanza qualunquistico. Nulla di male in sé; lo spettacolo autoconcluso e autogiustificato conserva comunque una sua dignità e significanza, se, per l’appunto, è ben congegnato. A questo però Il segreto di Santa Vittoria non ci arriva. Trovandosi costretto dalla materia narrativa a dare pur qualche cenno alle vicende italiane, il film assume un atteggiamento vagamente sciovinistico (il Bombolini di Anthony Quinn è stato prima entusiasta del Duce, poi l’ha rinnegato, ma perché sostanzialmente è un buffone ignorante intento solo a sbronzarsi), e quando deve affrontare i rappresentanti della Resistenza, tema spinosissimo specie ad occhi americani, li tratta come pittoreschi facinorosi neanche troppo consapevoli (imperdonabile la battuta in prefinale, affidata a Renato Rascel, il quale riconosce di essersi sempre definito anarchico senza aver mai saputo cosa significa).

Così come la furbizia italiana, che fa il paio con l’opportunismo servile e trasformistico, è raccontata nei suoi numeri più deprecabili (nel doppiaggio italiano, per “cautela nazionale”, si è omesso un facilone Heil Hitler! messo in bocca a Quinn per prepararsi all’ultimo incontro col capitano nazista). E nella resistibile ascesa del villico Bombolini al ruolo di sindaco si può leggere una facile e un po’ offensiva allegoria della presa di potere di Mussolini (Bombolini suona pure come nome parlante parodico nei confronti del Duce), ovvero l’ascesa di un ignorante solo con la forza della sua guascona tendenza allo spettacolo di se stesso a capo di un popolo di ignoranti che conoscono soltanto la delega totale delle proprie responsabilità civili a un ridicolo condottiero. Non vi è soltanto uno sguardo semplificante nei confronti del popolo italiano, ma anche una tendenza tutta americana a smussare gli angoli, a confezionare commedia non problematica, a mandare assolti tutti quanti. Popolo, fascisti, partigiani, e pure i nazisti, rappresentati da un garbato e romantico capitano che non ama le SS e ricorre a malincuore ai metodi spicci. Volemose bbene, insomma.

Del rustico popolo italiano Kramer, via romanziere Crichton, sembra apprezzare soltanto la capacità di fare fronte comune per difendere la propria terra. Solo e soltanto quando ci si è trovati sul ciglio del baratro dopo aver cavalcato il disimpegno per anni (l’unica condizione che sembra spingere davvero a superare l’individualismo tutto italiano verso una rocciosa solidarietà), ma poco male. Tramite la riscoperta del bene comune, tema portante degli anni postbellici, Santa Vittoria si chiude a riccio e riesce, con gli strumenti della collaborazione, a mettere in salvo il proprio tesoro dalle mire dei nazisti. Ma al di là di tali questioni legate a sguardi opachi su culture altrui, più in generale nel 1969 non è più tempo ormai per spettacoli così concepiti.
Il segreto di Santa Vittoria è costruito infatti come un tipico centone hollywoodiano a largo raggio, che accoglie accenti espressivi più disparati secondo un’idea di ampio spettacolo “totale”. La fiaba iperbolica e atemporale la fa da padrona, spingendo la materia del racconto verso i territori dell’improbabile-ma-non-impossibile: un milione e trecentomila bottiglie di vino da nascondere, una coreografia di “meccanismo umano” da fare invidia alle figurazioni di Busby Berkeley (la sequenza oggettivamente più riuscita del film, ma tirata così per le lunghe da trasformarsi a sua volta in irritante), e personaggi proposti acriticamente come amabili, del tutto incapaci di farsi amare.
In funzione del puro gusto di ampio intrattenimento, accanto alla vicenda principale di Anthony Quinn e Anna Magnani, che si snoda a colpi di padelle e matterelli (povera Nannarella…), si affiancano due subplots d’amore, uno grottesco e abbastanza gratuito (la figlia dei due protagonisti a fianco di un giovane Giancarlo Giannini), l’altro enfatico, del tutto stonato e ridondante (la contessa Virna Lisi tormentata dalla passione per il disertore Sergio Franchi, tenore prestato al cinema). È proprio nella vicenda Lisi-Franchi che Kramer tradisce la debolezza più marcata di un modello espressivo ormai in crisi: un melodramma superficiale aggiunto “per il buon peso”, ambientato in décor discrasici per la loro caratura artificiosa e tutta hollywoodiana. Più o meno tutti gli attori sono convocati a incarnare immagini iperboliche di se stessi o a sfruttare la propria immagine in senso di iteratività spettacolare: non solo la Magnani, ma pure la presenza di Franchi, noto come tenore a livello internazionale, sembra muoversi nella direzione dell’appeal “made in Italy” sfruttandone il marchio in senso multimediale. Non fa eccezione neppure Anthony Quinn (comunque il più efficace in scena), che sul finale si congeda con un balletto di immediata riconducibilità al profilo di chi dette corpo e voce a Zorba il Greco (1964).

Resta il fatto che Il segreto di Santa Vittoria conserva le dimensioni extralarge della grande Hollywood, ma in versione stanca e sfibrata. Inutilmente prolisso (136′ sono davvero eccessivi), frammentato in una struttura debolmente episodica, privo di qualsiasi progressione narrativa (i quadretti Quinn-Magnani si configurano come pura ripetizione di una situazione statica), il film di Kramer ha pure il difetto di ritardare eccessivamente l’entrata in scena dei nazisti e di risolverla paradossalmente in modalità e tempi frettolosi. Nato come opera autoreferenziale, votata quindi al puro piacere, Il segreto di Santa Vittoria finisce così all’esito opposto. Non intrattiene, non diverte, e si riconverte in fredda mostrazione di un colossale marchingegno privo d’emozione.
Tanto per dare la misura dell’età di passaggio in cui Stanley Kramer si trovò a operare e della frattura insita nel cinema americano del tempo, il film vinse il Golden Globe per miglior commedia/musical nell’anno in cui l’Oscar a miglior film andò a Un uomo da marciapiede (1969, John Schlesinger). Si sa, i premi lasciano il tempo che trovano, ma tale congiuntura tra due film così radicalmente diversi viene a testimoniare la profonda crisi di un sistema, ivi compresi il mondo dei premi del tutto istituzionali ed egosintonici al sistema stesso. Che da un lato, nell’impossibilità di ignorarne la presenza e la portata, si apriva a un cinema nuovo, e dall’altro continuava a premiare incarnazioni di una vecchia Hollywood, in una sorta di disperato tentativo di autoconservarsi dalle invasioni barbariche di chi, nei confronti della vecchia Hollywood, si poneva come riformatore o eversore.

Extra: assenti
Info
La scheda di Il segreto di Santa Vittoria sul sito di CG Entertainment.
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