Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts

Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts

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Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts è il viaggio onirico di Rong Guang Rong, trentatreenne regista cinese che cerca di trovare i modi attraverso l’immaginario per raccontare l’animo più scuro e maligno della Cina contemporanea, e un’infanzia abbandonata, come il popolo, al suo destino. In concorso alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro 2017.

La notte

Un lavoro personale, impressionante e di grande forza emotiva su un suicidio di gruppo commesso da bambini in un villaggio povero sulle montagne del Guizhou: quattro fratelli e sorelle, di età compresa tra i cinque e i quattordici anni, si uccidono bevendo del pesticida. Cosa può aver condotto dei bambini a compiere un gesto tanto disperato? Il viaggio intrapreso dal regista lo porta a confrontarsi con le proprie paure e i propri ricordi, ma anche con i bambini sopravvissuti, gli ufficiali del governo e la criminalità organizzata. [sinossi]

Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts (titolo scelto per il mercato internazionale, e che traduce fedelmente l’originale mandarino Haizi bu jupa siwang, danshi haipa mogui) parte da una notizia raggelante, il suicidio di gruppo di quattro bambini in una località dispersa tra le montagne del Guizhou, nel centro povero e contandino – povero perché contadino. Per questo motivo, prima ancora che le immagini prendano corpo sullo schermo, è possibile accertarsi di come Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts sia un film che non esiste. Non può esistere, almeno non nella Cina contemporanea, e forse neanche nel resto del mondo a ben vedere. Non può esistere per un paio di ragioni, per niente collimanti tra loro: una ragione filosofica ed etica, e una ragione politica. La ragione filosofica ed etica è quella che spinge la mente umana a trovare inaccettabile, e in ogni caso incomprensibile, il suicidio commesso da un bambino, da qualcuno dunque che nell’accezione comune è considerato avulso alla vita “adulta”, e alle sue speculazioni. La ragione politica riguarda il permesso o meno di disquisire su ciò che avviene all’interno della Cina, ed è fin troppo ovvia ed evidente, al punto che è il primo aspetto del film che il trentatreenne regista Rong Guang Rong trasforma in genere: la videocamera con cui vorrebbe filmare l’area in cui è avvenuto il suicidio, e magari dare corpo alla narrazione del luogo, gli viene requisita, e solo una foto si salva dalla cancellazione. Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts diventa dunque un poliziesco, un noir, un thriller in cui il protagonista, alla ricerca di una verità che deve rimanere celata, sarà sempre braccato, sempre inseguito, e non potrà mai dirsi al sicuro, neanche in una strada abbandonata in una cittadina nel cuore della notte.

La notte, forse la vera e prima protagonista del film. La notte è l’ora in cui emergono i fantasmi, quelli di cui hanno paura i bambini del titolo – che non temono, invece, la morte. La notte è l’ora in cui emergono le paure più profonde, i ricordi dell’infanzia, i sogni/traumi. La notte è l’ora in cui (forse) è possibile riprendere ciò che è proibito. La notte le dimensioni si fanno distorte, le macchine illuminano con i loro fari viottoli di montagna sempre uguali tra loro, le ombre sui muri delle case invadono e inghiottono tutto, mostri che ghermiscono la verità.
È un lavoro affascinante e complesso, quello portato a termine da Rong, un lavoro che ragiona sull’impossibilità di filmare il “vero” e sulla necessità dunque di ricostruirlo attraverso le armi dell’invenzione, della narrazione che fa leva sull’immaginario, sulla fiaba nera, sull’enigma prima ancora sulla certezza. La dimensione onirica che riveste tutto non deve far scambiare Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts per un film che schiva la realtà, o la sorvola preferendo altre strutture: tutto nasce e torna continuamente a quel gesto a cui è impossibile trovare una risposta, quella morte di quattro bambini tra i tredici e i cinque anni di età. Quattro bambini che bevono veleno, si lanciano nel vuoto, si feriscono. Quattro bambini. Rong Guang Rong cerca di rintracciare nelle proprie memorie, e nella vita quotidiana con i suoi figli, il filo che dovrebbe legare i fatti, e non abbandona mai questa via, anche quando è evidente che sta giungendo a un vicolo cieco, a un punto di non ritorno, al muro alla fine della strada.

Nel dolore persistente che attanaglia ogni singola inquadratura di Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts c’è la volontà di ritrovare una Cina dispersa, in cui nessuno si cura veramente di un’intera fetta di popolazione abbandonata al proprio destino, bullizzata da uno Stato assente e asfissiante allo stesso tempo; una nazione agonizzante, per la quale forse il suicidio può rappresentare davvero l’unica scelta di dignità. In una nazione in cui non è possibile riprendere la verità, perché è proibito il lavoro sul reale, Rong Guang Rong si rifugia nell’incubo, nel sogno, nella deformazione di tutto; gioca con la fotografia, con le dimensioni, mette in campo pupazzi e giocattoli, costruisce narrazioni attorno a sguardi, occhi, piccole immagini rubate. Svolge un compito squisitamente politico, ma allo stesso tempo teorico e, miracolo, umano. Ne viene fuori un’opera potente, intima e universale senza che i due elementi cozzino mai tra loro. Immersa nella notte, in attesa di un nuovo trauma da elaborare. Prima che venga la morte… Anzi, no. I fantasmi.

Info
Il trailer di Children are not Afraid of Death, Children are Afraid of Ghosts.
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