Corniche Kennedy

Corniche Kennedy

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Dopo l’anteprima al Bergamo Film Meeting è uscito in sala Corniche Kennedy, il nuovo film di Dominique Cabrera che registra i sentimenti e le vite dei ragazzi marsigliesi degli strati sociali più bassi, che passano il loro tempo cimentandosi in arditi tuffi dagli scogli oltre la Corniche, il lungo boulevard cittadino che costeggia il mare.

Marco et Mehdi

Le avventure di un gruppo di ragazzi che passano l’estate nei pressi di Marsiglia saltando in acqua dalla Corniche Kennedy. Una poliziotta con l’incarico di supervisionare quella parte di costa li osserva con il binocolo, vuole arrestare dei trafficanti di droga, ai quali uno dei ragazzi è legato. Ragazze e ragazzi, spensierati come si può essere a diciotto anni, che ridono sul bordo dei precipizi, sfidano la forza di gravità e le vertigini, tuffandosi dall’alto. [sinossi]

Evocatrice di stradine panoramiche che costeggiano il Mediterraneo, di percorsi abbarbicati su ripide scogliere a strapiombo sul mare, la parola Corniche rimanda subito, nell’immaginario, alla Costa Azzurra e alla Riviera Francese. Ma attenzione, “Tornatevene a casa, turisti!”, urla uno dei ragazzi protagonisti di Corniche Kennedy, che non mostra atteggiamento accogliente verso gli estranei. Dietro la bellezza da cartolina di queste località che portano alla grande città di Marsiglia, ci stanno anche realtà di degrado e disagio sociale, il corrispettivo delle banlieue.

Con Dominique Cabrera, ci tuffiamo anche noi e ci immergiamo nel mondo di questi adolescenti, che la regista riesce a restituire nella loro realtà e verità, dopo un lungo lavoro di avvicinamento – partendo dal romanzo omonimo di Maylis de Kerangal – riuscendo a conquistare la loro fiducia e a farsi raccontare da loro le proprie storie di vita. Fino ad arrivare, dopo la raggiunta empatia reciproca, a scritturare gli stessi ragazzi. Sono infatti attori non protagonisti, interpretando praticamente se stessi, Marco e Mehdi, mentre la ragazza, Suzanne, che viene dai quartieri alti, è l’attrice Lola Créton che già in Francia è stata protagonista di molto cinema d’autore.
Quell’avvicinamento che è raccontato all’inizio di Corniche Kennedy, prima da parte della poliziotta, che li approccia in incognito, poi da Suzanne, entrambe facendo loro delle fotografie, come dice di aver fatto la regista nella realtà. Segno di due approcci differenti, per la regista consecutivi. La poliziotta li spia per le sue indagini, come con un punto di vista distaccato, come un approccio iniziale antropologico; la ragazza perché vuole entrare nel gruppo, dove alla fine, dopo le iniziali ritrosie verrà accolta con un rito di iniziazione, il tuffo. E la regista sottolinea il suo avvenuto ingresso con la prima ripresa subacquea, dei loro corpi piombati nell’acqua, una barriera superata, l’immersione, sua, della regista e nostra, nel gruppo. Mentre il definitivo punto di vista interno è quando il film mostra le riprese stesse dei ragazzi fatte con la GoPro.

Suzanne, liceale, definita da loro ironicamente all’inizio Madame Bovary, dalla madre apprensiva (unico genitore nel film) mentre loro hanno abbandonato gli studi presto, viene così accolta. Sono ragazzi marginali che trovano il loro riscatto sociale, la loro affermazione e realizzazione, nei tuffi, sempre da più in alto. Incoscienti, ormai assuefatti al rischio. Ma non sono un gruppo pregiudizialmente chiuso. Il pregiudizio sociale riguarda altri. Dominique Cabrera li racconta con tenerezza, li tratteggia con pochi elementi. Sono evidentemente di origine magrebina, di seconda generazione o oltre, di varie gradazioni di meticciato. Lo capiamo dalla musiche e dal fatto che definiscano gli altri come “gadji”. I loro tratti somatici distintivi sono ormai diluiti, Mehdi è biondo e arriverà a raccontare le sue origini, madre bretone e padre tunisino, solo alla fine, solo quando con la ragazza ha raggiunto l’intimità. Rappresentano un campionario di marginali diffuso in tutta la Francia. La regista ci mostra anche, da lontano in un film quasi esclusivamente in esterni, i grandi e fatiscenti casermoni di edilizia popolare in cui vivono. A loro si contrappone Awa, il commissario di polizia, anche lei di origine etnica svantaggiata – come del resto i suoi colleghi che si dicono provenire dal ghetto – e per questo dai ragazzi disprezzata, per essersi integrata nel sistema. Awa, che nel romanzo era un uomo, viene mostrata come insicura, soffre di vertigini al confronto dei ragazzi che sanno fare salti prodigiosi nell’acqua; non è, come loro, temprata dalla vita.

In generale le forze dell’ordine non escono bene, nel ritratto sociale di Corniche Kennedy. Uno dei poliziotti usa metodi poco ortodossi: minaccia Marco, nell’interrogatorio, facendogli intuire come possa benissimo inventarsi una perquisizione in cui abbia trovato droga nelle sue tasche. Tutto il contesto noir – inevitabile visto che tra i ragazzi, in quelle condizioni sociali, non può non esserci chi è dedito allo spaccio o ad altre attività nella malavita – è maneggiato dalla regista con calcolato distacco, in modo da non cadere nelle trappole del genere. L’esecuzione in macchina è messa fuori fuoco, in un film dove tutto è solare, visibile, dove abbondano le immagini secondarie delle fotografie. E poi Dominique Cabrera gioca con la suspense e con le attese spettatoriali quando Awa guarda i volti dei cadaveri dei membri della gang aspettandosi, e noi con lei, di trovare quello di Marco. Il noir non può soffocare il ritratto sociale dove si inscrive piuttosto una storia alla Jules e Jim, un triangolo amoroso, che nasce spontaneamente in quel contesto fuori dalle convenzioni sociali.

Marsiglia è una città che ha dato molto al cinema, da Guédiguian a Friedkin, da Melville a Kechiche, con quei suoi dedali di viuzze, con il suo grande porto. Con Corniche Kennedy, Dominique Cabrera ne riesce a trovare una veduta inedita.

Info
Il trailer di Corniche Kennedy sul sito della Kitchen Film.
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