Parliamo delle mie donne

Parliamo delle mie donne

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Terzultimo film di Claude Lelouch, distribuito con tre anni di ritardo, Parliamo delle mie donne colora il (melo)dramma familiare di un deciso tono autobiografico, attutendo il carattere emotivamente esplicito della vicenda con una ricercata, affettuosa empatia verso personaggi e pubblico.

Un bastardo non privo di gloria

Dopo una vita da donnaiolo impenitente, culminata nella rottura con la sua ultima moglie, il fotografo Jacques Kaminsky si ritira a vivere in un isolato chalet di montagna, nel bel mezzo di un’immensa proprietà. La sua nuova compagna, di trent’anni più giovane, sembra finalmente fornire all’uomo l’equilibrio di cui necessitava. Ma la mancanza delle quattro figlie, che da tempo hanno rotto i rapporti con lui, si fa sentire più che mai. Sarà Frédéric, suo medico personale e amico, a condurre con uno stratagemma le quattro ragazze nella proprietà… [sinossi]

Potrebbe trarre un po’ in inganno, il titolo italiano dell’ormai terzultimo film di Claude Lelouch. Se infatti la distribuzione nostrana, che fa uscire in sala Parliamo delle mie donne ben tre anni dopo la sua realizzazione, pare suggerire per il film l’inquadramento nell’ottica di una romantica e disillusa onda (molto) lunga post-Nouvelle Vague, il titolo originale Salaud, on t’aime è ben più rivelatore delle reali intenzioni (e dei temi affrontati) dall’ottantenne regista francese. Un approccio al cinema, quello di Lelouch, che resta di grande coerenza e onestà intellettuale, a dispetto di una carriera lunga e variegata: approccio colorato qui di un evidente, mai celato sottofondo autobiografico. Il volto scavato e carismatico, così come il corpo, di un Johnny Hallyday dal magnetismo assolutamente intatto, sono la scelta più ovvia (ma nondimeno efficace) per un soggetto che ha tutti i crismi della summa artistica e personale, della resa dei conti col passato, dello sguardo all’indietro dall’inevitabile retrogusto malinconico, ma nondimeno scevro dalla retorica del rimpianto.

Hallyday/Kaminsky, quindi, come alter ego dello stesso regista, l’obiettivo fotografico a sovrapporsi a quello di una macchina da presa che avvicina e allontana insieme il soggetto ritratto, svelandone e contemporaneamente falsandone l’essenza, la vita bohemienne di chi orgogliosamente invecchia prima di crescere. Tutto esplicito, dichiarato, dalle premesse mai così chiare: a Lelouch interessa giocare, oggi più di ieri, a carte scoperte. La sua esplorazione della resa dei conti di un uomo coi suoi affetti, col suo mai rimpianto passato, coi legami creati proprio malgrado e tenuti in vita a dispetto del rancore, non è stratificata e non vuole esserlo.
Al regista francese interessa piuttosto mettere a nudo le contraddizioni e la forza vitale del suo personaggio, rivelarla nella sua essenza a costo di mostrarsi spudorato, farne emergere l’autentica, tenera inquietudine attraverso la bugia (che forse è tale, forse no) raccontata dal suo amico. Hallyday/Kaminsky/Lelouch è quindi un bastardo, come annuncia il titolo originale, che tuttavia non si può fare a meno di amare: coi suoi eccessi emotivo-melodrammatici, di qua e di là dallo schermo, coi suoi inganni che non ingannano (e non puntano davvero a farlo), con la sua fragilità esibita e in qualche modo orgogliosa.

La gradualità con cui il regista rivela il carattere melò della storia, l’iniziale tono improntato all’understatement, l’inquieto mood da commedia che progressivamente digrada nel dramma familiare, appaiono poco più di un gioco, l’affettuoso gesto di un prestigiatore che blandisce, più che cercare di ingannarlo, un pubblico che già da tempo conosce i suoi trucchi. Persino i più duri sviluppi del soggetto non sono scevri da questo sguardo affettuoso, da questo contatto empatico ricercato (e quasi sempre trovato) tanto coi personaggi quanto col pubblico, che in gran parte attutisce il carattere esplicito e ricco di sottolineature emotive del racconto. Ed è un racconto, quello narrato da Lelouch, inevitabilmente autunnale, malgrado l’aspirazione (anch’essa teneramente ingannevole, esplicitata nei nomi delle quattro figlie) a trattare tutte le stagioni della vita: una vicenda che il regista, con intelligenza non scevra da una buona dose di mestiere, cala in un’ambientazione ricca di fascino, un cottage montano sovrastato dall’occhio di un’aquila che diviene (in un ulteriore gioco di specchi/riproduzioni) un altro, simbolico prolungamento di quello del protagonista.

Una sceneggiatura equilibrata, che non calca la mano sulla natura inevitabilmente “femminista” del soggetto, evitando di tranciare giudizi o di trattare i suoi personaggi alla stregua di semplici arnesi narrativi, riesce a controbilanciare qualche forzatura di troppo nella costruzione della vicenda. Proprio la svolta di trama che fa precipitare gli eventi verso i loro sviluppi conclusivi, sorta di twist narrativo sui generis, appare un po’ decontestualizzata e poco motivata nell’economia generale della storia, quasi un pretesto per preparare il terreno alla conclusione che il regista aveva in mente per il soggetto. Conclusione che, da par suo, viene dilatata in modo forse eccessivo nell’ultima parte del film, soffrendo di una tendenza alla ridondanza che ne sfuma in parte l’efficacia.
Ma sono limiti, questi ultimi, che in fondo fanno parte del “mestiere”: un mestiere che Lelouch dimostra qui, una volta di più, di conoscere benissimo. La forza del suo raccontare (e raccontarsi) per immagini, al netto di qualche sbavatura, giunge allo spettatore con una limpidezza tuttora invidiabile.

Info
Il trailer di Parliamo delle mie donne su Youtube.
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