Lo squadrone bianco

Lo squadrone bianco

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Film coloniale per eccellenza, pur senza essere propagandistico, Lo squadrone bianco di Augusto Genina (1936) è un dramma bellico girato nel deserto libico, retto da una mirabile tendenza all’astrazione visiva. Alla 31esima edizione del Cinema Ritrovato per l’omaggio a Genina.

Mal d’Africa

Per dimenticare una storia d’amore finita male, il tenente Ludovici parte per la Libia. Nel deserto si trova a sostituire un valoroso militare appena caduto in battaglia e deve confrontarsi con l’ostilità del capitano Santelia, che lo giudica inadatto alla dura vita africana. [sinossi]

Tra i grandi cineasti rimossi del nostro cinema, cui pochi studiosi hanno dedicato un’attenta opera di recupero (tra questi sicuramente Sergio Germani), va annoverato senza dubbio Augusto Genina, meritoriamente ritornato sul grande schermo bolognese per l’omaggio della 31esima edizione del Cinema Ritrovato. La carriera di Genina ha vissuto diverse fasi: dopo essere stato dalla fine degli anni Dieci e fino alla prima metà degli anni Venti uno dei più importanti registi italiani, il cineasta romano – di fronte alla crisi produttiva del cinema nazionale – realizzò diversi film tra la Germania e la Francia a cavallo della fine del muto e l’inizio del sonoro (di cui è superba testimonianza Prix de beauté del 1930, recuperato proprio in questi giorni bolognesi), per poi tornare a lavorare in Italia nella seconda metà degli anni Trenta. E Lo squadrone bianco nel 1936 segnava proprio la rentrée in grande stile di quello che era stato per lungo tempo il nome commercialmente di maggior affidamento in patria. Un film che però segnava anche il passo iniziale verso la compromissione di Genina con il regime fascista, poi aggravatasi con L’assedio dell’Alcazar e con Bengasi.

Ricordato nei manuali di storia del cinema italiano come uno dei paradigmatici esempi di cinema coloniale, Lo squadrone bianco – a differenza di L’assedio dell’Alcazar – è tutt’altro che un film di propaganda. Lo si potrebbe definire piuttosto come un buddy movie in esilio, alla maniera di certe opere di Howard Hawks, come ad esempio Avventurieri dell’aria, senza però l’allegria e la leggerezza del cineasta americano, quanto con un sentore malinconico di distanza siderale dalla terra natia (uno dei personaggi legge il Dante del Purgatorio) e dunque venato da un palpabile sentimento di morte, ma anche di virilità.
Protagonista è un tenente che, deluso dalla crudeltà della sua ragazza alto-borghese, decide di partire per la Libia al tempo della nefasta spedizione mussoliniana. Al forte trova un capitano che rimpiange il precedente ufficiale, morto in una battaglia contro i ribelli, e che lo crede impreparato ad affrontare la dura legge del deserto. Si costruisce dunque tra i due un rapporto conflittuale che va progressivamente migliorando nel corso di una fatale spedizione bellica.

Tratto da un romanzo del francese Joseph Peyré, Lo squadrone bianco inizia in ambiente urbano e pseudo-futurista, dove il tenente correndo a tutta velocità con l’auto (cui poi farà da contrappasso la lenta andatura dei dromedari) raggiunge la sua donna, ma viene da questa crudelmente rifiutato, senza un’apparente motivazione, probabilmente solo per noia. Il lussuoso interno in cui abita la ragazza, con tanto di telefono bianco, è arredato con uno stile un po’ metafisico alla De Chirico e un po’ post-futurista alla Balla, evidentemente pregno di lascivo sentore di morte e di languori leziosi quanto inerti e auto-distruttivi (la ragazza con spirito sadomaso si lascia strangolare per un po’ dal tenente).
Tutto questo è poi ribaltato nel deserto, dal modesto arredamento del forte al bianco assoluto delle divise dei meharisti (le truppe, per l’appunto, che si muovevano sui dromedari), fino alla distesa infinita di sabbia, più infingarda di un labirinto, come insegnava Borges, e in cui infatti i militari finiranno per perdersi.

Più che un film bellico allora Lo squadrone bianco è un film sull’astrazione figurativa – e dunque anche estetica ed etica. Un film sul ripudio delle comodità borghesi e sulla riscoperta delle funzioni essenziali del corpo (come, ad esempio, non respirare a bocca aperta perché altrimenti la sabbia sconfigge l’uomo). Lì, in quel territorio alieno in cui nemmeno i libici sanno orientarsi – nel punto del deserto in cui ci si perde solo una navigata guida può essere d’aiuto, ma i suoi ricordi sono vaghi perché è passato in quel punto solamente da ragazzo -, gli italiani che restano al forte fanno comunella tra di loro (il militare in pensione e il medico con la caviglia fasciata che giocano a carte) e hanno finito per ricreare una piccola patria; quelli che partono in battaglia, però, capiscono e sanno – come il tenente che è morto e che si è fatto seppellire nel mezzo delle dune – che non si può sfuggire al fascino del deserto. Resta dentro, non si può tornare indietro.
E in questa situazione Genina ci regala una battaglia dal sapore ejzenstejniano, ma in cui le diagonali e le geometrie delle opposte forze in campo vengono sbaragliate e ‘confuse’, prima ancora che dalla feroce violenza umana, da una tempesta di sabbia che occlude lo sguardo. Un ritorno alla forza primigenia della terra che nelle città futuriste è impossibile ritrovare.

Info
La scheda di Lo squadrone bianco sul sito del Cinema Ritrovato.
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