El compadre Mendoza

El compadre Mendoza

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Per la rassegna dedicata al cinema messicano dell’epoca d’oro è stato presentato alla 31esima edizione del Cinema Ritrovato El compadre Mendoza del 1933, un melodramma politico sull’inevitabilità del tradimento.

Quando verranno a chiederti della nostra rivoluzione…

Negli anni della Rivoluzione Messicana tra il 1913 e il 1919, il latifondista Rosalío fa affari sia con gli zapatisti che con le truppe governative. Sposatosi a una ragazza la cui famiglia è stata rovinata dalla guerra, Rosalío finisce per diventare amico di un rivoluzionario, evidentemente attratto dalla moglie dell’uomo. Le sorti della guerra lo costringeranno infine a schierarsi per una delle parti in causa. [sinossi]

Quella messicana è una delle cinematografie più sottovalutate della storia del cinema, approcciata di recente solo per casi estremi e paradossali, come per i film supponenti e pretenziosi di Carlos Reygadas, più volte premiati in festival internazionali (come ad esempio Post Tenebras Lux, miglior regia a Cannes 2012). Così è apparsa senz’altro meritevole la scelta di programmazione della 31esima edizione del Cinema Ritrovato che ha permesso di recuperare una selezione dei film dell’epoca d’oro del cinema del paese, vale a dire dagli anni Trenta ai Sessanta.
Tra questi, El compadre Mendoza appare per certi versi come un’opera fondativa. Diretto nel 1933 – e dunque nei primi anni del sonoro – da Fernando de Fuentes, e parte di una trilogia dedicata alla Rivoluzione Messicana i cui echi si erano spenti pochi anni prima (gli altri due titoli sono El prisonero 13 e Vámonos con Pancho Villa), El compadre Mendoza dimostra una volta di più, se ce ne fosse bisogno, che un tempo i film venivano diretti senza prosopopea autoriale e con un sincero – e anche ingenuo – afflato popolare.
Il film di de Fuentes infatti rispecchia appieno la sua epoca, quegli anni Trenta in cui il cinema, là dove era libero e non eterodiretto dai regimi totalitari, veniva visto quasi ovunque – dalla Francia alla Cina – quale strumento di educazione per le masse, mezzo di rispecchiamento e di riflessione dei destini di un paese, declinato secondo i codici – a volte anche banali, eppure spesso efficaci – del genere.

El compadre Mendoza in tal senso allude al melodramma storico senza mai davvero affondare il colpo, sospeso com’è sull’onda di un tradimento, sia sentimentale sia umano-politico, che viene sempre rimandato per le incertezze e i tentennamenti dei protagonisti. Rosalío è un latifondista che ha superato la mezza età e che si comporta da amico sia con i rivoluzionari che con i governativi; è un po’ viscido e non esita a sposare una ragazza la cui famiglia è stata rovinata dalla guerra civile che ha attanagliato il Messico nel corso degli anni Dieci. Però è anche dotato di una sincera umanità che non gli impedisce di stringere una sincera amicizia con un giovane e aitante zapatista, evidentemente interessato alla moglie dell’uomo, ma anche grato del rapporto franco istituito con quello che è a tutti gli effetti un borghese geloso della sua ‘roba’. Il tradimento sentimentale così non si consuma mai, al contrario di quello umano e politico. E Rosalío finirà il suo percorso roso dai sensi di colpa.

È un dramma dagli echi shakespeariani El compadre Mendoza, dove i protagonisti sono imprigionati da dubbi amletici – tradire o non tradire? – e nell’incertezza scelgono di restare leali a un’amicizia virile o a un illusorio afflato di paternità (il rapporto privilegiato che il zapatista istituisce con il figlio di Rosalío e della donna da lui amata).
Al fondo, oltre che un evidente discorso sulla inesorabilità della Storia che governa i destini dei singoli, vi è anche in El compadre Mendoza una riflessione sull’impossibilità quasi genetica – e comunque dolorosa – della rivoluzione. Non solo Rosalío ama le comodità e le sue ricchezze ed è disposto per questo a vestirsi da arlecchino servitore dei due padroni, ma anche lo stesso zapatista è evidentemente più attratto dalla bambagia della cena all’aperto in giardino, della bevuta tra amici e della chiacchierata spensierata, che dalla guerriglia. Certo, questo aspetto del progressivo imborghesimento del rivoluzionario non viene mai apertamente affrontato da de Fuentes, eppure – prima ancora di tacciare il regista come contro-rivoluzionario – appare essenziale riflettere sulle modalità non banali con cui riesce a far emergere i chiaroscuri della natura umana.

Diretto in maniera abbastanza statica, per l’evidente matrice teatrale e per la necessità di registrare il sonoro in presa diretta con le disagevoli attrezzature dei primi anni Trenta, e quasi interamente ambientato nel possedimento di campagna del protagonista, però arricchito anche da una serie di figure secondarie (tra cui la governante sordomuta dallo sguardo inflessibile e il factotum ciarliero e tendente all’ubriacatura che cambia continuamente e gattopardescamente alla parete i ritratti delle glorie nazionali), El compadre Mendoza appare, per tutte le caratteristiche che lo connotano, come l’essenziale testimonianza di un cinema e di una cinematografia scomparsi, risucchiati da una Storia che si è fatta molto più complessa e levigata, sfuggente e indecifrabile. Tanto indecifrabile che, purtroppo, il cinema ha finito spesso per abdicare al suo – un tempo imprescindibile – afflato popolare.

Info
La scheda di El compadre Mendoza sul sito del Cinema Ritrovato.
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