Tra danze eterne e primi spari. Pesaro 2017.

Tra danze eterne e primi spari. Pesaro 2017.

La Pesaro 2017, la terza sotto l’egida di Pedro Armocida, continua a muoversi nella direzione di un nuovo che sia miracolosa sintesi del passato e del presente, e sappia osservare l’orizzonte con sguardo autentico. Vivo. In un apparente caos trovano spazio le forme più differenti, ma soprattutto si rinnova quell’affetto, per e con il cinema, che è l’anima pulsante, l’adesione a un modus divergente, in cui tutti trovano la propria identità, da João Botelho ai primi vagiti visivi di alcuni registi di Satellite. In un tempo unico, che vive sette giorni all’anno sulla riviera adriatica.
[Foto di foto ©Luigi Angelucci]

Nella sigla della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2017 Kurosawa dialogava con Kubrick e Bergman, Rossellini con Antonioni, mentre il rumore di una bobina accompagnava il tutto; il cinema (im)possibile, perduto – non dimenticato, ma perduto, riflesso di un tempo che non è più – e di una tecnologia considerata desueta, scomparsa se non nella resistenza cinefila, e allora eletta a tabù, interdizione sacrale cui hanno accesso solo gli avvertiti, i savi. In un mondo a parte festivaliero al quale l’immagine non basta più, e che rilancia a colpi di comunicati stampa la presenza di questo o di quell’altro ospite, occasione di idolatria prima ancora che di confronto o di analisi, la marittima Pesaro, avvolta come il resto della penisola in una cappa d’afa senza requie, ha confermato la direzione intrapresa, nel tentativo di coniugare le “esigenze” (o supposte tali) del pubblico con una spinta all’incontro, allo studio, alla (ri)scoperta della storia e delle sue ramificazioni più periferiche, e meno approfondite. La parentesi rosselliniana, così indispensabile per leggere l’oggi anche a distanza di decenni dalla sua fine materiale, è una scintilla, l’innesco di una miccia che agita le poltroncine delle sale cinematografiche, ordigno che il sistema ha sempre cercato di disinnescare ma che Pesaro ha confermato nella sua urgenza, nella sua posa rivoluzionaria perenne perché perennemente alla ricerca di un senso politico e ancor prima etico dell’immagine, del suo costrutto. Un cinema didattico che non accetta il didascalismo e non cede alla funzione meramente accademica dell’erudizione delle masse, ma che parla senza limiti di liberazione dello sguardo. Un concetto non così dissimile – tutt’altro – a quello portato avanti nel corso della sua vita da Alberto Grifi, nume tutelare della sezione Satellite, la cui (non)sigla si svolgeva su schermo nero, con la voce del regista romano a dominare il buio della sala.
Si vive in una bolla a suo modo quasi anacronistica la settimana in cui si svolge il MINC. Tavole rotonde mattutine, nello spazio della Pescheria; o passado e o presente, per dirla à la de oliveira, spettro che ha agitato in modo sotterraneo le giornate pesaresi, che dialogano, discutono, elaborano idee inevitabilmente “nuove” anche se già in essere. Tutto ruota, com’è anche giusto che sia, attorno al concetto di nuovo: era così anni fa ed è così ancora oggi, con la direzione Armocida che raggiunge il terzo anno e stabilizza il proprio sguardo. Qual è l’orizzonte di Pesaro? Ti sei mai chiesto quale funzione hai?, chiederebbe un Franco Battiato in vena di synth. Sì, qual è il ruolo di Pesaro in un panorama nazionale che si va delineando con sempre maggiore chiarezza? Se altrove il passato è visto come statua immobile da salutare con deferenza, ponendola al centro di una piazza per non doversene preoccupare più di tanto, e il futuro è soprattutto l’epitome di giochi di potere tecnocratici, sulla riviera adriatica il legame si fa ancora stretto, ed entrambi i corpi hanno ancora diritto di parola.

Parla, il Festival di Pesaro – sul senso di termini come mostra e festival, sul loro utilizzo e sul peso che gli si vuole attribuire si potrebbe discutere a lungo, e non è escluso che lo si faccia, anche in prospettiva Lido di Venezia, con tutto quel che ne consegue –, e parla una lingua sempre scevra di dogmi. Qui, forse, risiede la sua libertaria confusione. Esistono tre anime parallele che coordinate costruiscono la Pesaro odierna: l’anima di piazza, nella quale trovano conforto e vita la stragrande maggioranza del concorso, qualche pillola d’altro per convogliare il pubblico locale che sta gustando un gelato o una moretta vicino ai portici; l’anima di studio e riscoperta, carbonara rivendicazione di un diritto alla rielaborazione che è tanto dei “critofilm” di Adriano Aprà (anche qui si potrebbe discutere sull’utilizzo del termine) ma ancor di più e soprattutto delle coinvolgenti lezioni di storia allestite da Federico Rossin, controcultura o contro la cultura dominante, veicolo di sapere che passa attraverso la pellicola, laddove possibile, o il beta, ma che fa rivivere cinema mai morto ma sepolto sotto una coltre di polvere perché inconsueto e dunque scomodo, politico e dunque pericoloso, vivo e dunque da ammazzare per poterlo poi celebrare in santa pace. Lì, nello spazio intimo o forse angusto (sicuramente privo d’aria condizionata, e questo è un problema a cui porre rimedio), si è mossa la seconda anima del festival, sempre accolta da un pubblico attento, foriera di futuro nella sua capacità di intessere ciò che fu a ciò che è: ancora una volta Grifi, ovviamente, ma anche Mekas, Bargellini, Brakhage, De Bernardi/Menzio, lo straordinario Where Did Our Love Go di Warren Sonbert. L’occhio che si rivolge indietro e viene tagliato di netto in buñueliana memoria vede la duplicità di ieri e oggi, inquadra il mondo in un’estetica che è anche modo di produzione, di creazione, di condivisione. Già l’anno scorso con il videoteppismo Rossin si era mosso in questa direzione, e nel 2017 c’è stato anche il campo/controcampo tra la controcultura e Nicolas Rey, il suo viaggio attraverso l’Unione Sovietica che già più non era, il suo imperdibile sguardo tripartito e triplice e unico allo stesso tempo sulla Francia di venti anni fa, ma anche di oggi.

La terza anima è quella già citata di Satellite, e permette di aprire il fianco a una riflessione che forse più di altre può cogliere il senso della Mostra di Pesaro, la sua urgenza, la sua necessaria presenza nell’Italia di oggi: l’affetto. Nella giostra di film finiti, rifiniti, incompiuti in fieri che Satellite propone nei giorni della Mostra, tra sguardi già maturi e piccole improvvisazioni in corso d’opera, si intravvede un sentimento forte, un affetto che viene rilasciato sia dagli autori (affetto verso la propria opera ma spesso verso ciò che è dentro e fuori da quell’opera, il contesto, il territorio, le persone, i luoghi) che dai selezionatori, e infine dal pubblico. Si crea un’alchimia strana, impossibile a descrivere solo con le parole, che vive negli occhi di chi è nella sala Pasolini e poi si ritrova in giro per le strade pesaresi, cena e pranza insieme, va al mare insieme. Vive. Questa vita minuscola ed effimera perché costretta dal tempo a esaurirsi nell’arco di una settimana è il senso più profondo che si possa attribuire a un’esperienza come quella di Pesaro. Un mood imperante che accoglie tutti, senza esitazioni. Un universo in cui convivono Claudio Romano, Elisabetta L’Innocente e Pedro Aguilera, João Botelho (eroe indiscusso dell’edizione) danza freneticamente e intona inni del Benfica, Ado Arrieta narra favole a Rinaldo Censi, notti musicate accompagnano i viaggi di Tiresia/Daniele Pezzi, la tragedia dei bambini cinesi si scontra/incontra con follie indiane, super-8.
Si continua un viaggio eterno verso casa, sapendo che non arriverà mai la destinazione, ma che ciclicamente si potrà sempre essere lì, immortalati eppur vivi, cristallizzati ma pulsanti, perfino riottosi. La logica conseguenza di tutto questo è la vittoria (meritata) all’interno del concorso principale di Federico Francioni e Yan Cheng, e del loro The First Shot, viaggio nell’impossibilità di filmare il reale in una nazione che recide la propria realtà e la seppellisce senza remore; lo scorso anno Federico e Yan erano già a Pesaro, ancora a Pesaro, con Tomba del tuffatore, piccolo grande film ospitato da Satellite. La coerenza di un percorso, una volta di più. Che il cinema sia materia viva nessuno osa metterlo in discussione tra quelli che vengono chiamati addetti ai lavori. Pesaro ci ricorda che siamo vivi anche noi. E abbiamo diritto e dovere di parlare col cinema, prima che di cinema. Ricordando le parole di Grifi nel finale de Il grande freddo – Riuscirà Giordano Falzoni nel ruolo di principe azzurro munito di giochi ottici rotanti a restituire la voglia di vivere alla bella addormentata?, e in parte presenti nella sigla di Satellite: “Da più di cinquant’anni il concetto d’arte è in crisi. Gli artisti ormai distruggono l’arte. Passano la mano all’uomo della strada. […] Per esempio con il gioco, con il fatto che lo spettatore diventa autore… Ora penso che sei d’accordo che l’essenziale nell’arte non è l’opera, ma piuttosto il processo creativo, il vivere. Ora, la critica che io muovo […] è che ogni volta che, diciamo così, si rompe con una corrente artistica se ne istituisce un’altra, invece di trasformare la vita, di trasformare la realtà. Quello che mi interessa del dada per esempio, è che dada non voleva una vita bella, ma una vita autentica. La creatività rivoluzionaria non è quella che fa cantare l’uccello in gabbia, ma è quella per la quale l’uccello la gabbia la rompe”.

Info
Il sito della Mostra di Pesaro 2017.

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