L’assedio dell’Alcazar

L’assedio dell’Alcazar

di

Film gravato da una smaccata propaganda fascista, L’assedio dell’Alcazar di Augusto Genina, girato nel 1940, racconta uno degli episodi scatenanti della guerra civile spagnola, senza però perdere di vista l’usuale ‘giustezza’ narrativa e di messa in scena del regista italiano. Alla 31esima edizione del Cinema Ritrovato.

Giù dal forte

1936. Un gruppo di militari si ribella al governo e si rifugia nella fortezza dell’Alcazar a Toledo, in attesa dell’arrivo delle truppe franchiste. All’interno dell’edificio si sono riparate migliaia di persone, tra ufficiali e gente comune. La vita in quella condizione porterà a una serie di cambiamenti personali, tra l’amore, la morte e le nascite. [sinossi]

Non è facile scrivere di un film come L’assedio dell’Alcazar (1940) di Augusto Genina, proposto alla 31esima edizione del Cinema Ritrovato per l’omaggio dedicato al regista italiano. Non è facile perché, nel mettere in scena uno dei primi atti che portarono alla sanguinosa guerra civile spagnola, si configura come un vero e proprio film di propaganda fascista, in maniera molto più netta di quanto non fosse il precedente Lo squadrone bianco. Un film voluto e finanziato all’epoca da Mussolini per confermare la sua amicizia con Francisco Franco, autore del golpe che spodestò la repubblica instaurando così la sua trentennale dittatura nella penisola iberica.
Ma va anche detto che, oltre all’importanza testimoniale di quest’opera che documenta a pochi anni di distanza la distruzione dell’Alcazar, antica fortezza di Toledo assediata vanamente nel ’36 per due mesi dai repubblicani del Fronte Popolare delle sinistre, bisogna saper sempre distinguere la verità storica dalla verità filmica. L’una impone di stigmatizzare l’elogio di un episodio che portò alla catastrofe del paese, l’altra di valutare il film così com’è, anche nel modo in cui riesce – o meno – a rendere convincente il suo assunto ideologico.

Resta comunque curioso – per dirla gentilmente – il fatto che un autore del livello di Genina, che aveva avuto all’estero, in particolare in Francia, la possibilità di lavorare in maniera più che proficua (ad esempio, Prix de beauté del 1930, con protagonista Louise Brooks, è un capolavoro meta-cinematografico), abbia poi voluto – a partire dalla seconda metà degli anni Trenta – sposare appieno l’ideologia fascista, diventando uno dei più influenti cantori della propaganda cinematografica nazionale dell’epoca. Certo, Genina non è arrivato al punto di seguire il Duce a Salò, come hanno fatto altri, ma il marchio infamante di ‘regista del fascismo’ gli è inevitabilmente restato addosso. Marchio che, con ogni evidenza, ha contribuito negli anni a una ingiusta svalutazione complessiva della sua opera.
Curioso anche che la copia presentata qui a Bologna – purtroppo un Digibeta di qualità molto bassa – avesse in almeno un paio di momenti delle interpolazioni di dialoghi in tedesco invece che in italiano. Possibile che nelle riedizioni italiane successive al Ventennio si siano volute togliere le parti ‘fascistissime’, ritrovate invece tra i fondi di magazzino di qualche deposito nazista?
E, sia pur di durata più breve di quella italiana, sarebbe stato interessante a questo punto vedere anche la versione spagnola di L’assedio dell’Alcazar, intitolata Sin novedad en el Alcázar (titolo che gioca al contempo sul tema del “niente di nuovo sul fronte occidentale” che sul Sin novedad, motto dei golpisti dell’epoca). Questo anche perché la sua recente programmazione nella TV iberica ha provocato delle interrogazioni parlamentari da parte della sinistra.

Genina imposta L’assedio dell’Alcazar sul piano di un manicheismo a tratti veramente spiccio: il parlamentare comunista grasso e laido (ribaltamento forzato del topos ejzenstejniano e grosziano del ‘porco borghese’) che dimostra una completa ignoranza degli affari militari, si preoccupa solamente di come reagirà la stampa, banchetta nelle chiese, si burla dei cattolici e viene disprezzato dai militari schierati al suo fianco; il figlio del generale franchista che viene fatto uccidere dai repubblicani dal volto tanto innocente da sembrare inquietante e dall’eloquio involontariamente ridicolo per quanto è imbevuto di misticismo cattolico; i golpisti tutti impregnati di un’aura di nobiltà e ben pettinati anche quando le bombe li mettono a dura prova; i repubblicani sporchi, sdentati e repellenti (e proprio Ejzenstejn in un film come Ottobre ci aveva insegnato, al contrario, la bellezza e la nobiltà dei volti del popolo).

Allo stesso tempo però Genina sembra parzialmente ritrarsi quando è il momento di sottolineare l’epica fascista, o quantomeno dà l’impressione di non voler insistere troppo. Si intuisce questa attitudine da un lato quando i franchisti buttano giù la bandiera comunista per issare il loro vessillo e vi è un solo breve momento di enfatizzazione eroica; dall’altro quando la vittoria è ormai compiuta e anche la gente comune, al pari dei militari, si esibisce nel tipico saluto romano, ma l’inquadratura è tenuta stretta con le braccia tagliate dal quadro. Evidentemente Genina conosceva alla perfezione il limite oltre il quale non bisognava spingersi per non far perdere del tutto la credibilità del suo film. Così se nei dialoghi a volte ciò accade – in realtà solo nell’eccesso di cattolicesimo di alcuni personaggi, come la ragazza che vota l’anima a Dio subito dopo aver perso il promesso sposo -, nella messa in scena e nei toni registici questo non succede mai, mostrando ancora una volta l’innata attitudine all’eleganza dell’autore de Lo squadrone bianco, incapace di lasciarsi andare a volgarità od oscenità visive (non vi sono ad esempio palesi manicheismi di montaggio). E, se vogliamo, ciò rende ancora più subdolo – perché raffinatamente astuto – L’assedio dell’Alcazar, in quanto ci ‘costringe’ a soffrire per le sorti dei suoi protagonisti, tratteggiati con sbozzata eppur vivace psicologia. Tanto che questo film di Genina, sfrondato di quegli elementi caratterizzanti le parti in conflitto di cui s’è detto (bandiere e quant’altro), potrebbe benissimo apparire come l’efficace racconto di un qualsiasi episodio di eroismo dalla dimensione persino a-temporale.

È infatti su questo livello che L’assedio dell’Alcazar mantiene intatto il suo fascino, nel raccontare il modo in cui uno stato d’assedio, una prigionia coatta di migliaia di persone, non possa che portare a un cambiamento di spirito e di attitudine. Ed è in tal senso che L’assedio dell’Alcazar recupera il legame con Lo squadrone bianco: se nel film libico il tenente ritrovava la retta via e ritemprava la sua anima nella ‘prigionia’ del deserto, qui i protagonisti (in particolare nel personaggio della ragazza oziosa che si mette a fare l’infermiera) approdano a una nuova etica e a una nuova consapevolezza per via dei due mesi passati al forte. Durante questo periodo hanno luogo delle nascite, delle morti ovviamente, ma si scopre anche l’amore vero, quello per cui ci si vota per una vita intera. E allora sotto questo aspetto, di nuovo, Genina lavora su un campo non poi così differente da quello dei maestri americani Ford e Hawks. Si pensi in particolare a Ombre rosse, che d’altronde precede di appena un anno L’assedio dell’Alcazar, dove la diligenza svolge la stessa funzione del forte nel condurre al disvelamento dei reali caratteri in scena. E va letto in tal senso anche il fugace e fordiano anelito di pace di un paio di soldati che, durante una pausa delle ostilità, guardano verso il fiume che bagna Toledo e sognano di farsi una vita tranquilla in una delle villette lì attorno. Momento troppo breve però, spezzato da un repubblicano che viola il cessate il fuoco. E così la guerra ricomincia, e con lei la propaganda…

Info
La scheda di L’assedio dell’Alcazar sul sito del Cinema Ritrovato.
  • l-assedio-dell-alcazar-1940-Augusto-Genina-1.jpg
  • l-assedio-dell-alcazar-1940-Augusto-Genina-2.jpg
  • l-assedio-dell-alcazar-1940-Augusto-Genina-3.jpg
  • l-assedio-dell-alcazar-1940-Augusto-Genina-4.jpg
  • l-assedio-dell-alcazar-1940-Augusto-Genina-5.jpg
  • l-assedio-dell-alcazar-1940-Augusto-Genina-6.jpg

Articoli correlati

  • Bologna 2017

    squadrone bianco  genina  1936Lo squadrone bianco

    di Film coloniale per eccellenza, pur senza essere propagandistico, Lo squadrone bianco di Augusto Genina (1936) è un dramma bellico girato nel deserto libico, retto da una mirabile tendenza all'astrazione visiva.
  • Festival

    Il Cinema Ritrovato 2017 - XXXI edizione | Quinlan.itIl Cinema Ritrovato 2017

    Dal 24 giugno al 2 luglio. Tra i titoli della 31esima edizione, Johnny Guitar, L'Atalante, Le catene della colpa, Lo squadrone bianco, La corazzata Potemkin, Becoming Cary Grant, Visages Villages...
  • Pordenone 2015

    ottobre-recensioneOttobre

    di Nella sezione Il canone rivisitato è stata presentata alle Giornate del Cinema Muto una magnifica versione di Ottobre, film con cui Ejzenstejn provò a rivoluzionare teorie e pratiche della Settima Arte. Parlare oggi di un'opera tanto nota può servire a ricordarci quel che il cinema - e non solo il cinema - avrebbe potuto essere e non è stato.
  • Bologna 2017

    prix-de-beaute-1930-augusto-geninaPrix de beauté

    di L'avvento del sonoro e l'eternità del cinema nel sorprendente Prix de beauté di Augusto Genina, riportato sul grande schermo a Il cinema ritrovato.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento