Intervista a Sabina Guzzanti

Intervista a Sabina Guzzanti

Regista, attrice, autrice di inchieste scomode. La carriera cinematografica di Sabina Guzzanti passa dai film di Giuseppe Bertolucci, I cammelli e soprattutto Troppo sole, in cui interpreta tutti e 13 i ruoli, alle sue regie di fiction, Bimba – È clonata una stella, al suo documentario-omaggio a Franca Valeri, Franca, la prima, fino alle inchieste e al cinema di impegno civile che l’hanno portata a occuparsi della ricostruzione dopo il terremoto dell’Aquila, della trattativa stato-mafia, della censura televisiva. Abbiamo incontrato Sabina Guzzanti durante il Biografilm Festival 2017 dove è stata oggetto di una retrospettiva.

Con La trattativa hai adottato una nuova forma per il tuo cinema di denuncia, attingendo al film di Elio Petri Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli. Una forma diversa tanto dall’inchiesta giornalistica quanto dalla ricostruzione filmata. Perché hai ritenuto che fosse il modo migliore per questo soggetto, la trattativa tra Stato e mafia?

Sabina Guzzanti: Io credo che tutte le soluzioni estetiche siano dettate dalla necessità, ognuno poi fa come gli pare. Anche se magari Greenaway non la penserebbe così. È stata una necessità anzitutto raccontarla in questo modo. Poi il risultato secondo me e anche secondo gli spettatori è molto interessante, molto forte. Quella di Petri è stata la prima idea che mi è venuta in mente, poi ho pensato anche ad altre strade ma era di fatto impossibile. La trattativa non è un’inchiesta come lo era Draquila, è un lavoro su inchieste già fatte, un lavoro di ricostruzione, di collegamento e anche di immaginazione perché appunto ci sono le parti di finzione, ci sono personaggi che si costruiscono con gli attori. Non si poteva raccontare altrimenti, anche perché il repertorio arriva fino a un certo punto e non si poteva raccontare tutto solo con quello. C’era bisogno anche dell’immaginazione, del calore, del coinvolgimento della fiction in un racconto che è davvero complesso. Perché, per le indagini sulla trattativa stato-mafia, parliamo di tre procure che indagano da 25 anni. Il materiale era davvero vasto ed era necessaria una sintesi.

Proprio citando il film di Petri voi, ne La trattativa, vi definite “lavoratori dello spettacolo”. Mi sembra anche un atto d’umiltà. Pensiamo sempre ai personaggi dello spettacolo come a dei privilegiati. Perché è invece importante per voi avere un ruolo di coscienza critica del paese, anche tornando al cinema di impegno civile dei Petri e dei Rosi, dove ancora, in Il caso Mattei, la fiction si mescolava con l’inchiesta giornalista?

Sabina Guzzanti: Mi è piaciuto quando hai detto umiltà perché secondo me è importante. L’intenzione era proprio di fare un’operazione di democrazia. Le persone dello spettacolo e della cultura in generale comunque sono dei mediatori, e far sì che quello che si sa su questo tema possa diventare fruibile, fondato e comprensibile a tutti è un’operazione di democrazia. Avevo intuito, come tutti al tempo, che il processo sulla trattativa non sarebbe andato da nessuna parte, che sarebbe stato affossato. Ora continuiamo così, con il generale Mario Mori che viene assolto non per non aver commesso il fatto ma perché il fatto non costituisce reato. E il boss Graviano che dice: “Ridateci i soldi, traditori!”. Rimaniamo con questo tabù di questa cosa. Sicuramente aver fatto quel film mi ha fatto entrare in un percorso di emarginazione tra la gente che conta in Italia. Ma allo stesso tempo la gente che conta in Italia non conta un tubo nel resto del mondo, quindi al contempo entri nel giro della gente che conta nel mondo. Si tratta di un argomento tabù, a proposito del quale non si vuole dire nulla, eppure è piuttosto evidente che le cose stiano così. Quello che mi premeva chiarire è che quel film prescinde dalle sentenze ma anche dalla metodologia processuale, per riappropriarsi di una capacità di giudizio che non vedo perché non potremmo esprimere, rispetto ai fatti così come sono. Non ai fatti così come sono secondo l’articolo tale o il comma 509…, secondo il reato contestato rispetto… di cui non frega niente a nessuno. È un terreno di specialisti in cui non possiamo giustamente intervenire. Però questo non significa che non possiamo cercare di capire, cercare una lettura storica rispetto a quanto è successo.

Per questi film, hai pagato anche un prezzo.

Sabina Guzzanti: Ho ritrovato, dopo un trasloco, in un cassetto, un’intervista a Zygmunt Bauman che feci nel 2007 per un documentario di cui nemmeno ricordo l’argomento. Per tutto il tempo gli chiedevo: “Lei descrive la nostra società in termini così spaventosi che l’unica domanda che ti viene da fare è come possiamo cambiare”. E lui si rifiutava di rispondere dicendo: “Io faccio soltanto il sociologo”. Però si rendeva conto che suscitava il desiderio o di fuggire o di cambiare. Non è che puoi dire: “Faccio solo il sociologo, sto benissimo così”. Per cambiare le cose devi entrare nell’ottica di subirne le conseguenze. Io questo carattere non ce l’ho, diceva lui, ma ci sono delle persone che ce l’hanno, e alla fine ha risposto, con l’esempio di Václav Havel, drammaturgo e politico ceco che ha lottato per tutta la vita per la libertà del suo paese. Le cose effettivamente cambiano. Le cose sono cambiate. Ma non cambiano senza pagare il prezzo e questo credo sia il grandissimo limite degli italiani e della cultura italiana recente. L’idea che non si debba pagare un prezzo, che non si possa pagare un prezzo. Se però poi neanche mi licenzi, ma non mi dai la promozione… ed è questa la ragione del fatto che siamo prigionieri di questa sabbia mobile. È molto bello invece il fatto di pagare un prezzo, perché significa fare una vita un po’ più interessante. Non c’è nessuna cosa che non rifarei, perché mi sono divertita. Non voglio negare l’aspetto del piacere che comunque c’è nel potersi esprimere liberamente. Non mi sembra che le controindicazioni siano così inaccettabili. Potremmo fare tutti qualcosa di più e ci troveremmo sicuramente in un paese un po’ più vivace.

Hai progetti rimasti nel cassetto?

Sabina Guzzanti: Un lavoro, un film su tutti quelli che fanno satira in tutto il mondo, che si chiamava L’internazionale della satira. Avevo fatto delle ricerche, era stato abbastanza appassionante. Avevo viaggiato negli Stati Uniti, in America Latina. Mi ero informata su tutto quello che c’era in Asia, per capire le diverse forme di umorismo. Anche in Africa, dove c’era la satira e come funzionava. Poi non sono riuscita a trovare i fondi. Ho fatto anche domanda al Ministero e mi è arrivata una risposta di quelle arrogantissime, per cui sarebbe stato l’ennesimo film con la solita teoria secondo la quale, a prescindere, non ci sarebbe la libertà d’espressione. Sarebbe stato interessante. Avevo fatto anche un trailer di 10 minuti ed era venuto bene. Penso continuamente a tante cose da fare, non tutte vanno in porto.

Sempre nell’ambito del documentario?

Sabina Guzzanti: Il documentario è un permesso di sperimentazione che nel cinema tradizionale non c’è. Proprio perché non sei obbligato a scrivere la sceneggiatura, puoi trovare le soluzioni che davvero ti corrispondono e non quelle dettate dal marketing, dall’idea delle strutture in tre atti e di tutte quelle cose già prestabilite al cinema. Penso che sia sempre rinfrescante lavorare sul documentario. Però mi piacerebbe riuscire a portare questa freschezza anche nel cinema di fiction, renderlo un po’ meno precotto, meno pre-scritto. E se i documentari italiani sono tornati in sala, lo si deve anche a Viva Zapatero! Non succedeva dagli anni ’60 con i Mondo cane. Il documentario dovrebbe essere considerato come un genere, come il western. Credo comunque che sia un buon momento per il cinema italiano, mi è tornata la voglia di fare l’attrice. Mi proporrò, non mi prenderanno in considerazione ma mi proporrò.

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