I viaggiatori della sera

I viaggiatori della sera

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Distopia all’italiana per l’ultimo dei pochi film realizzati da Ugo Tognazzi come regista. Tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, I viaggiatori della sera tenta l’apologo futuribile con aperture verso il pubblico. Incompiuto ma affascinante. In dvd per Mustang e CG.

In un futuro imprecisato, per porre un argine alla sovrappopolazione gli uomini e le donne che hanno raggiunto il quarantanovesimo anno d’età vengono messi a riposo e spediti in “vacanza” in villaggi lussuosi che di fatto li estromettono dalla vita sociale e lavorativa. Per Orso e Nicki, sposati da molti anni, è dunque giunto il momento di partire per il ritiro. Una volta giunti al residence, i due scoprono che periodicamente gli ospiti del villaggio sono costretti a partecipare a un gioco il cui premio è un misterioso viaggio in crociera… [sinossi]

Tra i molti attori che prima o poi cedono alla tentazione di passare dietro la macchina da presa si annovera anche Ugo Tognazzi, autore di un pugno di titoli per il cinema (solo 5) girati in un arco di tempo piuttosto ampio, dal 1961 al 1979. I viaggiatori della sera è l’ultimo di questa piccola schiera, e mantenendosi in linea con alcuni dei film precedenti del Tognazzi regista, anche tale occasione costeggia l’apologo surreale, ai limiti e oltre una sorta di fantascienza distopica di casa nostra. Va dato atto a Tognazzi di non aver mai fatto scelte troppo facili, mai legate con immediatezza alla sua fisionomia d’attore e soprattutto alla produzione mainstream italiana.
Certo, l’orizzonte espressivo e produttivo resta il medesimo, così come l’approccio all’apologo conserva comunque una chiara trasparenza e accessibilità, una porta aperta verso il grande pubblico.
Se quindi il Tognazzi regista non ha segnato tappe indispensabili della storia del cinema italiano, è altrettanto vero che se non altro si può registrare un suo costante coraggio creativo, per nulla intenzionato a mettersi del tutto al servizio dei gusti correnti.

L’unico grimaldello evidente per far breccia nel pubblico, ben percepibile anche ne I viaggiatori della sera, resta il Tognazzi attore, riproposto secondo una fisionomia che si era venuta delineando specie lungo gli anni Settanta: sempre più malinconico, alle prese con reiterati personaggi che mal tollerano il passare degli anni, figure in lotta contro l’invecchiamento con oscillazioni tra il patetico e il crepuscolare (Romanzo popolare, 1974; Amici miei, 1975; La stanza del vescovo, 1977; Primo amore, 1978; Dove vai in vacanza?, 1978; in qualche modo pure il solitario magistrato di In nome del popolo italiano, 1971).
Ne I viaggiatori della sera, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta, il Tognazzi recitante ripercorre tali linee, trasformando anzi una sua tendenza attoriale di un decennio in primaria materia narrativa. Per lanciare un’ancora al suo pubblico, Tognazzi riconferma, specie nell’esordio del film, anche il suo versante buffo e incazzoso, sempre più portato lungo gli anni Settanta all’aspro turpiloquio e all’allusione sessuale, ma la cifra resta prevalentemente malinconica. Fu un’ottima intuizione anche il coinvolgimento di Ornella Vanoni come partner di scena, che già aveva nobili trascorsi teatrali (e qualche uscita al cinema e in tv) ma li aveva a poco a poco trascurati in favore della carriera musicale. Nel film la Vanoni si allinea perfettamente agli accenti crepuscolari, formando con Tognazzi un ottimo duetto di amarezze e semitoni.

Insomma, coraggio e professionalità, ambizione e conferma di se stesso. I viaggiatori della sera si colloca su tali ambigui territori espressivi, dando luogo a una chiave di cinema futuribile piuttosto originale, in cui confluiscono pratiche industriali, fisionomie consolidate di attori e voglia di fare cinema “altro”. Come spesso accade nel cinema del Tognazzi regista (vedi anche Il fischio al naso, 1967, tratto dal bel racconto “Sette piani” di Dino Buzzati), il risultato è altrettanto ambiguo e altalenante, degno di rispetto ma mai veramente compiuto.
Sorretto da una buona regia, il film sembra affidare la propria caratura espressiva per lo più alla funzionalità di paesaggi e scenografie, davvero ammirevoli per la loro capacità di evocare un orizzonte desolato e inquietante.
I viaggiatori della sera narra infatti di un incubo in pieno sole (rare le sequenze in notturna), girato alle Canarie per sfruttarne i paesaggi semi-desertici e il senso d’alienazione. In un futuro prossimo non è più permesso invecchiare, e allo scoccare del quarantanovesimo anno d’età uomini e donne sono costretti ad andare in “vacanza”, ossia ad alloggiare presso asettici villaggi turistici dove, tramite un terribile gioco a premi simile a un mercante in fiera al contrario, a mano a mano gli ospiti sono destinati a un misterioso viaggio in crociera dal quale non fanno più ritorno.
L’occasione è buona per assemblare tutto quel che di più frequente incontriamo nella letteratura e nel cinema distopico: preoccupazioni ecologiste, tecnologizzazione della società con sempre minor peso riconosciuto all’uomo, mito dell’efficienza e della gioventù con conseguente emarginazione delle generazioni più avanzate, aridità delle relazioni e dell’approccio all’erotismo.
In pratica, come spesso accade in ambito distopico, il futuro è visto come una pura e semplice amplificazione del presente, con unica vittima costante l’essere umano e le sue prerogative (il “residuo personale”).

In tal senso appare decisamente funzionale anche la collocazione del residence-prigione in un lussuoso villaggio-vacanze, ultima frontiera del rito di massa che di fatto costituisce già prigione di per sé. Come detto, l’uso creativo degli spazi e degli scenari è particolarmente efficace, con una menzione speciale per il salone del gioco a premi, dove l’enfasi sui colori e la spettacolarità del rito riesce a trasmettere la vera inquietudine di una finta festa, anticamera della morte, con tanto di agghiacciante carosello dei vincitori su una giostra. Si tratta tuttavia e per lo più di meriti “profilmici”, assai meno attribuibili a un’idea forte di realizzazione.
Gli scricchiolii più frequenti vengono per lo più dalla sceneggiatura, che alterna ottimi momenti di tenerezza e disillusione ad altri più infelici, troppo affidati a un’eccessiva evidenza programmatica di messaggio (l’asprezza monocorde dei giovani, il reiterato cinismo riguardo al sesso, l’affastellarsi di troppi temi à la page). Ne è ulteriore prova lo scioglimento, in cui come in un rigido film a tesi si lancia un prevedibile grido d’allarme sulle generazioni future, prive di coscienza e senso critico nemmeno sulla minima differenza istintiva tra bene e male.
Altrove, l’insistenza su contrasti pop e cromatismi lamè (vedi il bracciolo grigio da indossare per i predestinati al villaggio) tradisce un ambiguo gusto kitsch, difficile da interpretare se come precisa scelta d’autore o come diretta conseguenza dell’epoca (non particolarmente elegante) in cui il film è stato realizzato.

Del resto I viaggiatori della sera, se pure rientra nel filone non frequentatissimo (quantomeno nel cinema di ricca produzione) del futuribile italiano, sembra comunque allinearsi a una trasversale preoccupazione d’autore sui destini della cultura occidentale che animava quel fine di decennio. Molti hanno ravvisato somiglianze narrative con La fuga di Logan (1976) di Michael Anderson per la comune riflessione sul problema della sovrappopolazione e sulla negazione della terza età, ma appare più interessante il diffuso senso della fine che alle soglie degli anni Ottanta sembra permeare opere difformi di autori tutti italiani e tanto diversi tra loro.
Da Buone notizie (1979) di Elio Petri a L’ingorgo (1978) di Luigi Comencini, da Prova d’orchestra (1979) di Federico Fellini a Ciao maschio (1978) di Marco Ferreri, l’apologo pessimistico o addirittura apocalittico attraversa, sotto svariate forme, numerose opere italiane, a registrare un comune sentimento di fine dell’uomo, o quantomeno di un tipo d’essere umano.
Realizzato a sua volta a fine decennio, I viaggiatori della sera narra anch’esso di una sconfinata malinconia e di una tetra preoccupazione. Senza rinunciare al racconto tradizionale, ai vezzi attoriali e a un ampio dialogo col pubblico: ed è questo forse il suo più grande limite, poiché qua e là pare di avvertire cascami della commedia all’italiana ricollocati in un ambiente a loro poco consono, ottenendo il mortificante risultato della freddura che cade nel vuoto. Resta però a suo favore l’intermittente capacità di parlare non tanto tramite le immagini, quanto tramite gli ambienti. E resta la sensazione che nella sua incompiutezza il Tognazzi regista abbia comunque prodotto una delle filmografie più interessanti tra quelle degli attori di casa nostra passati dietro la macchina da presa. Così come Ornella Vanoni meritava forse qualche occasione cinematografica in più. Ma magari le ha ricevute e rifiutate, chissà.

Extra: assenti.
Info
La scheda di I viaggiatori della sera sul sito di CG Entertainment.
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