Il bacio della pantera

Il bacio della pantera

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Il capolavoro conclamato di Jacques Tourneur, prodotto sotto l’egida di Val Lewton, e senza dubbio tra i film più celebri della RKO. Il bacio della pantera è un viaggio nell’inconscio, alla ricerca di paure e desideri, compiuto attraverso i codici dell’orrore. Impareggiabile. A Locarno 2017 viene proiettato, in 35mm, in occasione della retrospettiva integrale dedicata al cineasta parigino.

La maledizione di Irena

Oliver, giovane ingegnere, incontra allo zoo Irena, giovane disegnatrice di moda d’origine slava: i due simpatizzano e dalla simpatia nasce ben presto l’amore. Dai racconti che la ragazza gli fa, Oliver comprende che sua moglie crede alle superstizioni del suo popolo e, in particolare, è convinta di avere su di sé una maledizione. Oliver non vi bada, ma avendola sposata, è preoccupato per il suo strano comportamento. Irena non vuole baciare il marito, perché teme, così facendo, di scatenare le passioni e di trasformarsi in una pantera assassina. [sinossi]

Il bacio della pantera, che è oramai considerato alla stregua di un classico della Hollywood degli anni dorati, costò alla RKO nel 1942 circa 135.000 dollari, un’inezia rispetto ai film prodotti dalle major nel corso dello stesso anno (per Casablanca la Warner Bros. sfiorò il milione di dollari, cifra superata nettamente dalla MGM per La signora Miniver, tanto per fare due esempi…), e anche rispetto ad altri titoli che la casa di produzione di Samoff e Kennedy distribuiva nelle sale cinematografiche, come L’orgoglio degli Amberson di Orson Welles, costato alla Mercury più di 800.000 dollari. Il bacio della pantera rientrava perfettamente in quella miracolosa cerchia di film che sarebbero poi stati definiti b-movie, facendo riferimento al potenziale economico a disposizione prima ancora che al suo impatto sull’immaginario cinematografico nazionale e internazionale. Era diretto da Jacques Tourneur, un regista francese arrivato a Hollywood sotto contratto per la Metro-Goldwyn-Mayer dopo aver esordito in patria (ma negli Stati Uniti aveva già studiato da ragazzo, visto che alla Mecca del Cinema lavorava suo padre, il talentuoso e oggi criminosamente dimenticato Maurice Tourneur); l’ultimo film da lui diretto prima di approdare alla RKO fu Doctors Don’t Tell, prodotto dalla Republic Pictures.
Alla RKO il trentottenne Tourneur giunse su iniziativa di Val Lewton, che stimava il suo lavoro da molti anni e lo riteneva il regista perfetto per mettere in scena la personale visione dell’horror che cercava di propagandare attraverso il suo lavoro produttivo: opere che rappresentassero il fantasmatico che si agita nel reale, creando un’atmosfera allucinatoria, a pochi passi dall’incubo (o dal sogno, ovviamente) e tese a lasciare in secondo piano la componente più direttamente psicanalitica. Tourneur, che non fece mai nulla nel corso della vita per smentire il suo credo negli eventi soprannaturali, si trovò dunque coinvolto in una serie di progetti – una trilogia per l’esattezza – destinati a sconvolgere il mondo del cinema, e a incidere con forza nella (ri)creazione del fantastico. I tre film, com’è notorio girati nel corso di appena due anni tra il 1942 e il 1944, sono Il bacio della pantera, Ho camminato con uno zombi e L’uomo leopardo. Dei tre il primo, e anche quello in grado di conquistare maggior consenso al botteghino, fu proprio Il bacio della pantera: oltre 4 milioni di dollari di incasso, che permisero alla RKO, e a Val Lewton, di rinnovare la loro fama.

L’incontro tra Lewton e Tourneur non è solo il fortunato connubio tra due menti brillanti, in grado di ragionare sul senso dell’immagine e sul suo molteplice valore (paratattico e visionario, sensuale e riproduttivo del reale, credibile eppur finto), ma è anche l’ennesimo esempio di intellettuali europei che si trovano dall’altra parte dell’arcobaleno – nell’apoteosi degli anni del technicolor, mentre nel Vecchio Continente è in programmazione un tour di fascismi, violenze, bombardamenti aerei e campi di concentramento – e cercano di trovare vie d’accesso alla propria cultura penetrando nel guscio vuoto (ma per questo ancor più eccitante, e inevitabilmente moderno) americano. Se ne Il bacio della pantera, che prende spunto da un racconto pubblicato da Lewton nel 1930, la sceneggiatura è affidata al californiano DeWitt Bodeen [1], è proprio per far sì che le cupe suggestioni europee possano trovare il doveroso contraltare all’aria aperta di Fresno. Le ambizioni gotiche di Tourneur e i miti ancestrali dell’Ucraina da dove proveniva Lewton (nato Vladimir Ivanovich Leventon) si sposano dunque a un’ambientazione moderna, la New York scintillante dell’incorruttibile Fiorello La Guardia, quasi che le ombre dei primi e le luci della seconda trovassero una loro naturale collocazione negli splendidi contrasti fotografici lavorati con sapienza dal calabrese Nicholas Musuraca.
È cinema allo stato primigenio, puro, così come archetipica è la narrazione del film. Una donna serba trapiantata negli Stati Uniti si innamora e si sposa con un ingegnere per poi rivelargli la sua più atavica paura: far parte di una particolare schiatta di streghe serbe in grado di trasformarsi in forma felina. Cat People, per l’appunto. Cat Woman, senza super poteri… O forse sì? La gelosia, quando vede il marito per niente disturbato dalla frequentazione con l’assistente Alice, può essere in grado di svelare la verità.

Nella sua totale immersione in un subconscio vissuto però continuamente nella realtà, Il bacio della pantera rende dogma – futura prassi – uno degli aspetti centrali dell’intera filmografia di Tourneur, non solo la parte che lo vide lavorare fianco a fianco con Lewton: l’umanità vive nella modernità in uno stato di persistente ipnosi, che la astrae dal reale per condurla in una zona grigia, liminare, in cui la pulsione e l’epidermide prendono gradualmente il predominio. La sconfitta della ragione di fronte a forze che sono più antiche – primordiali, praticamente rituali – è la conclusione inevitabile del percorso di questi tre film, ma a ben vedere anche di molte altre opere di Tourneur, a partire com’è ovvio dall’altrettanto seminale La notte del demonio, viaggio stregonesco in terra britannica compiuto nel 1957. In quel caso il neolitico delle pietre di Stonehenge che cozza con un mondo fatto di auto, aeroplani, e via discorrendo: nel 1942, con un intero mondo in lotta (tema, quello della guerra, che attraverserà anche la poetica tourneuriana, come dimostrano tra gli altri Tamara figlia della steppa e Il treno ferma a Berlino), l’Europa che porta con sé i suoi fantasmi, i diavoli del passato mai estinti, e con essi “infetta” il cuore (in)sano del moderno, con le sue geometrie e i suoi palazzi altissimi. Luce contro ombra, passato contro presente e futuro, donna contro donna, l’atto della predazione come unico elemento realmente orrorifico.

Perché l’orrore, ne Il bacio della pantera e in tutte le produzioni di Lewton, è supposto, ma mai realmente visibile: quando Alice si sente minacciata per strada, in una delle sequenze più sublimi di un film imperdibile, tutto ciò che lo spettatore vede e può vedere sono le foglie sugli alberi mosse dal vento, la luce dei lampioni, la strada stessa vuota, al punto da apparire come un fantasma perfino l’autobus su cui si rifugia la donna. Anche nell’altrettanto celebre sequenza in piscina, tra le più citate della storia del cinema horror (come dimostra, tra gli ultimi, It Follows di David Robert Mitchell), la pantera, o quel che è, rimane sempre fuori campo. Nello spazio dell’inquadratura hanno diritto di accesso solo le ombre, i riflessi di fantasmi. Perché è un mondo di fantasmi quello in cui si muove Irena, e quasi tutte le figure che si confrontano con lei, eccezion fatta per il marito e la già citata Alice, sono ectoplasmi, a partire dalla donna che incontra nel ristorante serbo, e che le chiede se lei è una sua moya sestra, una “sorella”. Sorellanza di un mondo lontano, geograficamente e culturalmente, ma che può mostrare la sua efficacia anche nella modernissima – o supposta tale – New York. Il modo per impedire che il passato torni con tutta la sua forza è quello di censurare il proprio “essere donna”: Irena non dorme con il marito – ed ecco che il codice Hays viene aggirato rispettandolo fino all’ultimo precetto – e non ha con lui rapporti sessuali. Ma c’è l’altra donna, che quei rapporti vorrebbe averli: e allora l’istinto prevale su la ragione, che già s’era fatta un po’ debole.
Grazie anche alla perfetta performance di Simone Simon, una che con Hollywood visse un rapporto a dir poco travagliato, Il bacio della pantera entra nel subconscio dello spettatore e vi risiede, come quei ricordi di paure dispersi tra le sinapsi che di quando in quando tornano a galla e, immancabilmente, fanno sobbalzare il cuore. Non si esce mai davvero da Cat People. E se i titoli di testa si aprono con la citazione del dottor Judd, interpretato da Tom Comway, che recita “Even as fog continues to lie in the valleys, so does ancient sin cling to the low places, the depression in the world consciousness”, a rispondere sui titoli di coda è un distico di John Donne: “But black sin hath betrayed to endless night. Holy world, both parts and both parts must die”. Entrambe le parti devono morire. Il reale e l’immaginario, il sogno e l’incubo, la luce e l’ombra. Irena e la donna-felino. L’immagine e ciò che ne resta ai margini, ancora invisibile agli occhi. E per questo sempre più inquietante.

NOTE
1. DeWitt Bodeen lavorò tra gli altri agli script de Il giardino delle streghe di Robert Wise e Gunther von Fritsch, sequel de Il bacio della pantera, e nel 1962 di Billy Budd di Peter Ustinov.
Info
Il trailer originale statunitense de Il bacio della pantera.
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