Lucky

Esordio dietro la macchina da presa per l’attore John Carroll Lynch, Lucky è un film incentrato su un’icona del cinema quale Harry Dean Stanton, un film sulla senilità e sulla precarietà della vita, un omaggio all’immaginario e all’estetica di una vecchia America da Far West. Un bacino da cui in tanti hanno attinto.

Una storia vera

Lucky, un novantenne ateo dal carattere fermamente indipendente, è sopravvissuto, nonostante il vizio del fumo, a tutti i coetanei che abitavano nella sua cittadina sperduta nel deserto. Ora si trova sull’orlo del baratro esistenziale, spinto a confrontarsi con l’esplorazione di sé, che conduce a quell’illuminazione così spesso irraggiungibile. [sinossi]

Esiste il realismo. Lo dice Lucky facendo i cruciverba, il suo passatempo preferito, in una battuta quanto mai programmatica e didascalica del film Lucky di John Carroll Lynch, presentato in concorso a Locarno. Il realismo del film significa affrontare un tema normalmente esorcizzato dai media e dal cinema stesso, quello della senescenza, della fine della vita, dell’affacciarsi, far fronte, prendere consapevolezza, del baratro della morte imminente. Lucky è una persona molto anziana che vive solo in un villaggio decadente da Far West. Il film lo mostra subito impietosamente mentre si lava e si veste, preparandosi a una sua giornata qualsiasi. John Carroll Lynch ne inquadra il corpo nudo, senescente, e lo segue nella vestizione, nello stereotipo da cowboy con il tipico cappello da mandriano. E più avanti lo vedremo anche suonare l’armonica a bocca. Lucky apre la porta facendo inondare la casa da un fascio abbagliante di luce. Non è un tramonto, quello che si accinge ad affrontare, bensì un’eternità.
Lucky è Harry Dean Stanton, un’icona del cinema americano, un reduce di un cinema dei tempi che furono. Il volto di Hollywood che piace al cinema d’autore europeo, quello più anarchico, in quell’iconografia del mito americano che passa per Nicholas Ray, Dennis Hopper e altri e che si vuole inscritto in un paesaggio da Far West o alla Edward Hopper. Tutte istanze fatte proprie da John Carroll Lynch. Nei dettagli del villaggio californiano dove si svolge il film, la scritta quasi scolorita “Stagecoach Saloon and Grill”, i distributori di benzina hopperiani. Questo però è l’aspetto più debole del film, l’immaginario è un pozzo a cui tanti hanno attinto e John Carroll Lynch arriva buon ultimo e con un approccio nemmeno originale. Quelle scritte da saloon ormai sono trite e ritrite e le troviamo uguali nei tanti ristoranti old west dei centri commerciali delle nostre periferie.

Più interessante la vita quotidiana di Lucky nella piccola comunità dove tutti si conoscono, il suo carattere di vecchietto burbero, anarchico, rappresentate dell’America che ha fatto la guerra ma che arriva a citare Che Guevara, che sopravvive nonostante ignori bellamente i consigli del medico rimanendo un incallito fumatore. Un personaggio ricalcato sulla vita stessa del vegliardo attore, che è un veterano della Seconda Guerra Mondiale e ha servito l’esercito nel Pacifico proprio come Lucky, attore che ha contribuito alla creazione del suo personaggio. Personaggio che è rimasto solo, l’unico sopravvissuto di tutti i suoi amici e coetanei, delle persone che lo hanno accompagnato, come il protagonista de Il mondo di mister Peters, il testo scritto da Arthur Miller a 85 anni, una grande riflessione sulla senilità. E un altro testo, cinematografico, viene in mente subito, quello di Una storia vera di David Lynch, l’elogio alla lentezza, lo sprofondare nell’America profonda. Sono tante le analogie tra Lucky e Alvin, il protagonista di quel film, in cui peraltro recita anche Harry Dean Stanton, attore feticcio anche per David Lynch. La verità esiste, dice sempre Lucky facendo i cruciverba: anche questo film è una storia vera. Omaggio quanto mai doveroso al regista di Cuore selvaggio quindi quello di metterlo nel cast, anche se va detto che l’immagine più diffusa che circola del film, quella con Harry Dean Stanton insieme a David Lynch, è fuorviante perchè il secondo si vede poco. Interpreta uno dei personaggi che Lucky incontra al bar, recita con quella parlantina stralunata tipica anche delle sue apparizioni in Twin Peaks, e gli viene assegnata comunque una funzione chiave. Distrutto perchè è scappata la sua amata tartaruga, anzi testuggine come tiene a precisare, che di nome fa Roosvelt – ancora un ricordo, con il nome dei due presidenti, dell’America dei tempi che furono. La tartaruga che apre e chiude il film passeggiando nel deserto, che puo vivere fino a 200 anni, come dice la commessa del negozio di animali, è il simbolo della longevità, proprio come il grande cactus secolare che ammira Lucky in una delle sue passeggiate. Ed è la dimostrazione stessa del relativismo della durata della vita, che alla fine è sempre evanescente, vacua, un attimo come per noi è quella della farfalla. E relativo è anche il modo di affrontare la morte da parte di culture diverse. Nel film si fa riferimento ai piloti kamikaze giapponesi e a quella bambina buddhista, sempre in un ricordo di guerra, che era felice anche se stava per essere uccisa.

Lucky, in concorso a Locarno, non ha una struttura narrativa lineare e definita proprio come non può averla la vita del protagonista, che rimane in attesa, sospeso, della falce della nera mietitrice. Un film che sembra guidato dall’improvvisazione, come nella scena in cui Lucky si mette improvvisamente a cantare, alla cena con i messicani, raggiunto subito dai mariachi. E il montaggio subito dopo ci fa vedere un juke-box, ancora un simbolo vintage, dove la musica invece non è eseguita dal vivo.
Lucky è un film che gravita tutto attorno al corpo di Harry Dean Stanton ed è in fondo l’omaggio di un attore caratterista come John Carroll Lynch a un altro grandissimo caratterista. Un’operazione complessivamente più riuscita rispetto a quella di Chappaquiddick su un altro vecchio come Bruce Dern. Ma comunque non esente da furberie e compiacimenti.

Info
Il trailer di Lucky.
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