Madame Hyde

Madame Hyde

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Presentato in concorso al Locarno Festival, Madame Hyde di Serge Bozon riesuma con senso del grottesco il romanzo di Stevenson, utilizzandone i temi del doppio e della metamorfosi come metafora dell’insegnamento, dell’educazione, del rapporto docente/alunno nel contesto difficile delle banlieue parigine.

Lo strano caso della scuola francese

La signora Géquil è un’insegnante schiva disprezzata sia dai colleghi sia dagli studenti. In una notte tempestosa, mentre lavora in laboratorio, viene colpita da un fulmine e perde i sensi. Quando si sveglia si sente diversa. E l’apparizione della pericolosa Madame Hyde avrà effetti sui metodi d’insegnamento della signora Géquil. [sinossi]

La signora Géquil è un’insegnante di fisica, in un istituto tecnico dei sobborghi parigini. Goffa, forse un po’ tonta, ma preparata. Vittima del bullismo feroce dei suoi alunni e allo stesso tempo fortemente e apertamente contestata dalle due ragazze rappresentati di classe, le due uniche femmine e non di etnia araba della classe, che parlano all’unisono come Qui Quo e Qua. E che agiscono come avvocati d’ufficio a tutela degli studenti anche se palesemente colpevoli. Quando l’insegnante è tentata di alzare la mano a fronte di una situazione insostenibile di spavalderia, loro prontamente la diffidano: le percosse agli studenti sono vietate per legge. Lei vorrebbe aiutare Malik, uno studente con disabilità fisica, ma si scontra con lo stesso carattere sfrontato del ragazzo che non si tira indietro nel gioco dove il rifiuto della disciplina, la sfida all’autorità, dove sparare all’insegnante significano affermarsi all’interno del branco. E non aiuta certo il preside piacione e il resto del personale docente, dove vige il timore neanche celato di diventare come lei. Questo è l’ambientino tratteggiato subito da Serge Bozon in Madame Hyde, presentato in concorso a Locarno. Un clima che il regista conosce bene, avendo in passato fatto l’insegnante proprio in una scuola difficile della periferia parigina. Ma è un clima che Bozon racconta con toni caricaturali e parossistici, in un complessivo tono grottesco, esacerbato, non naturalistico, per creare il quale un grandissimo contributo è dato dalla grande, come sempre, prova attoriale di Isabelle Huppert che lavora su un piano macchiettistico, almeno nella prima parte, del suo personaggio. Il tono surreale prosegue: quando viene bruciato il ragazzo tutto procede normalmente senza neanche troppi traumi nella scuola. E quando la professoressa in versione creatura elettrica, si manifesta al marito musicista, la sua reazione non è di spavento o di orrore, ma di disappunto, riprovazione, dicendole semplicemente “Perché lo fai?”

“Spiderman, Spiderman…” canticchiano i ragazzi durante la lezione di fisica della professoressa Géquil, nell’ennesimo tentativo di interromperla e metterla in difficoltà. E uno degli alunni porta la scritta Hulk sulla sua t-shirt. Nella cultura popolare di cui è fatto il loro immaginario, domina il supereroe in costume, di cui riconoscono che è difficile che esista mentre nel film avverranno poi situazioni degne di un fumetto fantascientifico, i personaggi dell’universo Marvel ormai protagonisti dei blockbuster hollywoodiani (ma i ragazzi canticchiano la sigla classica). Che rappresentano il corrispettivo di quello che per l’ex-professore Serge Bozon, è il mito letterario ottocentesco del dottor Jekyll e Mr Hyde, quello della trasformazione corporea, che è anche una mutazione della personalità o un liberarne la parte repressa o inconscia, dell’incidente di laboratorio come vaso di Pandora, dell’insicurezza della scienza che genera “mostri”. Quello che succede alla signora Géquil ricalca perfettamente l’archetipo di tanti comics. Il timido, gracile, secchione studente Peter Parker, o l’altrettando debole fisico nucleare Bruce Banner, si trasformano, acquisiscono grandi poteri, grazie allo sprigionarsi incontrollato di forze invisibili come le radiazioni, riscattando così la loro condizione di subalterni, senza necessariamente diventare malvagi come il signor Hyde. Lo stesso laboratorio dove opera l’insegnante, sembra avvicinarsi di più a quello di un mad doctor fantascientifico che non appartenere a un istituto scolastico professionale perdipiù scalcinato. E il riscatto sarà quello della stessa professoressa contestualmente con il personaggio di Malik con cui è entrata in risonanza. Un riscatto che passa anche per il momento in cui lei arriva a parlare in sincrono con le due ragazze della classe e per il momento in cui Malik le regala un fiore.

Se le radiazioni nucleari rappresentano il più importante agente mutante della cultura fantascientifica dal dopoguerra, l’ex-professor Bozon torna invece a una forza oscura ottocentesca, l’energia elettrica, che pure rimane nell’universo dei comics, per esempio nel personaggio del villain Electro. E i due tipi di forza vengono comunque associati in una battuta del film, quando si paragona l’energia distruttiva del fulmine con quella dell’esplosione atomica di Hiroshima. L’elettricità è quell’energia misteriosa all’epoca capace di infondere la vita nelle teorie di Galvani e nell’altro grande mito di Frankenstein (tutta una serie di archetipi del gotico viene usata nel film come per esempio la luna piena), capace di generare influssi animati con una scarica anche improvvisa come quella di un fulmine, ma anche capace di effetti distruttivi, incendi. Bisogna trasformare il calore in energia elettrica. È l’obiettivo della professoressa di fisica all’inizio di Madame Hyde, per una delle sue dimostrazioni didattiche. Ed è chiaro che per lei si tratterebbe di imbrigliare le energie distruttive di cui sono sovraccarichi i suoi alunni, il calore dei loro corpi, per convertirle in qualcosa di positivo, controllabile, trasportabile con dei cavi, azionabile con un interruttore. Le cose non andranno così in quel contesto di alta dispersione entropica, e sarà lei stessa a essere convertita in una creatura di luce ed elettricità. Un’energia che si tramuta immediamente in calore, in quel calore che la professoressa naturalmente non possiede, a differenza dei suoi alunni, e la prima manifestazione di questi suoi superpoteri acquisiti è proprio lo scioglimento del ghiaccio con l’apposizione delle sue mani. La riconciliazione tra Malik e l’insegnante viene sancita anche in una delle ultime scene, quando vediamo il primo intento a costruire un modellino di turbina, il meccanismo che permette alle centrali energetiche di convertire il calore in elettricità e poi distribuirla in rete. Proprio quello che era l’obiettivo iniziale della professoressa.

L’altra importante dimostrazione scientifica cui la professoressa infonde tutte le sue energie didattiche da realizzare in classe é la gabbia di Faraday, quel sistema chiuso isolato da qualsiasi forma di elettricità proveniente dall’esterno, il meccanismo alla base stessa del funzionamento degli impianti di parafulmine. La gabbia di Faraday è la concezione stessa del sistema scolastico francese, come concepito dalla professoressa. Una gabbia da un lato, ma anche un sistema di protezione che vorrebbe garantire amorevolmente ai suoi alunni, anche se la detestano. E a sperimentare la gabbia sarà proprio una delle due ragazze antipatiche, la sua nemica, immune così alle scariche e alle saette della stessa professoressa che la previene il suo stesso pericolo futuro, quando diventerà una creatura elettrica. Ma è una protezione che genera diffidenza e, in una battuta scherzosa, si dice che la gabbia di Faraday potrebbe in realtà fornire rifugio ai jihadisti, nella psicosi del terrorismo che si crea in un istituto composto in gran parte da alunni di origine mediorientale e maghrebina.

Le spiegazioni scientifiche, matematiche, di geometria della professoressa Géquil sono in realtà delle lezioni di vita, delle lezioni pragmatiche. Così come quello conclusivo dove dalla fisica si passa alla biologia e al conflitto tra i caratteri innati e quelli acquisiti. Cosa conti di più nella formazione di una persona, tra le sue caratteristiche personali e il contesto in cui è vissutio e cresciuto. E come poter uscire da una situazione come quella di Malik, dove una congiuntura negativa si esprime in una menomazione fisica e in una situazione di disagio sociale come quello che si respira nelle banlieue. Del resto i fulmini colpiscono gli alberi isolati. Questo discorso scientifico della professoressa è l’equivalente degli insegnamenti del professor Keating de L’attimo fuggente, così come del discorso finale del maestro de Gli anni in tasca, in un film sull’educazione privo di qualsiasi lirismo e moralismo, che si chiude con la classica foto di gruppo di fine anno, dove la lezione è semmai quella del buonsenso di un equilibrio tra le cariche positive e quelle negative.

Info
Riprese sul set di Madame Hyde.
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