Surbiles

Surbiles

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Presentato nella sezione Signs of Life del Locarno Festival, Surbiles è il nuovo lavoro di Giovanni Columbu, ancora uno sguardo antropologico nella Sardegna profonda, alla ricerca di creature fantastiche del folklore, tra vampiri e streghe.

Tremate, tremate, le surbiles sono tornate

Storie di surbiles, figure femminili immaginarie prossime alle streghe e ai vampiri, che in un passato non molto lontano erano diffuse nella cultura popolare della Sardegna. Il film, a seguito di una ricerca svolta sul campo, presenta alcune testimonianze, e la ricostruzione visiva delle storie raccontate, con il coinvolgimento nella messa in scena delle persone – donne, uomini, bambini – del luogo. Tra le storie rappresentate, quella di una surbile che per entrare in una casa si rivolge agli oggetti affinché le aprano la porta, e quella di un’altra che per raggiungere velocemente la casa in cui c’è un neonato si cosparge di un unguento magico. E ancora altre storie in cui le surbiles compaiono come figure buone, che proteggono i bambini da altre surbiles cattive. Allora tra i corpi immateriali delle due specie possono scatenarsi feroci combattimenti. [sinossi]

Si ostina a chiamarlo documentario. Surbiles, la nuova opera di Giovanni Columbu presentata nella sezione Signs of Lifes di Locarno, è così definita nei titoli di testa e il concetto è ribadito anche in quelli di coda. Eppure, formalmente il film non può essere contenuto in questa classificazione. La parola documentario serve allora per dichiarare l’autenticità di quello che il regista mostra sullo schermo. Il lavoro parte in effetti da una ricerca antropologica sulle leggendarie creature del folklore sardo, le surbiles, succhiatrici di sangue come i vampiri, ma dalle orecchie invece che dal collo, additate come responsabili di morie infantili, proprio come le streghe medioevali. Tecnicamente il film è una ricostruzione visiva di Giovanni Columbu, con quel senso dell’illustrazione che deriva anche dalla sua attività di pittore, costellando anche il film di quadri, dipinti, immagini sacre. Mentre le interviste alle testimoni, alle donne anziane che ricordano i racconti con protagoniste queste creature, sono inframmezzate nel film e inserite senza soluzione di continuità. Interviste che partono, si capisce, dalla stessa famiglia del regista, la cui voce è sempre riconoscibile come intervistatore, che a volte parla in sardo e a volte lascia anche dei momenti autentici, come dire “spengo” prima di interrompere effettivamente la ripresa divenuta insostenibile.
Ed è difficile non crederci, valutare inattendibili queste persone, per lo sguardo autentico che il regista sa volgere loro. Vero, molte sono reticenti, molti racconti sono riferiti, alcuni ammettono che potevano essere suggestioni infantili anche legate a strategie di minaccia dei genitori per i bambini disubbidienti. Eppure la genuinità del loro narrare ci porta a calarci nel mondo di queste creature magiche, mefitiche, anime malvagie come viene detto all’inizio e alla fine del film, che segue così una struttura circolare. O forse… perché ci sono anche delle surbiles buone e il finale rimane aperto.

Sono anime errabonde, le creature realizzate da Columbu. Che si estraniano dai corpi e, trasparenti, vagano nei boschi in processione, in una nuova via crucis dopo quelle del precedente film Su re. Processione che confluirà in un grande sabba. Creature eteree e inconsistenti come le ombre dreyeriane. E che si immergono nella natura estrema della terra sarda. Ancora una volta Columbu si concentra sugli elementi primordiali, l’acqua che scorre, la fluidità delle stesse creature secondo la leggenda, la tempesta sulla montagna, il fuoco, il fumo, le nuvole e la luna piena che riporta a tradizioni gotiche.

E ancora, dopo Su re, torna la religiosità popolare, nelle tante immagini e immaginette che decorano gli interni, nei canti natalizi dei bambini, l’acqua santa. E le surbiles possono uccidere solo i bambini non battezzati. Columbu gioca ad attualizzare i vecchi racconti popolari, ma anche a creare un’atmosfera senza tempo o di tempo indefinito, come in Su re, dove uno dei Giuda indossa i jeans. Nella casa di una donna intervistata campeggia una grande radio come quelle di una volta, mentre un personaggio porta sulla t-shirt la scritta “Hard Rock”.

Partendo da una ricerca etnografica, Columbu arriva a toccare ancora degli archetipi, come in Su re, ma seguendo il percorso inverso. Se nel film precedente è lui che traspone e declina i Vangeli nel contesto sardo, qui è la stessa cultura antica dell’isola ad aver compiuto la stessa operazione, e nel mito delle surbiles tornano tanti elementi universali del folklore gotico, vampiri, streghe, con analogie sorprendenti, succhiare il sangue, non saper contare oltre il numero sette. Tutto filtrato secondo la peculiare cultura di un sistema chiuso come la Sardegna.

Info
Surbiles, la scheda sul sito del festival di Locarno.
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