Monolith

Monolith

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Interessante esperimento “crossmediale”, che vedrà la parallela pubblicazione di una graphic novel, Monolith è un ulteriore tassello nella ricostruzione di un cinema di genere italiano che ricerchi strade nuove, senza guardare pedissequamente al passato.

Monolitiche prigioni

Durante un viaggio con suo figlio David, Sandra resta accidentalmente chiusa fuori dalla sua Monolith, la macchina più sicura al mondo, praticamente una mini-fortezza inespugnabile. Il bambino, rimasto da solo all’interno dell’auto, ha solo due anni e non può liberarsi autonomamente. Intorno ai due, una stradina secondaria praticamente inutilizzata, e poi il deserto che si snoda per chilometri. Inizia così, per la donna, un’odissea alla ricerca di una possibile salvezza per sé e il bambino, tra la minaccia degli animali selvaggi e quella del clima torrido, che mette in pericolo la sopravvivenza di David… [sinossi]

Viene in mente il recente, felice episodio produttivo di Mine, guardando questo Monolith. Viene in mente, ed è inevitabile che sia così, perché al di là della diversa ambientazione e di due generi (sulla carta) piuttosto distanti, sono sicuramente più d’uno i punti in comune tra i due progetti. A cominciare dalla semplicità, diremmo persino dall’essenzialità, dello spunto di partenza, per proseguire con un approccio al genere che scava (anche piuttosto a fondo) nella psicologia di un singolo personaggio, per arrivare a una concezione della messa in scena che è esplicitamente “agorafobica”, il film di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro da una parte, e quello di Ivan Silvestrini dall’altra, rappresentano un sentire comune, incarnando una stessa urgenza nel cercare un possibile, nuovo approccio al nostrano cinema popolare. Più di ogni altra cosa, i due progetti condividono l’apertura (dichiarata) verso il mercato internazionale, con temi e ambientazioni che occhieggiano ai generi che hanno fatto la fortuna del cinema (innanzitutto) hollywoodiano: lì il war movie, qui il thriller on the road, che usa come sfondo addirittura il deserto dello Utah. A fare da filo conduttore, il dramma di un individuo e i suoi fantasmi.

L’altro elemento interessante di Monolith è la sua concezione crossmediale, dovuta principalmente alla natura del soggetto, opera dal fumettista Roberto Recchioni. Parallelamente al film, infatti, ha visto la luce una graphic novel (sceneggiata dallo stesso Recchioni e da Mauro Uzzeo, anche co-sceneggiatore del film) che racconta essenzialmente la stessa vicenda, fornendola però di una diversa evoluzione. La concezione fumettistica del progetto, d’altronde, non viene nascosta del tutto neanche nel film, la cui estetica (a cominciare dal coté – lievemente – sci-fi delle immagini, specie quello dell’automobile al centro della trama, fino ad alcune inquadrature che tradiscono il gusto per le strisce disegnate degli autori) rivela, seppur in modo discreto, un’evidente parentela. Una parentela la cui esistenza, diciamolo subito, è un bene: se il nostro cinema sta tentando faticosamente di ricostruire un approccio possibile ai generi, senza copiare pedissequamente il passato, una via intelligente è anche quella di ricercare la contaminazione tra i linguaggi, i moduli espressivi, i media. Uno scambio reciproco che non può che far bene a un cinema di genere che finora ha avuto tra i suoi – tanti – limiti quello di essere rimasto un corpo isolato e autoreferenziale; e che laddove si è aperto a contaminazioni, ha ricercato quella col medium dal gusto più appiattito e standardizzato (la televisione generalista).

Nei suoi 84, densi e tesi minuti, Monolith ricerca comunque, fortemente, l’essenzialità. Essenzialità narrativa, innanzitutto: lo spunto iniziale (in cui risuonano indirettamente – anche – i tanti casi di cronaca che hanno visto bambini dimenticati in auto, vittime di episodi di amnesia dissociativa delle madri) sembra nascere da un’intuizione, da una suggestione estemporanea più che da un progetto narrativo strutturato. Uno spunto che rovescia un topos classico del thriller (i protagonisti barricati in un luogo angusto, l’assedio, il pericolo che preme dal di fuori) e ne capovolge la portata claustrofobica: il pericolo, per la protagonista efficacemente interpretata da Katrina Bowden, qui non sta fuori ma dentro, in quel guscio inespugnabile e asettico che doveva proteggere, e finisce per diventare invece trappola mortale per suo figlio. E la salvezza, che nel filone dell’home invasion (e affini) risiede a sua volta nella fuoriuscita e nel confronto (inevitabile) con l’elemento alieno/esterno, qui sta invece nella rottura del guscio e nella penetrazione al suo interno. Salvezza della vita per il piccolo David, e salvezza di donna, e madre, per una protagonista che, fin dalla prima inquadratura, viene presentata come espressione di una maternità tutt’altro che serena e pacificata.

Si potrebbe discutere a lungo sulla portata simbolica di un elemento come l’automobile che da guscio diventa trappola, sulla fallacia della tecnologia di cui viene totalmente rovesciato il potenziale protettivo, su possibili letture psicanalitiche legate alla rottura di una simbolica “prigione”, per la protagonista, e alla riappropriazione di un ruolo finalmente accettato e interiorizzato (quello di madre). Tutte letture legittime. Quello che però va sottolineato (e in questo torna il parallelo con Mine) è la scelta di tenere saldamente ancorata al genere, e alle sue regole, l’analisi psicologica di un personaggio che prende su di sé il peso dell’intero film: analisi portata avanti attraverso una breve ed efficace introduzione, oltre che con poche e riuscite sequenze oniriche, e un uso dei dialoghi (o meglio, dei monologhi) che non sconfina mai sul versante emotivo/melodrammatico.
In questo senso, si possono perdonare al film un impianto narrativo, e alcuni snodi di trama, che a tratti scricchiolano sul versante della credibilità, oltre a un’accelerazione forse troppo decisa nel finale, a conclusione di un climax comunque attentamente costruito e strutturato.

Progetto dai contorni interessanti e originali, forse penalizzato dalla scelta della distribuzione estiva, Monolith è un esempio di cinema italiano che va comunque incoraggiato e stimolato. Ancora una volta, la ritrovata vivacità nell’approccio ai generi (parlare di rinascita, lo ribadiamo ancora una volta, è azzardato e prematuro) persegue strade nuove, senza rifarsi in modo pedissequo a un passato che non può essere replicato tout court. E la natura “meticcia” del progetto (nella stessa produzione del film, oltre all’indipendente Lock & Valentine e a Sky Cinema, è coinvolta la Sergio Bonelli Editore) è un esperimento che, laddove fosse ben accolto, potrebbe aprire possibilità interessanti e inesplorate. Un esperimento a cui comunque, fin da ora, non si può non guardare con simpatia.

Info
Il trailer di Monolith su Youtube.

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