Incontri ravvicinati del terzo tipo

Incontri ravvicinati del terzo tipo

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Incontri ravvicinati del terzo tipo segna il primo incontro tra il cinema di Steven Spielberg e gli esseri provenienti da un altro pianeta. Un classico intramontabile, in cui giganteggia un eccellente Richard Dreyfuss. Alla Mostra di Venezia 2017 nella sezione dedicata ai restauri in digitale.

Il monte nella mente

Nel deserto di Sonora lo scienziato francese Claude Lacombe e il suo interprete americano David Laughlin, insieme ad altri ricercatori scientifici, ritrovano la famosa “Squadriglia 19”, 5 motosiluranti TBM Avengers dispersi nell’area del Triangolo delle Bermude durante una normale esercitazione nel Dicembre del 1945 e mai ritrovati. Gli aerei sono intatti e operativi, ma non vi è alcuna traccia dei piloti. Su questo e altri strani eventi si inizia ad indagare nel tentativo di trovare una spiegazione. A Muncie, nell’Indiana, un bambino di tre anni, Barry Guiler, si sveglia improvvisamente nella notte quando i suoi giocattoli iniziano a muoversi da soli. Affascinato, lui si alza dal letto e corre fuori casa, costringendo la madre, Jillian, ad inseguirlo. Nel frattempo, durante un intervento di manutenzione, l’addetto al controllo delle linee elettriche Roy Neary rimane coinvolto in un inseguimento della polizia di quattro UFO, vivendo così a bordo della sua auto un “incontro ravvicinato”. Durante la stessa notte incontra sulla strada anche Jillian che è riuscita a raggiungere il piccolo Barry per riportarlo a casa. Roy, dopo l’incontro ravvicinato, rimane sconvolto, e inizia a sviluppare un’ossessione da immagini mentali dalla forma simile a quella di una montagna, che cerca in tutti i modi di riprodurre. [sinossi]

Gli “incontri ravvicinati del terzo tipo” sono fin da Duel uno dei tratti distintivi del cinema di Steven Spielberg; rappresentano il punto di contatto tra il reale credibile e il reale possibile. L’ipotesi, in un mondo che vive sulla certezza incrollabile della propria giustezza, eliminando di fatto qualsiasi percezione del misterico, che esista qualcosa in grado di generare il dubbio. Un dubbio per niente monolitico ma ossessivo, che scava nella mente dei protagonisti dei film di Spielberg spingendoli verso il crinale di una pazzia mai catalettica, semmai iperattiva. Ossessione che nelle opere del giovane regista statunitense si profila sovente come minaccia: il grande camion nero che perseguita un uomo qualunque, lo squalo che si aggira nelle acque di Amity Island facendo strage dei malcapitati bagnanti. C’è un orrore insondabile nei primissimi film di Spielberg, e sebbene sia pensiero accreditato che con Lo squalo si concluda l’esperienza della New Hollywood, il film vibra delle scosse telluriche che colpiscono un sistema (produttivo, ma anche e soprattutto politico) impaurito, alla ricerca di un nemico a cui dare una forma che sia riconoscibile. Nell’epoca dei fantasmi impuri di una nazione risvegliatasi dai sogni virginei con lo stupro dell’omicidio e della guerra, un camion e uno squalo non sono solo quello che “sembrano”. Anche Incontri ravvicinati del terzo tipo prende l’aire su quella che non può che apparire come la più classica delle minacce: luci notturne nei cieli che attirano bambini e adulti fuori dalle case. Il nemico viene dal cielo, magari dallo spazio come faranno quasi trent’anni dopo gli assalitori de La guerra dei mondi; l’angoscia si muove sottile, sotterranea, nel silenzio della notte, quando il piccolo Barry viene ridestato dal sonno e spinto fuori casa, nel bel mezzo del nulla. C’è una nazione dormiente, in Incontri ravvicinati del terzo tipo, bella addormentata che ha preferito la solidità del sogno americano ai vagheggiamenti di fantasie d’altri mondi, d’altri esseri che non portano con sé la guerra – la morte che scende dai cieli in quegli anni è prerogativa statunitense, in piogge al napalm sui villaggi vietnamiti – ma una nuova e diversa percezione del significato di vita.

Anche la famiglia di Richard Dreyfuss/Roy Neary dorme paciosa l’american sleep, e per questo non può arrivare a comprendere l’ansia, la schizofrenia ossessiva del supposto capofamiglia (in realtà figura di retrovia proprio per la sua curiosità ammantata di dubbio), quell’immagine che continua a stagliarsi nella sua mente e non l’abbandona. La montagna. Quella montagna.
Una volta di più Spielberg sceglie di sedersi dalla parte della classe media, e di scoperchiare con amorevole comprensione le distonie di una piccola borghesia che si è accomodata nell’ancor più piccolo lusso destinato a lei dal Capitale, ma che quando si accorge di poter aprire gli occhi sa ancora produrre una visione. Così come era Martin Brody il centro dello sguardo de Lo squalo, e non il benestante Matt Hooper, gli alieni possono e devono essere decriptati dalla classe intellettuale (François Truffaut nelle vesti iconiche di Claude Lacombe, uno dei più esibiti gesti d’amore cinefilo di Spielberg) ma parlano direttamente al popolo, senza intermediari. Parlano ai bambini, e sarà così nel 1982 con E.T., e parlano al forse mai davvero “cresciuto” Roy, che pure ha seguito i dettami e ha messo su la classica famiglia americana, con moglie e figli. Famiglia che non esita ad abbandonarlo, quando il livello di schizopatia si fa troppo evidente per rimanere recluso tra le mura di casa (i migliori crimini sono domestici, sentenziava sibillino sir Alfred Hitchcock, che ha molto più in comune con Spielberg e con questo film di quanto non sia di solito detto). Ci sono due americhe, in Incontri ravvicinati del terzo tipo e nella visione spielbergiana del mondo: una che rimane in casa, preferendo la prassi alla conoscenza, e una irrequieta che ha bisogno di oltrepassare la soglia, andare più in là, scoprire cosa nasconde la notte. Non è un caso che il personaggio cardine del cinema del regista di Cincinnati sia Indiana Jones, metà avventuriero metà accademico, disposto a rischiare la vita per un sapere vivo che non si troverà mai sui libri di storia. Chi, con stolida facilità, ha voluto incarnare in Spielberg il cantore del pensiero dominante non ha mai davvero compreso il senso più intimo del suo mettere in immagini il mondo. L’avventura come momento estatico di scoperta del “meraviglioso” e dunque inevitabile accettazione e comprensione di sé, del proprio microcosmo, della prassi.

Un istinto fordiano che non molto cinema coevo a Spielberg ha saputo coltivare, preso dall’angoscia metropolitana di un mondo già moderno (le frenesie scorsesiane, la sontuosa magniloquenza del Coppola pre e post apocalisse, gli hitchckockismi di De Palma e via discorrendo) e delle sue storture. Spielberg non rigetta il suo mondo né lo assolve, e anche Incontri ravvicinati del terzo tipo gronda umori contemporanei. Ma, come Ford, sa aprirsi ai grandi spazi, trovare collocazione al di là del percepito. Non c’è più la frontiera, urbanizzata e ridotta a Carnevale, e quindi la si deve cercare altrove. Nello spazio siderale, per esempio. Il rapporto con un’entità aliena, in questo come in altri film di Spielberg – E.T., ovvio, ma anche quelli che appaiono nel finale di A.I. e, rimanendo nel lavoro produttivo del regista, i robottini d’altri mondi di Miracolo sull’8a strada di Matthew Robbins (che tra l’altro in Incontri ravvicinati del terzo tipo interpreta uno dei “ritornanti” dallo spazio) e perfino i fumettistici extraterrestri di Men in Black – è il momento in cui l’ordinario e il meraviglioso si incrociano e sono costretti a specchiarsi l’uno nell’altro. Imparando a comunicare. Non è un caso che Incontri ravvicinati del terzo tipo sia un film sul linguaggio, e sulle sue fondamenta basiche. Tutto quel che Roy Neary ossessivamente cerca per tutto il film è la possibilità di esprimersi, di comunicare. Di sperimentare un contatto. Qualcosa che vada più in profondità del semplice parlare. Spielberg filma un’opera non verbale eppure compiutamente e completamente dialettica: c’è senso e linguaggio nella rappresentazione compulsiva della Torre del Diavolo, bizzarro rilievo conico del Wyoming, così come nella sequenza di luci e suoni che permette a scienziati e alieni di interagire. Suoni che sono anche il segnale di coordinate, il punto di incontro fissato, l’arrivo di un’avventura che lascia sempre fiato, ma si sviluppa attraverso una linearità che non ha bisogno di particolari effetti speciali. Mentre l’amico e collega George Lucas trasporta nello spazio profondo le dinamiche strutturali del fantasy in Guerre stellari, Spielberg compie il percorso inverso, utilizzando lo spazio come controcampo della terra, dell’umano e della sua necessità di sviluppare un dialogo. Per farlo si affida a una fiaba, di estatica bellezza, che sembra più vicina alle fantasticherie di Georges Méliès che alla storia statunitense dello sci-fi; un ritratto di un uomo alla ricerca della propria maturità, ma ancora proteso verso la ventura, anche a sua insaputa. Un’elegia per immagini che diventa (inevitabile) elegia dell’immagine, e della sua capacità di oltrepassare qualsiasi frontiera, qualsiasi diversità, qualsiasi opposizione culturale. Quando Roy va insieme agli alieni non sta abbandonando la Terra, sta costruendo un ponte. Sta facendo il ponte. Sogno d’altri tempi e universi, Incontri ravvicinati del terzo tipo arriva nel cuore della nuova Hollywood e vi pone una pietra classica nel centro. Classica, ma mai passatista. Come sempre, prima e dopo nella sua filmografia.

Info
Il trailer di Incontri ravvicinati del terzo tipo.
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