Mulholland Drive

Mulholland Drive

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Con Mulholland Drive David Lynch decompone tutti gli elementi narrativi del suo cinema, e del cinema tour court, per celebrarlo con un magnifico epitaffio.

It’s just a tape

In conseguenza di un incidente automobilistico avvenuto sulla Mulholland Drive di Hollywood, Rita perde la memoria. Betty Elms, un’attrice appena arrivata dall’Australia in cerca di gloria, cerca di aiutarla a ritrovare memoria e identità… [sinossi]

Sottoporsi alla visione di Mulholland Drive non è una decisione da prendere con leggerezza. Quali ignare vittime sacrificali ci offriamo in olocausto e con noi bruciano tutte le nostre certezze, annullate in un silenzio privo perfino di enigmi da svelare. Mulholland Drive è l’ascesi del cinema, della sua storia, del suo dispositivo, del nostro ruolo di spettatori, della filmografia del suo stesso autore.
Una donna bellissima viaggia sul sedile posteriore di un’auto che percorre Mulholland Drive, ma improvvisamente viene invitata a scendere: sembrano i preparativi per un’esecuzione, ma tutto ciò è interrotto da uno schianto improvviso. Dall’incidente si salva solo la donna, che si trascina lungo il Sunset Boulevard per rifugiarsi in un appartamento vuoto. Una ragazza bionda dall’aspetto naïf e dal sorriso aperto sbarca all’aeroporto di Los Angeles piena di grandi speranze: vuole diventare una star del cinema. Nell’appartamento lasciatole libero da una zia (una nota attrice hollywoodiana) trova la donna misteriosa, che le dice di chiamarsi Rita (ma il nome lo ha preso dal manifesto di Gilda, appeso nell’appartamento), la aiuterà nella ricerca del suo passato e della memoria smarrita. Unico indizio: una chiave blu, di plastica, l’ultimo ricordo, il nome di una strada: Muholland Drive. Scorre parallela la storia di un giovane regista defraudato del suo conto in banca e del suo ruolo: non può scegliere l’interprete principale del suo film.

Varie vicende si intrecciano intorno al tema della perdita: del proprio ruolo sociale, della memoria, dell’identità. David Lynch con Mulholland Drive firma l’esecuzione dei suoi protagonisti e del suo cinema, fagocitato, rimasticato, poi di nuovo esibito da quest’opera summa della sua filmografia. Aleggia un senso di morte, sulle immagini che ci scorrono davanti. Morte di un linguaggio che per anni ci ha commosso e esaltato e che ora giace disteso sul letto come un cadavere putrefatto. Lynch ha decomposto tutti gli elementi narrativi del suo cinema. Del Cinema. I suoi incubi ci sono tutti. La red room, con i suoi inquietanti tendaggi purpurei è qui la stanza di un tycoon hollywoodiano paradossalmente paralizzato, che comunica con i suoi scagnozzi attraverso una parete vitrea. Torna l’opposizione bionda/bruna, luce/oscurità, incarnata dalle due protagoniste e già presente in Twin Peaks, Velluto blu, Fuoco cammina con me, e l’ossessione per il tema del doppio e dei mondi paralleli: le due donne dissolvono l’una sull’altra in una romantica scena d’amore, una parrucca bionda sancisce poi la loro identificazione. C’è ancora una volta espressa la fascinazione del regista per gli anni ’50, le sue luci e le sue ombre, ma questa non è Lumberton e neppure Twin Peaks, questa è Hollywood. Il look delle attrici sul set cinematografico e l’identificazione della protagonista con Rita Hayworth aprono un discorso sul divismo e il cinema che lo ha glorificato, sul mito della dark lady, sull’epoca d’oro del cinema hollywoodiano e della società statunitense che si crogiolava nel benessere e ballava lo swing (musica che non a caso apre il film) mentre sotto il prato del proprio giardino sfrigolavano e si riproducevano gli scarafaggi.

In questo purificante olocausto brucia la narrazione, frammentata, decentrata e i suoi espedienti cinematografici: sorprende un campo controcampo ondeggiante, fluttuante, privo di un punto di vista stabile, e il “flashback” finale, contenuto nel cubo blu che la misteriosa chiave apre, non spiega nulla, non è più un flashback. Il cubo blu è un prisma ottico che capovolge piegandole, invertendole, sovrapponendole, le varie linee narrative, per poi condurci nel Club silencio, dove le due protagoniste assistono (e noi con loro) al disvelamento del vero, unico mistero: quello della rappresentazione. Un presentatore dall’aspetto luciferino ci introduce un’orchestra invisibile: “ecco il clarinetto”, e noi lo sentiamo, ma non c’è, “it’s a tape” è una registrazione, un inganno, un’illusione, forse l’ultima, prima del silenzio (del cinema?). Una donna canta a cappella una canzone straziante, poi viene portata via a forza, e svela il play back. È tutto finto, ma non l’emozione, non la commozione delle due protagoniste, non il nostro turbamento. “I’m deranged”, intonava la voce vibrante di David Bowie nell’incipit di Strade perdute, mentre scorreva la strada senza ritorno né direzione certa. Rivelare se stesso come finzione e registrazione è, secondo Lynch, l’unica via che il cinema può percorrere, prima del silenzio.

Info
Il trailer di Mulholland Drive.
Questa recensione è apparsa in precedenza su cinemavvenire.it.
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