The Missing

The Missing

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Religione ed esoterismo sono il motore del meccanismo spettacolare di The Missing di Ron Howard, western denso di abbacinanti visioni paesaggistiche e intriganti contaminazioni con l’horror.

Sentieri esoterici

La coraggiosa pioniera-guaritrice Maggie Gilkeson (Cate Blanchett) vive con le due figlie e un valoroso cowboy (Aaron Eckhart) nel New Mexico. Un giorno il desolato paesaggio innevato che circonda la sua fattoria secerne un uomo travestito da indiano che afferma di essere suo padre (Tommy Lee Jones). Scacciato l’intruso, Maggie prosegue le sue perigliose attività di frontiera, ma una banda di malfattori formata da indiani e bianchi le uccide l’amante e le rapisce la figlia maggiore, destinandola al mercato messicano della schiavitù. Dato lo scarso interesse delle autorità competenti, la donna è costretta ad accettare l’aiuto del padre e, insieme alla figlia minore Dot, l’insolito nucleo familiare si mette sulle tracce dei rapitori… [sinossi]

Tra thriller e actionmovies selvaggi mescolatori di generi, intrepide conquiste spaziali, ritorni di valorosi guerrieri e animosi patrioti, l’industria hollywoodiana di quando in quando sente ancora il bisogno di ricercare nelle polverose storie di frontiera il conforto di un’epopea che, nonostante le sue già numerosissime riscritture, può ancora farsi interprete di valori universalmente accettabili, magari rispolverando una classicità sovente sbeffeggiata, ma mai irrimediabilmente perduta. L’intento di Ron Howard non è esplicitamente quello di giocare con i generi né divertire lo spettatore con citazioni cinefile, eppure The Missing risulta essere un western ibrido, cui sono stati innestati stilemi e sequenze debitrici ad altri western o provenienti da diversi generi, primo fra tutti, in questo caso, l’horror. La continua citazione iconografica e narrativa di Sentieri selvaggi è da intendersi dunque come la presenza di una specie di cellula da dare per scontata, non un omaggio, non una citazione ironica e disillusa, ma l’atomo costitutivo di un immaginario comune, la riproposizione di una situazione che lo spettatore ricorda di aver già vissuto, qui espressa sottoforma di immagini introiettate quasi inconsapevolmente dal film e dal suo autore, per poi essere usate per un composto che non le può prescindere, ma non per questo ne soffre né la sua compiutezza si sfalda.

Le vicende di The Missing si svolgono in una zona di frontiera in cui tutto è possibile e dove regnano pertanto appaiate libertà e paura, quest’ultima rivolta verso il paesaggio e ciò che da esso si avvicina o in esso si allontana. Numerose sono infatti, proprio come in Sentieri selvaggi, le immagini incorniciate da aperture verso l’esterno, come porte e finestre, staccionate o porticati che delimitano e proteggono gli spazi domestici, luogo del calore e della sicurezza familiare. I personaggi di The Missing abitano questi luoghi liminali che tracciano il confine con un ignoto (il paesaggio, la cultura indiana) da osservare pensosi, ma anche irrimediabilmente attratti dal suo fascino, in quanto territorio dell’alterità e del mistero. Questo aspetto ammaliante e spaventoso della natura è reso stilisticamente da Ron Howard attreverso le frenetiche carrellate che seguono i percorsi della protagonista tra le nodose estremità degli alberi, intrichi impervi in cui scorrono sentieri invisibili da attraversare con ansia e preoccupazione. È solo in questa zona di confine che i valori più rigidi della società civilizzata si sfaldano, ma allo stesso tempo si aprono a inedite contaminazioni. Argomento centrale di The Missing è la famiglia declinata in tutte le sue forme, le più varie e quindi le meno socialmente accettabili. Il film si apre con la presentazione di un nucleo familiare composto da una madre e due figlie, di cui una nata da una violenza. La figura maschile non è dunque quella istituzionale del padre, ma di un valido cowboy che aspira alla mano della guaritrice (intende dunque ufficializzare la sua posizione) o di un genitore che ha abbandonato casa e famiglia per unirsi ai nativi inseguendo la propria sete di esperienze. L’indiano e suo figlio, che aiuteranno i nostri eroi nell’assalto finale al nemico, sono invece alla ricerca della sposa promessa e rapita e sembrano gli unici realmente intenzionati a comporre un nucleo familiare “tradizionale”. Mentre quello che lo stregone ha composto è un turpe harem in cui regnano violenza e sottomissione, la cui immagine, immortalata in una foto di gruppo, risulta insopportabile alla sua stessa vista. Dunque la wilderness, tacita promessa di libertà e di infinite possibilità (e seconde possibilità, di redenzione e perdono) è il luogo in cui è possibile uno scambio di ruoli, non sempre dagli effetti positivi: Samuel può scegliere di abbandonare la famiglia di origine per ricercarne un’altra basata su valori diversi, bianchi e pellerossa si uniscono per lucrare su un illecito commercio di schiave e gli indiani possono arruolarsi con l’esercito americano per cacciare i propri simili.

La novità più importante è che in The Missing la differenza razziale e culturale è soprattutto differenza religiosa, ed è su questo piano che il tentativo di integrazione va incontro a una probabile sconfitta. Ma, allo stesso tempo, in questi territori di confine è possibile che una fervente adepta del cristianesimo utilizzi rimedi naturali curativi che la associno al ruolo di benefica “strega”, alter ego perfetto del cattivo mago nativo. Questo tentativo di convivenza religiosa trova il suo culmine espressivo nella scena della guarigione dalla fattura dove, in montaggio alternato, vediamo lo stregone che attua il maleficio, mentre Samuel e l’amico indiano tentano di contrastarlo con le pratiche indiane benefiche, e la bambina declama versetti della bibbia: nella traccia sonora le tre litanie si sovrappongono, trasformandosi in un’unica, polifonica invocazione.

The Missing vanta un perfetto meccanismo spettacolare, con strepitose visioni paesaggistiche in cui splende un biancore abbacinante, riflesso dalle distese nevose e riproposto in quei campi lunghi e lunghissimi che esibiscono scorci periodicamente inondati da una polvere quasi traslucida. La notte, sempre inquietante e piena di rumori che simulano oscure presenze, è l’occasione per delle sequenze prettamente horror che hanno per oggetto la natura selvaggia, generatrice di timori ancestrali. Risulta pertanto quasi aggressivo, per gli occhi dello spettatore, già colmi di grandiose visioni paesaggistiche, l’eccessivo uso della computer graphic nella scena del naufragio nel canyon, le cui immagini spettacolari appaiono inevitabilmente posticce e mistificanti, dal momento che il film stesso affronta narrativamente la questione dell’innovazione tecnologica, i cui strumenti producono effetti non sempre benigni. Il cannocchiale, innanzitutto, che anziché aiutare a vedere meglio e più da vicino, tradisce i protagonisti rendendoli visibili al nemico. Mentre un discorso a parte va fatto per la fotografia, altro ingannevole strumento tecnologico-visivo. I rudimentali dagherrotipi prodotti dal fotografo rapito hanno lo scopo di immortalare, sancendone così il potere, lo stregone con le sue vittime. Il malefico santone è infatti agghindato, come di una lucente bigiotteria, con delle lastre fotografiche, macabri ex voto, effigi che danno l’illusione del possesso delle proprie prigioniere, così come per i fotografi della frontiera la riproduzione fotografica era strumento di conquista del riluttante e avverso paesaggio dell’ovest. La fotografia è dunque uno strumento di violazione della natura incontaminata e al pavido e ambiguo fotografo si contrappone direttamente il personaggio di Samuel, che preferisce riprodurre ciò che vede passando attraverso il gesto umano generatore di immagini meno mediate dalla tecnologia e perciò più innocenti: il disegno.

Quanto alla raffigurazione della violenza, le immagini sono piuttosto esplicite e raggiungono il loro apice grandguignolesco e fantasioso nella scena all’accampamento, dove Maggie rinviene il corpo dell’amato barbaramente trucidato: The Missing è un film fatto di corpi violati, martoriati, sofferenti perché afflitti da malefici, da denti marci da estirpare, escoriazioni, piaghe doloranti che tormentano inesperte cavallerizze. Ottime le performance attoriali del solito Tommy Lee Jones, dal volto granitico e dall’espressione paesaggistica, e di una strepitosa Cate Blanchett, che riesce a dare vita a una volitiva donna del west che non obbedisce ai canoni del personaggio tracciati dal genere americano per eccellenza: non è un’intraprendente prostituta (è questo il prototipo di pioniera più ricorrente) né una donna di città trascinata nell’ovest selvaggio dal padre predicatore o dal marito avventuriero e che deve obliare la sua buona educazione per affrontare a mani nude le avversità di incerte situazioni di frontiera. Proprio perché libero da questi clichè, il personaggio di Maggie acquisisce vitalità e interesse e la sua femminilità, espressa soprattutto dal ruolo materno e protettivo, la rende protagonista di un raro caso di western femminile che non ha bisogno di essere anche femminista. Questo intento diventa centrale nel finale del film, quando le immagini vanno a celebrare una femminilità trionfante che cavalca verso la libertà, personificata da un branco di leggiadre amazzoni, vere pioniere del nuovo mondo mai completamente conciliato con se stesso.

Info
Il trailer di The Missing.
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