Xiao Wu

Xiao Wu

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L’esordio al lungometraggio di Jia Zhangke, Xiao Wu, è una folgorazione che apre il campo a prospettive fino ad allora sostanzialmente sconosciute nella pratica cinematografica della Cina continentale.

Sono un ladro di borgata

A Fenyang, una piccola città del nord-est della Cina, vive il ladruncolo Xiao Wu. I suoi amici di un tempo, con cui collezionava piccoli furti, si sono rifatti una vita, hanno delle attività commerciali e ormai lo evitano. Xiao Wu passa le giornate in solitudine, preda del suo stato di residuo del passato, sia pur ancora giovane. Poi incontra una ragazza in un karaoke. Qualcosa potrebbe cambiare, ma è solo un’illusione. [sinossi]

Ecco un film che si palesa e si situa fuori dal e del tempo. Intanto perché è stato possibile vedere Xiao Wu a distanza di sei anni dalla sua realizzazione (proiettato su Fuori Orario, il cui benefico influsso sulla crescita cinefila di almeno un paio di generazioni è sempre doveroso ricordare). Poi, perché l’attore protagonista (Wang Hongwei), la Cina e il film (stilisticamente) sembrano vivere in una dimensione difficilmente collocabile dal punto di vista temporale.
La Cina ci si mostra come un paese dall’economia e dalla tecnologia, nonché dalla socialità, impazzita. Miriadi di esempi di sottosviluppo (strade non asfaltate, case diroccate e, come dice enrico ghezzi nella presentazione del film, “la città sobborgo della campagna”; quindi, città e campagna apparentemente uguali, entrambe periferie di qualcosa di cui non vediamo il centro; assenza di una struttura che permetta al paese di vivere una fase matura di industrializzazione) si intrecciano con prodotti della new-economy (telefonini e cercapersone, ma soprattutto videocamere), mentre su tutto domina la televisione.
È la Cina post-maoista e post-Tien-an-men che sembra non avere più una propria identità, che – sovrastata dal modello occidentale in modo irreversibile – vive una dimensione di ambiguità e di disagio. Non a caso, è invece numerosa per le strade la presenza di militari cui è assegnato il compito di reprimere la piccola criminalità e mostrare l’apparenza di un sistema-regime funzionante.

Il protagonista Wang Hongwei, che interpreta un ladruncolo, è straordinariamente iconico, con quei suoi rari sorrisi che si fanno immediatamente maschera, con quegli occhiali enormi, la giacca più grande di lui e il gilet liso. E poi il volto: enigmatico e dall’età incerta. Appena appare in scena lo si direbbe almeno un quarantenne; più in là sembra trasformarsi in adolescente davanti ai nostri occhi, quasi un bambino, persino più giovane quindi dell’età che dovrebbe avere il personaggio. Ed è interessante notare, come recita la didascalia finale, che si tratta di un attore non professionista, come d’altronde tutti gli altri interpreti.

Infine, finalmente, il film. La messa in scena è di una semplicità disarmante. Ad esempio, la luce svolge sempre una funzione atmosferica, o meglio, si dimostra indifferente verso quanto illumina, come avviene in buona parte del cinema moderno. E infatti il regista sembra avere come modello di riferimento una tendenza di quel cinema, che si potrebbe definire in modo sommario – e arbitrario – del cinema-vagabondo (l’occhio della cinepresa vaga su quello che ha attorno accompagnandosi a un personaggio-guida), della soggettiva libera indiretta secondo la felice intuizione di Pasolini.
Jia Zhangke, il regista, è palesemente partecipe delle vicende del piccolo ladruncolo Xiao Wu, del suo percorso di dis-educazione. Chi gli è intorno sceglie una strada, una direzione precisa (il suo migliore amico di un tempo opta per la criminalità su larga scala: contrabbando di sigarette e smercio di prostitute; e viene per questo riconosciuto dalla comunità come imprenditore modello), mentre lui si lascia vivere in uno stato di anarchia-afasia. Finché non conosce una ragazza che potrebbe segnarne la svolta, ma poi lei sparisce…

E proprio l’ex-amico e la ragazza appaiono in due delle scene-chiave di Xiao Wu. Nella prima il protagonista va a trovare l’antico compagno di scorribande e gli porta un regalo che questi rifiuta; per tutta risposta, lui gli ruba l’accendino-carillon. Nella seconda, Xiao Wu è in compagnia della ragazza e le chiede di cantare una canzone, lei accetta e poi chiede a Xiao Wu di fare altrettanto, lui fa suonare l’accendino, lei poggia la testa su di lui.
Queste due scene sono entrambe in piano-sequenza con la m.d.p. fissa che riprende frontalmente i personaggi e in cui la semplicità di messa in scena acquista complessità grazie alla durata. Ogni piccolo movimento infatti assume grande importanza, così come le pause e le assenze di dialogo. E dove persino le boccate di sigaretta arrivano a scandire il tempo. Nella prima scena infatti si ha una situazione tesa che si scioglie nella rottura tra i due amici (Xiao Wu esce dall’inquadratura dando dello stronzo all’amico); nella seconda, una forzata immobilità (lui è timido) si risolve nella tenerezza; in entrambi i casi comunque Xiao Wu agisce solo dopo aver terminato la sua sigaretta.

Come spesso accade, la durata permette che vi sia la possibilità di cogliere la piccola scintilla della verità, degli istanti di verità di memoria metziana. Non solo nelle scene sopracitate, ma anche quando a un tratto la ragazza chiede a Xiao Wu di diventare il suo uomo e continua a chiederglielo con una tenerezza enorme e lui risponde di sì meccanicamente, eppure profondamente commosso. In tutte queste situazioni Jia Zhangke riesce a mettere in pratica quei leggerissimi scarti di grado che permettono di aprire, sia pur continuando a giocare su delle tonalità basse (e, verrebbe da dire, dimesse), a dimensioni autenticamente poetiche. Ed è in tal senso che ci pare di poter ravvisare la contiguità con il cinema di Robert Bresson, al di là dell’evidente richiamo – così come ricordato sempre da ghezzi nell’introduzione – a Pickpocket.

La durata e, insieme, il gioco su questi momenti di verità sono dunque le vere chiavi di volta di Xiao Wu. Che, a questo, accompagna un’attenzione maniacale – al di là dell’apparente ‘sciatteria’ – alla messa in scena. Si pensi solo all’uso del sonoro: accanto alla voce del ‘potere’ (frasi intimidatorie nei confronti della criminalità che provengono da megafoni e altoparlanti), vi è quella massmediatica della televisione, così come di stereo (che vengono venduti e provati per strada) e di karaoke. E poi vi sono i clacson delle automobili, che ad esempio scandiscono ancora la temporalità della scena di tenerezza con la ragazza. Allo stesso modo della luce, dunque anche il sonoro ‘sfugge’ ai personaggi, non è di loro pertinenza, ma appartiene sempre a qualcun altro.
Ci sarebbe ancora dell’altro da dire di fronte alla ricchezza di questo esordio nel lungometraggio di finzione di Jia Zhangke, ma forse è il caso di concludere quantomeno ritornando a quel che si era detto all’inizio: l’età incerta di Xiao Wu. Che è anche un modo per dire che il film è vicinissimo a certe tendenze del cinema moderno perlopiù sparite nell’attuale schizofrenia cinematografica occidentale. Così, di fronte al post-umano, ecco un film profondamente umano.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Xiao Wu.

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